alcune cose sopravviveranno al tempo...


28 dicembre, 2008

il mirto e la seta

"Belle ìle aux myrtes verts, pleine de fleurs écloses, / Vénérée à jamais par toute nation, / Où les soupirs des coeurs en adoration / Roulent comme l'encens sur un jardin de roses"

- C. Baudelaire, Le Fleurs du Mal -

che strani, questi versi... righe non certo tra le più famose, nascoste in bella vista al solo scopo di offrire al lettore un ingannevole incipit al consueto spleen. "Un Voyage à Cythère", così si intola questo eccellente fiore del male, il quale offre uno scorcio (o meglio, uno squarcio...) orribilmente macabro - degno dell'inchiostro più disperato - dell'isola in cui si narra abbia visto la luce nientemeno che dea Venere. eccezion fatta per questa venatura (subito stuprata pochi versi più avanti con mano possente) di candida quiete, infatti, il resto del componimento non si discosta di un millimetro dalle solite urla baudeleriane, andando a graffiare senza indugio una visione delle più agghiaccianti e prive di appello alcuno. e tuttavia, la conclusione non affonda nel nero, ma al contrario eleva un ultima speranza:

" Dans ton ìile, ò Venus! Je n'ai trouvé debout / Qu'un gibet symbolique où pendait mon image... / Ah! Seigneur! Donnez-moi la force et le courage / De Contempler mon coeur et mon corps sans dégoùt!"

e' una volontà estrema, potente, gravida di una poesia antica e terribilmente vera, la stessa che sempre mi sforzo di trovare nelle piccole come nelle grandi cose. a lungo mi sono interrogato sul motivo di questa mia cerca. senza dubbio non è scevra dalla mia ben nota vanità, ma vi è dell'altro. Non avrei mai ritrovato questi versi (ritrovato, sì... perchè li divorai anni fà, ma allora non v'era motivo per tenerli a mente...), nè ci avrei perduto del tempo sopra, se non fosse stato per quello che io ineluttabilmente amo definire il caso. le mie giornate raramente scivolano via senza lasciar traccia, ma in queste ore qualcuno più o meno inconsapevolmente si stà adoperano alacremente onde la traccia di cui sopra si tramuti in indelebile solco. scavato con una libertà che non conoscevo, ricalcato nella mia carne più che nel mio cranio... l'uomo non ha una fine. o almeno, non io. nel momento in cui credo di aver capito, di aver classificato, con cura e fatica, ogni più piccolo anfratto di me stesso, sempre giunge l'attimo in cui capisco di aver dimenticato qualcosa. e qui, è il mirto. Ii respiro che muta in ringhio, gli occhi velati da un manto nerastro che esige soddisfazione, la vera essenza di me stesso, l'animale, ciò che questi tempi vorrebbero farmi dimenticare che sono, che vivo, che assolutamente voglio. vi è una parte di me che rifugge la seta con ogni sua fibra. dapprima pensai che in qualche modo io mi stessi allontanando da quella devozione al bello, alla poesia, la quale fedeltà mi piacerebbe al contrario mai abbandonare o dimenticare, ma infine credo di aver compreso. vi è poesia anche nel mirto, sebbene assai differente dalle morbide righe che tanto apprezzo e coltivo. e ora basta. posso "contempler mon coeur et mon corps sans dégoùt" , fiero delle mie membra almeno quanto del mio spirito. e' una bella sensazione, e il merito, una volta di più, non è mio. forse per la prima volta, ho scritto non per soppesare la mia vita con sguardo critico, nè per dimenticare, nè per urlare. Questa volta, ho scritto perchè ho ancora fame.

11 dicembre, 2008

brutale ringraziamento...

h 21:42, giovedì 11 dicembre 2008. un giorno come tanti altri, un buon giorno per tirare finalmente un gran respiro. fermarsi, lasciare che il mondo segua le sue faccende per una volta senza il proprio contributo, abbracciando la lentezza senza conceder sguardo al fibrillante svolgersi delle giornate che mi hanno condotto sino a qui. alla fine, ce l'ho fatta. mi sono smezzato in due tocchi differenti, e ciascuno dei due ha fatto la sua parte. incredibile, quasi non me ne capacito. da dove venga questa assoluta determinazione, non lo sò. sò che la soddisfazione è tanta, e che finalmente posso arrogarmi il lusso di sorridere davvero, il cranio sgombro dalla consueta, ritorta massa nerastra che da mesi ormai tediava il mio io. oggi ho anche ricevuto parte della borsa di studio... altro sorriso, altra esultanza. ho sudato come un cane, ho rinunciato a tante, forse troppe cose, ed in effetti molte non torneranno, perchè ogni cosa ha un suo prezzo, e l'onestà conta poco: prima o poi, bisogna pagare. perciò mi ritrovo a dire il vero in una situazione che non mi è affatto nuova, ma che sempre mi inquieta non poco: la netta, precisa consapevolezza di essere una persona estremamente fortunata. mi piego, mi adatto, scarto quà e là, a volte perdo qualche pezzo per strada, digrigno i denti dalla sforzo, ma poi, orca la miseria ladra, finisco il puzzle. sempre. e sono spaventato, credetemi, perchè mi sento come in debito verso il grande burattinaio, e ringraziare non credo possa risultare abbastanza. intorno a me la gente stà di merda. di merda, non sorride, se lo fà è un qualcosa di orribilmente triste, grigio, senza speranza, appassito. ecco, sì, mi guardo intorno e mi sembra di ritrovarmi in una vecchia serra, maltenuta alcova dove il tempo ha vinto da mesi, e nulla più sopravvive nel suo verdeggiante essere. vorrei prendere fiato sul serio, ora, scalzare dal cervello questa montagna di formulone e fuggire verso le montagne vere... cristo, quanto mi mancano. eppure, vivere così non concede grande libertà. di certo non mi lamento (come potrei), ma non sono nato per poi, arrivato ad un certo punto, sentirmi finalmente in pace con me stesso e poter dire "ok, ora sono arrivato, è finita". lo dirò una sola volta, e non è detto che in quel frangente io conservi abbastanza fiato. insomma, non sono fatto per stare fermo, per restare seduto, per osservare con occhio spento la quotidianeità divorare la mie ore. e proprio ora, pare che una seconda volta qualcheduno si sia preso la briga di strapparmi dal volto la mia consueta maschera da vecchio giullare.




e senza urlare, senza pretese, ennesima, inconcebile dimostrazione del fatto che davvero chi muove la mie fila deve volermi un gran bene. basta così, suvvia. la stanchezza meriterebbe ascolto, ma se esiste un motivo per vegliare... ebbene, non ho mai mancato all'istinto. perchè in fondo, questo siamo davvero. forse sepolto, mortalmente schiacciato dall'umana quiete, dalla misera banalità, giace in noi un animalesco consiglio, incapace di stillar lentamente coscienziose perle, e tuttavia barbaro latore di verità, sincero vessillo di noi sognatori. non è semplice all'altrui volontà scavare così in fondo... la mente altrui è uno specchio, infido, crudele, senza appello, e spesso la paura di naufragare in quel mare senza orizzonte ci uccide e ci snatura. pure, non per questo bisogna rinunciare. non per poi dover subire l'atroce dolore di voltarsi indietro al lancinante monito di non aver tentato.

