h 21:42, giovedì 11 dicembre 2008. un giorno come tanti altri, un buon giorno per tirare finalmente un gran respiro. fermarsi, lasciare che il mondo segua le sue faccende per una volta senza il proprio contributo, abbracciando la lentezza senza conceder sguardo al fibrillante svolgersi delle giornate che mi hanno condotto sino a qui. alla fine, ce l'ho fatta. mi sono smezzato in due tocchi differenti, e ciascuno dei due ha fatto la sua parte. incredibile, quasi non me ne capacito. da dove venga questa assoluta determinazione, non lo sò. sò che la soddisfazione è tanta, e che finalmente posso arrogarmi il lusso di sorridere davvero, il cranio sgombro dalla consueta, ritorta massa nerastra che da mesi ormai tediava il mio io. oggi ho anche ricevuto parte della borsa di studio... altro sorriso, altra esultanza. ho sudato come un cane, ho rinunciato a tante, forse troppe cose, ed in effetti molte non torneranno, perchè ogni cosa ha un suo prezzo, e l'onestà conta poco: prima o poi, bisogna pagare. perciò mi ritrovo a dire il vero in una situazione che non mi è affatto nuova, ma che sempre mi inquieta non poco: la netta, precisa consapevolezza di essere una persona estremamente fortunata. mi piego, mi adatto, scarto quà e là, a volte perdo qualche pezzo per strada, digrigno i denti dalla sforzo, ma poi, orca la miseria ladra, finisco il puzzle. sempre. e sono spaventato, credetemi, perchè mi sento come in debito verso il grande burattinaio, e ringraziare non credo possa risultare abbastanza. intorno a me la gente stà di merda. di merda, non sorride, se lo fà è un qualcosa di orribilmente triste, grigio, senza speranza, appassito. ecco, sì, mi guardo intorno e mi sembra di ritrovarmi in una vecchia serra, maltenuta alcova dove il tempo ha vinto da mesi, e nulla più sopravvive nel suo verdeggiante essere. vorrei prendere fiato sul serio, ora, scalzare dal cervello questa montagna di formulone e fuggire verso le montagne vere... cristo, quanto mi mancano. eppure, vivere così non concede grande libertà. di certo non mi lamento (come potrei), ma non sono nato per poi, arrivato ad un certo punto, sentirmi finalmente in pace con me stesso e poter dire "ok, ora sono arrivato, è finita". lo dirò una sola volta, e non è detto che in quel frangente io conservi abbastanza fiato. insomma, non sono fatto per stare fermo, per restare seduto, per osservare con occhio spento la quotidianeità divorare la mie ore. e proprio ora, pare che una seconda volta qualcheduno si sia preso la briga di strapparmi dal volto la mia consueta maschera da vecchio giullare.

e senza urlare, senza pretese, ennesima, inconcebile dimostrazione del fatto che davvero chi muove la mie fila deve volermi un gran bene. basta così, suvvia. la stanchezza meriterebbe ascolto, ma se esiste un motivo per vegliare... ebbene, non ho mai mancato all'istinto. perchè in fondo, questo siamo davvero. forse sepolto, mortalmente schiacciato dall'umana quiete, dalla misera banalità, giace in noi un animalesco consiglio, incapace di stillar lentamente coscienziose perle, e tuttavia barbaro latore di verità, sincero vessillo di noi sognatori. non è semplice all'altrui volontà scavare così in fondo... la mente altrui è uno specchio, infido, crudele, senza appello, e spesso la paura di naufragare in quel mare senza orizzonte ci uccide e ci snatura. pure, non per questo bisogna rinunciare. non per poi dover subire l'atroce dolore di voltarsi indietro al lancinante monito di non aver tentato.

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