03 dicembre, 2008

in memoria dei tempi andati...

precisamente. serenamente confinato in questi pochi metri cubi che hanno visto la mia esistenza crescere, scrivo. il perche', per una volta, e' uno solo, ed e' caratterizzato da una semplicita' aberrante. e' un tributo. un nostalgico tributo al tempo in cui questa condizione non era una scelta, ma un obbligo. si dormiva qui, con la testa sulla scrivania, i piedi che scalciavano la tastiera per terra, le braccia che alla fine, anche se nessuno di noi lo ha mai ammesso, cercavano la vagamente confortante massa del monitor. pazzi? io credo di no. c'era un motivo. ed ora? pure, io credo, e se mi sbaglio, non mi importa poi piu' di tanto, vi diro'. mi manca una certa persona, e non di donna (may I have an alleluja?) si tratta, bensi' di vecchio amico. e' in suo onore che mi accingo, seppur parzialmente, a rivivere questa notte.




non so' trovare una motivazione anche minimamente razionale. so' unicamente che e' giusto cosi', che e' tempo. in fondo, questo disordinato insieme di libroni e processori, e' la mia casa, quella vera. e' qui che le mie fatiche si consumano, e' qui che le mie speranze vivono. qui ho subito delusioni senza nome, e ho esultato a seguito di piccole eppure immense vittorie. e anche questo spazio, dunque, esige la sua parte, ed io in questa notte cedero' al suo richiamo, senza rimpianti ne' rimorsi, privo di muller turgau e di labirintiche tresche intrecciate a spese altrui, eppur profondamente in pace. un abbraccio. e buonanotte. 'notte, zip. I miss ya.

28 novembre, 2008

Efesto

non è nottata da sprecare in fronzolute introduzioni, indi andrò a ricalcare senza indugio alcuno una peraltro piuttosto celebre serie di frasi certo non nuova ma che tempo (tanto tempo) fa davvero mi diede non poco da pensare. un affacendarsi di timide rimembranze che solo ora ha preso forma in me, come fenice possente si è levata dal mio stanco io, gridando ineluttabile giustizia, smuovendo la mia nave dalla secca con mano maestra ed ineluttabile.

Per ogni cosa c`è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.
C`è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace.


no... non è così. esiste un unico tempo. uno solo. e c'è dell'altro. è il nostro tempo. è il nostro, ed il nostro soltanto, ci appartiene, e non è borghese privilegio, ma sanguinante golgota nelle fauci di questa nostra esistenza. perchè non ne avremo un altro, non potremo barattarlo nemmeno con noi stessi, quando il grande burattinaio tirerà i nostri fili un'ultima volta, levandoci di peso da questo strano palcoscenico come vecchi oggetti di scena, anacronistiche didascalie di un copione già scritto. perchè? perchè ne abbiamo uno solo, e non possiamo pensare che vivremo un tempo per tacere ed uno per parlare, un tempo per amare o per odiare... non possiamo sederci ed aspettare che arrivi un 'altro tempo, quello giusto, quello ad hoc. abbiamo solo il tempo per nascere e per morire, ed è l'unico che ci spetta, anche se quando abbiamo firmato il contratto col padre eterno con tutta probabilità eravamo sbronzi. e allora? e allora viverlo, questo tempo, stringerlo fra le mani non come se le nostre dita stessero sfiorando la pelle di una donna, ma al contrario afferrarlo senza appello, come il pescatore inchioda la preda per poi spaccarle il cranio. dobbiamo abbandonare pantofole e black russian, e piantarla di attendere rotolandoci nella nostra pigrizia come scrofe nel fango, per poi vestire i panni -orrendamente sporchi, ma profondamente degni- di ancestrale fabbro, e forgiare rabbiosi ciò che ci passa attorno, per vivere il domani nella consapevolezza di aver contribuito a quest'ultimo in larga misura. dormirò, ora, spaccato da una Milano che non mi appartiene, boccheggiante, senza il vento delle mie montagne, tristemente chiuso tra queste vie grigiastre come lupo in gabbia, qui dove la poesia và cercata con pazienza, ed assume toni che faticano a divenire arte nel mio ego. pure, seguito nei miei intenti, e mai per inerzia, mai per rassegnazione, fieramente adeso all'ancora della speranza grazie a quell'impareggiabile, genuino collante che è il sudore. perchè il fabbro non stà seduto a picchiettare indeciso sul metallo, ma faticosamente curvo sull'incudine assesta sapienti eppur feroci percosse a ciò di cui invero può arrogarsi il diritto di definirsi il reale creatore. Fuggite Apollo, non consacratevi a Bacco. reinventatevi come novello Efesto, e allora, unicamente allora respirerete l'aria che si conviene a chi non dedica unicamente stupite occhiate alla nera coltre del cielo, ma contro di esso bestemmia ardito, forte della propria vera libertà.


21 novembre, 2008

pulizie invernali...

eh sì. ogni tanto bisogna anche fare un pò di ordine. e siccome avrei da scrivere tante, troppe cosaccie (che ancora hanno da attendere tempi opportuni), allora ne approfitto per disfarmi di qualche bozza più o meno antica. che male non fà, suvvia. in effetti, fà quasi sorridere. ciò che sarà, invece... mah. devo avere pazienza. poi, in ogni caso, urlerò. per ora, mi limito a qualche vecchia riga scartabellata quà e là. senza date. chi mi conosce, saprà incastrare tutti i pezzi al posto giusto.



mezza solitudine...

yep. lunedì prossimo ultimo esame, poi finisco la tesi, poi mi laureo. se tutto va bene. conclusione di tre anni duri, davvero duri. si sono rivelati tali non solo a causa mia, ma non mi lamento. affatto. ora sono quasi in cima alla collina, con un nuovo anno davanti, e con poca roba intorno. a dire il vero, la solitudine per un fisico teorico non è malaccio. pensare, pensare, pensare. siamo questo. addestrati ad individuare un problema, capirlo nel profondo, elaborarne la risposta, concretizzarla, verificarla, e poi individuare un problema nuovo. molto dinamico, molta soddisfazione. il resto del mondo esiste appena, in effetti. le ore scorrono e l'unica cosa fissa sei te stesso, più i tuoi neuroni al lavoro. chiaro però che non siamo macchine. quando stacchiamo la spina (anche se non sempre ci riesce...) vogliamo urlare, ballare, giocare, divertirci, trincare... ma il resto del mondo viaggia a un ritmo diverso. più lento. ma paradossalmente siamo proprio noi a rimanere indietro, perchè vivere richiede tempo, e noi, non ne abbiamo. vittimismo? no, io non lo credo. non ora, non dopo mesi senza fermarsi mai. berremo noi un vino più buono di altri, a fine pasto? vedremo. ora rimango io, e ancora io. egoismo senza fine, ma non è semplice capire. l'ho scelto, come tante cose non consapevole di dove sarei andato a finire. ma la strada giusta è sempre quella in salita, e qui io di discese non ne vedo. buon segno. peccato dover camminare da soli, ma forse è destino [...]



in gran spolvero...

ma sul serio. una delle mille cose che mi rende insonne (in senso figurato, sia chiaro, in realtà me la ronfo come un ghiro sempre e comunque... la stanchezza non è una opinione...) è che passo parecchio tempo, diciamo pure troppo, a lamentarmi delle mille cosacce più o meno importanti che nella mia esistenza non vanno perfettamente al loro posto. sì, cazzo, ma se tralasciamo alcune eccezioni (che ci sono, perchè ci sono, boia mondo...), sono dettagli. la verità [...]



scarpe...

scarpe. utili e/o fighe. ciliegia d'eccezione sulla eccitante torta del vestito nuovo. oppure irritante gesto di mattutina noia tra il lavarsi i denti e il pullman che arriva. o ancora, ed è questo che per questa sera mi interessa, sudice portatrici di ricordi più o meno lontani. in linea di massima il sottoscritto non ha una gran cura delle cose. diciamo pure che sono un disastro. è uno dei miei mille difetti, ed anche uno dei più radicati. posso essere ordinato per un giorno, una settimana, un mese massimo, poi ripiombo inesorabilmente nel caos. comunque. questa sera ero talmente nervoso da non riuscire a star fermo. capita, quando il weekend che avevi in mente, l'unico da qui a non si sà quando in cui avevi la possibilità di farti un pò gli affaracci tuoi, si trasforma in due giorni di studio forzato. beh, niente lacrimoni, me la sono cercata a forza di bagordi notturni, quindi alè e zitti, si lavora, e poi, che diamine, ne verranno altri di weekend, giusto? e allora, quando sono nervoso la soluzione è sfiancarmi alla grande. inforcati i gloriosi pantaloncini del magenta basket, quelli che se quando l'allenatore mi beccherà mi userà come palla, buttata sù la altrettanto gloriosa [...]



orgoglio (e non pregiudizio)...

questa sera ero eccezionale, con il mio nuovo cappotto, e la sciarpa, e tutto il resto, ma in realtà ho dormicchiato tutto il tempo su un altrui divano, peraltro freddo assai. sembrare usciti da un film non serve a nulla se hai dormito poco, non ci sono cazzi. sono stanco. ma ora, sepolto vivo dalla coperta, scrivo. mi guardo intorno. mio fratello che dorme, quel maledetto cazzone, che ho tirato fuori a forza dal nero, si è fatto ripescare come un tonno, e meno male. vestiti ovunque, ma davvero ovunque, sparsi per terra, sulla lampada, nel letto, sugli scaffali della libreria, sul pc... tra chitarre e libroni, qualcuno sporco di magnesite, un altro con una strisciata di terra allucinante. un incubo. mia madre ultimamente si rifiuta di entrare in questa stanza, e non è ch'io possa dargli torto. è un disatro, un gran casino... un pò come il sottoscritto, e devo ammettere che la cosa non mi dispiace affatto. ingarbugliato, ma dinamico. mai completamente sereno, mai davvero in pace, ma sempre alla ricerca, sempre teso. teso verso l'alto. la testa che lavora veloce, avvezzo ormai all'improvvisazione, perenne. A volte mi sembra di venir trascinato di forza su un palco di un locale con una chitarra in mano, con il proprietario che ti dice "suona, stronzo". ma io suono, anche se a volte ci azzecco e a volte meno, questo non lo metto in dubbio... tra due giorni è natale. ovvio che ne ho perso il profumo, l'atmosfera, ma forse non del tutto. anche se quest'anno, con il prof. che mi violenta di hamiltoniane via mail, e il campo dei marmocchi da preparare, e un sacco di altra merda tra le mani ed in testa... beh, questo natale rischierebbe di diventare un giorno come altri. magarì accadrà proprio così, non lo sò. ho appena dato un occhio al malefico cellulare, croce hi-tech della moderna ansia, e ho trovato parecchia roba. l'sms sviluppa l'intuito e la fantasia di chi legge, ne sono convinto, al pari di quanto amplifica la capacità di sintesi di chi scrive. diventeremo una massa di persone efficaci e precise. perderemo il gusto di perderci, me lo sento. comunque. ho trovato parole, un sacco di parole. alcune dolci, altre dure, altre davvero nere, tristi, alcune sono urla, addirittura. per colpa mia, temo. ad alcune cose porrò rimedio, infine, anzi, sono già a buon punto. altre rimarranno lì, invece, che io lo voglia o meno. certo è, ed è per questo che questa notte scrivo, per questo che anche stanotte ringrazio il grande burattinaio, che sono orgoglioso di guardarmi allo specchio, e sentire di avere qualcosa da dire. orgoglioso di aver lasciato il segno, anche se a volte solo graffiando, e per causa di quei graffi mi morderò la lingua per sempre fino a sentire in bocca il sapore del sangue, e ancora non basterà, perchè la coerenza è il ricordarsi dove abbiamo sbagliato e perchè, ed evitare di concedere un bis alla platea attonita. un pò confuso, senza dubbio. a quest'ora e dopo quest'alcool le parole escono da sole, e sono tante, alcune sono solo fronzoli, ma che importa? nonostante la sgradevole sensazione che queste nuvolacce nasconderanno le mie lune ancora per molte notti a venire, non fa nulla. credo che l'importante sia sentirsi sereni quando si arriva alla fine della giornata. per me, oggi è così, anche grazie a parecchie persone che sempre, costantemente, mi offrono una spalla, nonostante la mia pigrizia. a loro va un abbraccio grande come una montagna. a me va invece augurata una buona notte. lo hanno fatto quattro persone diverse nell' ultima ora, tutte a parecchi kilometrini di distanza. incredibile. cosa faccio per meritarmi tutto questo? perchè proprio io? vero è che ne pago il prezzo, e spesso risulta salato assai, ve lo garantisco. solo, incasinato, non esente dal voler sfogare sulla roccia un pò di cose che in me ancora non capisco. ma c'è tempo. per ora, grazie. rocce e chitarre, palcoscenico e vento in faccia. difficile volere di più. difficile non esserne orgoglioso. impossibile non sghignazzare crudele alle spalle di chi vanta molto meno. vanità, senza dubbio, ma conquistata passo passo. il resto, cari signori, mancia. il resto, mancia [...]



hacking...

siamo al termine della grande frenesia, del "grande tremito", citando quel libro così solare che è "L'isola dei Gabbiani", uno di quei pochi che rileggo sempre volentieri quando si avvicina quella che almeno in linea teorica dovrebbe essere la vacanza. quest'anno, và un pò meglio dell'anno scorso, o almeno, per certi punti di vista è così. l'anno scorso ero invasato causa tesi, ma d'altro canto ero ben conscio di dove e come sarei arrivato a destinazione. questo giro, invece, le cose sono andate diversamente. tecnicamente [...]


e buonanotte, signori. ancora una volta, parlo in silenzio, e scrivo senza inchiostro. perchè non è tempo, non ancora. non ancora...










04 novembre, 2008

le ali del gigante...

L'albatro

Per dilettarsi, sovente, le ciurme
catturano degli àlbatri, marini
grandi uccelli, che seguono, indolenti
compagni di viaggio, il bastimento
che scivolando va su amari abissi.

E li hanno appena sulla tolda posti
che questi re dell'azzurro abbandonano,
inetti e vergognosi, ai loro fianchi
miseramente, come remi, inerti
le candide e grandi ali.

Com'è goffo e imbelle
questo alato viaggiatore!
Lui, poco fa sì bello, com'è brutto
e comico!

Qualcuno con la pipa
il becco qui gli stuzzica; là un altro
l'infermo che volava, zoppicando
scimmieggia.

Come il principe dei nembi
è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,
si ride dell'arciere: ma esiliato
sulla terra, fra scherni, camminare
non può per le sue ali di gigante.


per una volta, non è roba mia, e si vede. è il grande Baudelaire, a stonare questa tarda ora, macabro rintocco di nera campana entro il nostro stanco cranio. a dire il vero, si tratta di un ripiego. è parecchio che non scrivo, che non metto insieme qualche verso, che mi sforzo di poetare almeno un pochino. non che il mondo ne sia afflitto, ma io sì. mi inquieta. mi fà venire il dubbio che forse non ho più molto da dire, nè al prossimo nè, ed è qui il punto, a me stesso. sarà Milano. ieri ho trascorso qualche ora immerso nel verde, quello vero, non l'aborto di un filare striminzito cacciato a forza nell'asfalto, ma al contrario un fronzuto insieme di colori fantastici, una tela rossastra incastonata nell'umida cornice del lago, acquosa sentinella che pareva stendere su di me una mano di donna, tanto mi cullava. pioveva, ma anche il cielo pareva mostrar un che di rispetto, centellinando un minuto pianto sul mio corpo immobile, sepolto tra le foglie, inchiodato alla verità e alla bellezza. mi mancano le mie montagne. qui non respiro. ci provo, ma non ci riesco, ovunque mi trovo sento che la mia fibra si ribella. ma ho ancora il tempo che mi serve, il tempo per vivere, il tempo per trovare la poesia in ciò che mi circonda, anche se tremendamente grigio, orribilmente indeciso, infermo, timido, incerto. ma il timoniere nella tempesta non può fare altro che indovinare una rotta, giusta o sbagliata che sia, e governar sperando in quest'ultima nella fievole speranza che il mare gliela mandi buona. ci sono un pò di cosacce che sembrano far le veci di quei marinai irrespettosi che citava il bardo, ma in fin dei conti non mi lamento affatto. alle volte, tuttavia, davvero mi sembra di ritrovarmi sul ponte di un antico veliero, imbelle ed inutile, capace eppur costretto. e in quelle sere avverto chiaramente le beffe della ciurma, al pari della rabbia che entro mi monta. non mi reputo certo il principe dei nembi, eppure spesso allargo le braccia per poi richiuderle sul nulla, come ad abbracciare il vuoto. non più qualcosa che ho perduto, ne un qualcosa che non ho, non saprei, davvero. sono cambiato davvero così tanto da non trovare ciò in cui credevo? io vorrei sbagliarmi. le giornate scorrono come l'acqua d'estate, veloce, scivola tra le rocce di un giovane torrente. lasciano traccia, scavano, pretendono un ricordo, spesso lo ottengono. ma viviamo il presente nella speranza di ciò che sarà, ed io questo fatico a ricordarmelo. basta così. avrei ben altro da urlare, che non meramente commentare il pur splendido favellare del maledetto saggio. ma dovrò aspettare, forse rinunciare, memore del lento battito d'ala del re dei cieli, impeccabile, saggio e maestoso, che nulla affretta e men che meno niente trascura. un ego che davvero mi piacerebbe poter ritrovare in me stesso, al mattino, quando alzo il culo dal letto e mi avvio ad affrontare la giornata, scarso giacobino nel milanese divenire. non è così, non ancora, ma non ho perduto la speranza, quella no. vedo la città che mi scorre intorno, penso alla roccia e al vento, e sorrido, perchè sono terribilmente fortunato. è vero, alle volte mi fermo, quelle volte che la giornata sembra condensarsi nel mio animo fino a farmi male, quasi ad esigere una risposta. l'occhio insicuro, un vento strano entro il mio io, in quegli attimi veglio altrove, rivelando a coloro che invero sanno andare al di là della mera superficie, un lato quasi clinico del mio forse troppo crudelmente cangiante essere. antico buffone di corte come efferato cortigiano, grezzo forestiero ricoperto di vecchie pelli eppur mellifluo politicante all'occasione. ma vi è chi ha saputo rinchiudere tutto questo senza pietà alcuna, in silenzio, con l'unico aiuto di un'arte che non mi appartiene, che mortalmente invidio e che non posso fare a meno di ammirare.






un monito. a ciò che sono, a ciò che mai dovrei dimenticare. una goccia lieve in questo mare, tintinna senza far rumore al di sopra dell'ingannevole eco della vanità, a ricamar sincerità, l'unica verità che valga la pena di rispettare in questi tempi così strani, nei quali mi sembra che ogni mio gesto abbia da trovare il proprio destino rovinando verso il suolo dall'affilato profilo di una grande ala, la stessa, ineluttabile catena che condanna tanto me stesso quanto il re dei cieli, il quale invero


"esiliato sulla terra, fra scherni,
camminare non può per le sue ali di gigante.
"


buonanotte...

22 ottobre, 2008

yellow

yellow. o almeno, così c'è scritto sul dorso della mia mano destra, labile marchio di una nottata persa. paurosamente sobrio, mi affido al mio ego, onde riportar quanto mai avrei dovuto dimenticare. sono un eccellente peccatore, non vi è dubbio. sono orribilmente stanco. non riesco a chiudere i pugni, ma di questo sono felice, significa che stò lavorando su me stesso nel migliore dei modi, almeno per quanto riguarda la roccia. non riesco a stendere le dita dei piedi, dopo ore trascorse in questa odiata città, un passo dopo l'altro, senza meta, senza ricordo, per inerzia, senza volerlo. non sprecherò parole, non dopo aver sentito goccia su goccia il nero delle vie colarmi addosso come pioggia di inverno. devo solamente scolpire un monito ovvio.

non appartieni a tutto questo, idiota. appartieni a te stesso, al silenzio, alla roccia, al ticchettio della rugiada tra le felci, all'aspra carezza della roccia gelida, all'incrociar le gambe nei prati, al riempir la pipa mentre tutto tace, al profumo dei boschi. appartieni a te stesso, quello vero, quello solo, che non ha bisogno della sua vanità, senza maschere addosso, inflessibile e cocciuto, sincero fino alla morte. non appartieni al palcoscenico, non appartieni al sorriso inutile, non appartieni al dover guardarsi con orrore mentre si agisce, dal di fuori. vittima della giusta criticità, appartieni alla semplicità e alle piccole cose, al sudore e alla salita. non scordarlo. mai. puoi ancora essere attore per qualche ora, certo. ma a che prezzo?



non c'è bisogno di pregar nessuno. nessuno. ogni passo che compio lungo il mio cammino mi rende più consapevole del fatto che noi soli decidiamo dove posar calcagno. e alle volte, chiudiamo gli occhi pur di non vedere che stiamo per pestare una merda, perfettamente consapevoli eppure mostruosamente ignavi. efferata generazione, avvolta dal superfluo ed incapace di vedere al di là della scorza. per poi sgretolarsi senza fare rumore, inutile come è arrivata. rimpiango il carpino, la forza, la tenacia, la franchezza. di lui in me permane un'ombra, e nulla più. ma non dispero. non smetterò mai di sperare, nella testarda aspettativa di giungere alla fine sorridendo, chiudendo gli occhi come se dovessi vedere un nuovo mattino.

17 ottobre, 2008

fazzolettone al collo...

Lettera per la Co.Ca.

Ziano di Fiemme, 12 Agosto 2008, ore 20:07

Se dò una occhiata là fuori, mi ritrovo immerso nel panorama che più di ogni altro ricerco ed ammiro. Se invece evito di dirigere il mio sguardo al di là del vetro... beh, a dire il vero è lo stesso. L'ombra di un sorriso, ora, a simboleggiare la consapevolezza di aver imparato a sognare, e di non aver dimenticato come si fà. E' una bella sensazione, una delle tante, tantissime altre che ho la fortuna di vivere grazie al lavoro altrui. In questo caso, grazie al sudore delle molte persone che, maniche della camicia ben rimboccate e fazzolettone al collo, hanno speso il loro tempo ed il loro impegno nei miei confronti. Alcune non si trovano in questa stanza, ma altre sì, e di conseguenza, adesso che si avvicina l'ora di un lungo arrivederci, a voi io desidero arrivi deciso e fiero il mio ringraziamento. Gli assenti, in parte capiranno, in parte no, ma che importa?

Più o meno comicamente, mi sono ritrovato a rigirar su me stesso le riflessioni, le domande, le provocazioni, che in toni differenti ho proposto ai ragazzi e alle ragazze i quali solo qualche settimana fà hanno salutato il reparto. Dopo tutto, la luce nei loro occhi è simile a quella che vedete nei miei. Meno matura, meno consapevole? Io non lo credo. Quando un qualcosa finisce -ed un altro qualcosa prende forma, ovvio, non ce lo hanno forse ripetuto in mille lingue e momenti diversi?- ci si riscopre piuttosto inermi, in fin dei conti. Ma ecco cosa si può fare onde non rendere inutile la situazione in cui si versa.

Prima di tutto, il realizzare cosa abbiamo perduto. Questo a me vien bene, la mia vena malinconica è sempre bella arzilla, ma d'altro canto non c'è bisogno ch'io mi dilunghi, il mio vittimismo è ben noto ad alcuni di voi, ed è secondo forse soltanto alla mia vanità, la stessa che mi impedisce così spesso di privilegiare la forma al contenuto. Ogni cosa ch'io stò perdendo, voi l'avete vissuta parimenti, con o senza di me al vostro fianco, forse, ma l'avete vissuta. C'è solo un dettaglio, vale a dire voi. Le persone. Voi, con il vostro umano e quindi cagiante essere, parte viva del mio io. Mano a mano, chi più chi meno, consensualmente o di soppiatto, senza remore anzichenò, son riuscito... a perdervi, direi, in un certo senso, e qui mi appello alla vostra capacità di intendere e di non fraintendere. Sepolto nel mio egoismo, nella mia fasulla disciplina, come velo di seta che si stacca senza suono alcuno dalla pelle di una donna, vi ho lasciati andare. Il mio sorriso è differente, me ne rendo conto, da quello di qualche anno fà. Sono diventato una persona coriacea, inflessibile, precisa, affilata. Ma peggiore. Penso molto più in fretta, ma sorrido molto meno, e quando capita ne godo non a sufficienza, poichè penso molto più a me stesso che agli altri, e questo non è scout, così come non è scout molto altro sul quale ancora dovrei lavorare.

E vorrei, badate. La tentazione di ributtarmi in gioco è grande, non lo nego, specie ora che il ricordo del campo estivo affiora ancor nitido tra relitti e rimembranze più o meno grigie. Non è facile chiudere la porta in faccia a tutto quello che è stato. Nemmeno sono in grado di esmeplificare, non basterebbero foto, ricordi, scritti... è troppo, è raccogliere l'acqua con una forchetta. Ma è una scelta già presa. Non mi aspetto venga condivisa, ne peraltro considerata. Alcuni vanno, altri vengono, ed io sono solo uno di quelli, nulla più. Vero è, che molto ho perduto, e molto ancora perderò. Vorrei promettere a me stesso di tenermi stretto tutto quello che ho, ma ho imparato che più che promettere, è meglio darsi da fare. Vedremo se senza il fischietto al collo saprò mettermi in gioco con quello stile che ci contraddistingue, e del quale vado fiero sin dai giorni in cui uscivo in uniforme più o meno perfetta di fronte alla dozzina di tamarri di paese che aspettavan solo quel momento. Sono davvero orgoglioso di aver giocato in questo gioco, e spero di riuscire a muovere qualche carroarmatino qua e là di tanto in tanto, da dietro le quinte, magari, come il fratellino di quello che gioca a risiko con gli amici. Una cosa così.



Poi, il tirar le fila, ovvero il capire se ne è valsa la pena. Qui di dubbi non ve ne sono. Certo che ne è valsa la pena, in primo luogo per me stesso. Avete tirato fuori il mio celeberrimo 5%, avete valorizzato ciò che c'è in me di buono. Molti momenti che ricordo con piacere, per i quali sentivo di essere una persona migliore, li devo a questo strano gioco, e li devo a voi. Ho ringraziato a lungo, ringrazio tutt'ora, e sono certo che ringrazierò assai anche in futuro il Signore per avermi concesso di vivere questa avventura. Bella, bellissima, indimenticabile. E' una grande fortuna, anche se a volte me ne sono scordato, ma a ricordarmelo sono arrivati più spesso di quanto meritassi una lunga serie di sorrisi da parte di quelli che sò che non dovrei chiamare "i miei ragazzi", ma per questa volta concedetemelo. Sono cresciuti, ed io con loro, e la timida consapevolezza di essere stato utile a qualcuno mi piace, mi fà sentire bene.

Ed infine il guardare avanti. Non sò che sarà di me, ma di sogni ne ho tanti, di speranza pure, ed è buffo che oggi come quando prendetti la partenza, io mi ritrovi fermamente convinto del fatto che dovunque io vada a finire, il Signore mi guiderà dalla parte giusta. Basta così, vi ho tediato non poco. Salterò a piè pari il consueto grazie personalizzato, non perchè sia in qualche modo fanciullesco, sia chiaro, ma solo perchè non ve ne è lo spazio, ed inoltre forse non ce ne è bisogno. Mi conoscete, vi conosco, non del tutto ma quanto basta. Al vostro fianco ho sorriso, ho cantato, ho pianto, ho amato, addirittura. In altri termini, ho vissuto. Ciascuno ha fatto al sua parte, e molte non avranno una degna ricompensa. Avrei molto da farmi perdonare rispetto ad ogniuno di voi, specie per come ho lavorato e vi ho trattati in questo ultimo anno. Mi dispiace. Avrei potuto fare 100, e fatto 50. Ancora non mi è ben chiaro il motivo, certamente ne è palese l'effetto. Chiedo il vostro perdono, ed un vostro augurio, temo che mi serviranno entrambi.

Ora, lascerò cader la penna per imbracciar la pipa, perchè nulla come quest'aria, gelida eppur così familiare, riesce nell'intento di accantonare ogni cosa. Per la notte che sarà, sepolto dal profumo dei pini, avvolto nell'ombra di queste rocce, inchiodato dal silenzio che ogni cosa porta via, solo come solo desideravo ritrovarmi da tempo, in pace come in pace desideravo ritrovarmi da tempo, lascerò che questi lunghi anni vadano a posarsi più o meno lievi nel mutevole mare del ricordo.

Non vi mando abbracci, ne baci, ne auguri, ne altro. Non vi serve.

Solo,

Buona Strada

gabriele

03 ottobre, 2008

semplicità

alle volte, l'ineluttabile caos quotidiano mi arriva sino alla gola; quasi mi sembra di poterlo vedere, un pacato ma inflessibile avanzare di una nera, oleosa marea, dai miei piedi sino al cranio. ma non vi è oblio al termine di questa efferata avanzata, non ci si può nemmen concedere la meritata pace degli sconfitti, semplicemente ci si limita a scuotere piano la testa, mentre lo sguardo infine cede all'interminabile vorticare che trapunta tanto il presente quanto, e questo è il problema, il futuro. il passato no, nel migliore dei casi svolge il ruolo della tartina prima dell'abbuffata. può portare un sorriso o regalare una lacrima, ma viviamo mentre le lancette ticchettano in avanti, non indietro, e questo purtroppo o per fortuna, fà una certa differenza. insomma, non negherò che questo mio novello vivere milanese, presenta non poco grigiume da dover arginare, il che d'altro canto si sposa perfettamente con la mia ormai consolidata, pericolosissima indole -a mezza via tra il lunatico e il folle, oserei affermare a questo punto-. ma il grande burattinaio presta attenzione al buffo spettacolo più spesso di quanto si creda, concedendo magari una qualche pigra occhiata quà e là, senza fretta, un contentino alle volte non sufficiente a rialzare chi è caduto, ma magari più che gradito da quelli che ancora levano alto il proprio vessillo al di sopra di un albero maestro spezzato. nel pieno rispetto del carpe diem, dunque, quando la franchezza concretizzata in bionda persona butta sul tavolo degli impegni una vinaiola proposta, ecco che il sottoscritto non molla l'osso ma al contrario batte le mani e sgrana un gran sorriso. pronti via a vendemmiar, dunque, sveglia milanese, lotta contro l'ATM, solito inutile anticipo da signore che mi permette di girare tutti i bar del paesino di lei, ingerendo un quantitativo di caffè sufficente ad affrontare una milano-lecce su una lambretta. e invece no, nemmeno troppo imbullonati su una specie di plasticoso giocattolino che dovrebbe essere un auto, si prende e si parte, giungendo, previo cinema dell'odiato navigatore -moderno flagello di noi antichi viandanti, ancor convinti della bellezza del sapersi perdere ma non certo su consiglio di una scatoletta nera e perdipiù parlante- nell'amena cornice dell'oltrepò pavese. alcuni di voi mi conoscono, non sono uomo da collina. poichè negli estremi risiede prevalentemente il bello, anelo la roccia e l'alta quota, il gelo del silenzio assoluto ed il fiammante calare del sole tra le nubi dei 3000, non certo la pacata, bitorzoluta distesa di verdeggianti ponfi che costituisce il piacentino e dintorni. tuttavia, anche nel timido su e giù davanti ai miei occhi, si intravede tra le righe una sorta di poesia, piccola, senza sbuffi ne porpora, eppur potente ed allegra.



come anatroccolo nel pollaio, allora, subito al lavoro, ridendo molto e sudando molto meno, cesoia da giardiniere nella mano inesperta, una vera vergogna se paragonata alla magistrale abilità con la quale il resto del plotone -arditi veterani perlopiù rumeni, ma anche una vera e propria rivisitazione in chiave moderna delle allegre comari di windsor sottoforma di alcune mordaci quarantenni- accumula uva su uva, faticando senza posa tra i filari. il cielo sembra un mio ritratto, indeciso e greve, a volte lascia intravedere fratello sole per poi cupo di nuovo ammantarsi, riottoso ed ingrato. tutto pare sgombro da ogni finzione, vero, reale, forse perchè davvero, come mi viene spiegato, la volontà del piccolo sovrano che regna su quei vigneti è quella di preservare e curare nel rispetto dei tempi che furono, non quella gretta modernità che impone il profitto e la continua ricerca, lo spremere fino all'osso ogni dettaglio in virtù dell'incremento dell'1% della produzione annua. insomma, la cosa mi piace, almeno quanto il mosto che con ampio gesto viene riversato all'ora di pranzo in una caraffona sporca come si deve. se al nettare di cui sopra aggiungiamo cotechino e lenticche, immaginerete come la giornata si avvii a tutta velocità verso la felicità completa, il sigillo di un vivere che mi è caro e che pure non mi è dato di perpetrare qui, libero nella mia solitudine milanese, splendida ma di certo non scevra da un modo di condurre le proprie giornate ed il proprio essere come se la nostra coscienza fosse un consiglio di amministrazione. ancora un pò di lavoro, ma la parola non rende, tagliare grappoli d'uva in questo contesto è ciò che di più lontano dal lavoro esiste, per poi inforcare la mini e perdersi nella milano delle 18:30, fatale errore da vero novellino quale in effetti sono. poi, cena e festa, e ancora vino, ma quello strano, fortissimo odore di uva e di mosto non se ne vuole andare dalle mie mani nemmeno dopo una docciona a temperature turche, ed io a dirla tutta vorrei che mi rimanesse addosso ancora a lungo, indelebile ricordo del fatto che prima di essere in grado di valutare la metrica integrale di ordine due sugli spazi di Banach, ero e vorrei rimanere l'uomo di roccia e foresta che ogni anno mi lascio alle spalle tornando dalle mie montagne. per mia immensa fortuna, alcune persone con le quali mi ritengo onorato di poter condividere parte delle mie giornate, riescono nella non facile impresa di riportarmi alla mente tutto questo. a loro và un grazie davvero grande. a me, rimane ancora un'ombra, un'idea di quel marchio profumato sul dorso della mancina, ma forse sono io a sognare, nulla di più. e in fondo, ditemi, che male c'è?

10 settembre, 2008

indipendenza

così è. sognata, sperata, graffiata, conquistata, giunge secca e senza preamboli quella indipendenza che tanto volevo. milano, dedalo di uomini e donne, labirinto, prigione. così lontana dalla roccia delle mie montagne, così vicina ad un sottile lato di me stesso che avevo fino ad ora accuratamente evitato. così, è questo che si prova, dopotutto. essere sepolti senza appello alcuno, da un machiavellico andirivieni di umana gente, mirabile corollario di un teorema già scritto, unico lascito della temporanea eredità di noi stessi. ah, il giocar con le parole. giostrare, come antichi cavalieri in un tempo or non più sacro, a testimoniar con ferro ciò che non và salvato, a battersi, a morire, splendido davvero appare questo calvario di forma e contenuto, alimentato dalla fiamma più antica, eroso senza salvezza dal debole, dal meschino, dall'inutile. il tempo vorrebbe appartenermi, ma io lo scaccio a suon di egoismi, di forma, di sfondo, di cornice. questo è vivere?



inanellare un'ora dopo l'altra nella tenue speranza che la seguente si riveli migliore? oppure ancor peggio, ed è questo il maledetto caso, lavorar di gomito ed intento onde poi goder del proprio frutto? polvere, e nulla più, la mera, istantanea concrezione della nostra effimera esistenza, cristallizzata in una tristezza che non vuole aver limite, o cerca, lo vuole, vorrebbe essere umana ma non ci riesce fino in fondo, quello vero. così, consegnerò il mio animo stanco all'oblio, felice ma non troppo, come sempre accade, ancor perseguitato da quel sottile velo nerastro che non son capace di levarmi di dosso, turgida essenza al di sopra del mio capo. al sonno vada dunque il mio orrido pensiero, non per trovar raziocinio, ma unicamente per venir dimenticato, rimescolato, rinchiuso al di là di una porta di cui vorremmo aver le chiavi. una sola cosa lascio al lettore: la bellezza. la bellezza. la bellezza. cercatela, trovatela, nelle note di una musica antica come sulla pelle di una donna. trovatela, perchè siamo qui per questo, per il bello, per il piacere, non fine a stesso ma vero, carico, pregno, di quella assoluta consapevolezza che regna nel giusto, nel lavoratore, nel devoto. la libertà mi impone ora una preghiera maltorta. e mi rivolgo al nero. alla pece, all'inchiostro, a ciò che non ha un nome su questa terra. ebbene, non troverai vittoria. non in me. ho visto, sentito, toccato troppo per poterne uscir sconfitto. porto con me il ricordo, e mai verrà cacellato. rimembra tu, piuttosto. rimembra tu stessa, o tenebra. non mi avrai. a lungo mi tentasti, tra muschio e roccia silenziosa come nel caos del quotidiano vivere. ma sempre levai il cranio al di sopra di questo tiepido vivere. sempre. porterò con me fino alla cenere tutto questo. e tanto basti. al nero, a voi, a me stesso. buona notte.


29 agosto, 2008

corno nero

19 agosto 2008, h. 23:00

tutto è compiuto. lo zaino è pronto, pieno, zeppo, quando si parte da soli è sempre così. dovrei saperlo, ma ogni volta me lo dimentico. dovrebbe esserci tutto, o perlomeno l'essenziale, anche se quando scopri che l'unica busta di liofilizzato in tutta la valle è crema di funghi e patate vorresti morire. non importa. ironia della sorte, oggi ho avuto l'opportunità di scattare una foto della meta, da un paio di valli più avanti. un gran tocco di roccia brunita, mondo boia, ma a dire il vero è con supremo piacere che accolgo nelle mie viscere il consueto brivido della partenza.



per domani è prevista pioggia. ma non un temporale, per favore... quando si è in giro da soli in alta quota, non è bello, provare per credere... da soli. sì, è profondamente giusto. non scrivo per convincermi, sia chiaro. è un anno che attendo di poter tornare tra le mie montagne. scrivo perchè sono curioso di vedere cosa scriverò col senno di poi. l'obiettivo è chiaro. a chi mi chiede il motivo (ogni volta c'è qualcuno...), rispondo che c'è di mezzo una donna. in un certo senso, è assolutamente vero, la mia meta è ineluttabile. devo essere lì, dopodomani, anche se la cresta ovest del corno nero non la ricordano nemmeno i nonni della valle. sì, ma che potente mistura, in ciò che deve arrivare. il nome della meta è significativo già per i cavolacci suoi, ed inoltre, ho una promessa da mantenere. splendido. sà molto di quei bei tempi in cui vigevano ancora le pergamene e la ceralacca. è una poesia forte. l'armonica, d'altro canto, c'è. pronta all'uso. non così la pipa, perchè, che ci crediate oppure no, non ho i soldi nemmeno per il tabacco. d'altro canto, mi attendono tempi in cui la cinghia sarà stretta, stretta assai, indi, meglio farci l'abitudine. bagno, ora, anche se una vasca di 1.60 m per uno alto quasi mezzo metro in più, assomiglia alla peggiore delle torture. ieri il mio compagno e fratello mi ha scosso dalla quiete, come sempre. a lui un abbraccio enorme. molte saranno le bianche falene davanti al mio sguardo, a ricordare che ancora molto hai da raccontarmi... e basta, ora. tra poche ore sarò un ombra tra i pini, e nulla più. silenzio, silenzio, silenzio. già assaporo la notte che verrà, con un occhio di cui finalmente sono soddisfatto. la barba è fil di ferro, i capelli ispidi e secchi, la pelle bruciata dal sole, quello vero, non quello di chi ozia, ma di chi cammina. teso, nervoso, più tendini che altro, il cuore batte solo una volta ogni tanto, ben allenato dal "sò e zò dai slavazi", come dicon qui. la gamba c'è, la testa pure. non posso volere altro. posso solo ringraziare il burattinaio di avermi concesso l'ennesima occasione di vivere davvero. domani,domani, domani. roccia e silenzio. io. la pace, quella che non trovo da molte altre parti. un ultimo pensiero alla stella a causa della quale ho stretto questo buffo patto con il corno. parte del mio andare, le apparterrà. buonanotte...

20 agosto, h 14:00

"Partito da Ziano di Fiemme. Lunghetta, ma la gamba c'è. Questo baitino è sempre un buon punto di arrivo. E di partenza. Domani, Corno Nero. Fà già frescolino, speriamo che la nottata non sia glaciale. Un pensiero al mio vecchio, se son qui a sudare su e giù per le dolomiti, è anche merito suo. Alè! Sox"

questo è quanto ho scritto sul diario di bordo del baitino in questione. sono le due del pomeriggio, ma a dirla tutta son qui già da un pò. sono andato davvero forte. ho anche preso in considerazione l'idea di tentare la vetta questo pomeriggio, ma oggi non è il 21 agosto, no way. devo trovare un modo di lasciar qui lo zaino, però. ho dato una occhiata alla cresta, credo non sia carino portarsi dietro tutto quel peso quando giochi all'equilibrista lassù. siamo a 1900 m e passa, qui, mi son sparato i 1000 di dislivello (saliscendi esclusi...) senza colpo ferire, ma le spalle fan male, lo zaino pesa sul serio. sarà perchè mi son portato dietro "Le Nebbie di Avalon" della Bradley, un mattone consistente. d'altro canto, non potevo non farlo.

"Ad Avalon il tempo non trascorre come in un sogno. Tuttavia ha cominciato a slittare, non coincide con il tempo che passa altrove."

anche qui, statene certi. qui c'è un silenzio pazzesco, innaturale. solo adesso che messer vento si è messo in testa di incazzarsi, si sente un qualche rumore, ma nulla di più. credo che andrò a spaccar legna, ora.

20 agosto, h 19:00

l'ora della cosiddetta cena si avvicina. davanti a me, il portentoso apparato culinario faticosamente approntato. fornelletto a gas (accensione piezoelettrica, signori... questo ageggio ha visto la presa della bastiglia ma non mi ha mai tradito...), una ciotola di latta (senza dubbio appartenuta a qualche dobermann, meglio non indagare...), la malefica crema liofilizzata patate e porcini (4% di boletus edulis. no comment...) et, dulcis in fundo, una padella che secoli addietro voleva essere antiaderente la quale ho rinvenuto qui in baita insieme ad un sedicente olio di arachidi del 1978 (fù un eccellente annata per le arachidi...). lo scopo è tentare di tostare/friggere qualche fetta di pan carrè (così dice la confezione, ma per conto mio si tratta di gomma pura) onde ottenere una sorta di crostini pro-crema. staremo a vedere... la fiducia non è molta, ma fà parte del gioco. fa freddo sul serio, ora, ma non accenderò la stufa, non passa nemmeno uno spiffero qui dentro, e per quanto riguarda la voglia di sentirmi addosso il freddo della notte dei 2000... beh, c'è mezza foresta là fuori, no problem. ho anche fatto una piccola catasta di ciocchi di pino, vicino alla stufa, tanto per tenere onore alla camicia a quadri da vero taglialegna che ho addosso (se dico che la metto su da più di 10 anni qualcuno mi crede?) e, in fondo, anche a mò di servizio per quelli (uomini con le palle) che tengono in ordine stò ammasso di roccia e di legno, in vero stile scout. merda, questa era una lacrima lo sò...

20 agosto, h 21:00

niente crostini, la crema era per tre persone, dovevo finirla... fuori si gela, ma sul serio, stò vento è bastardo, ma qui dentro non è malaccio, anche se ho la lingua gonfia come un melone, l'efferata crema di cui sopra mi ha cauterizzato la quasi totalità del mio apparato digerente. scrivo al lume di una torcia che mi ha dato il mio fratellino, una di quelle che devi girar la manovella per ricaricarla... un gesto che qui ha del comico, non sò perchè ma è così. sono stanco, e ho un mal di testa boia, prima ho preso una craniata allucinante contro una trave, ma aspetterò il buio, quello vero, per andare a dormire. anche i larici sembrano d'accordo, con questi loro rami biancastri, imploranti, quasi scolpiti nel gelido andirivieni di Eolo. è quasi l'ora dell'armonica... oggi credo sia stata una di quelle giornate in cui ho pensato, in cui ho riflettuto più a lungo. curiosamente, però, buona parte del mio rimuginare non aveva il sottoscritto come protagonista. anche se settembre è vicino, e con esso... grandi numi, mi manca il fiato al solo pensiero, ma ogni boccata d'aria che respiro è qualcosa di magico. aria pulita, vera, fredda, mia. mia. non c'è nessuno nel raggio di... boh, non saprei. parecchio, questo è certo, ma d'altro canto son qui per questo. certo, non vorrei vivere così ogni giorno, temo di aver appena sognato ad occhi aperti una megafesta in cui il negroni scorre a fiumi... ma essere qui, è ciò che mi serve ora. in pochi lo hanno capito, e a loro và il mio pensiero ed il mio grazie, sincero e forte. E scrivo, scrivo, scrivo, perchè voglio raccontare, voglio poi poter rileggere che questa è la mia pace, la mia terra, la mia roccia. ogni singola goccia di resina che cola piano da quel tronco spezzato quà fuori ha un suo profumo, ed io sembro così piccolo, così dannatamente piccolo, sepolto tra due versanti di vecchia pietra, annegato nel verde così scuro della foresta, osservato ed osservatore di una vita che si dipana lenta nella notte. ma ora, stenderò il sacco a pelo, e dormirò. ho un affare da sbrigare domani... un affare alto 2500 m.

21 agosto, h 10:00


la notte è andata probabilmente più liscia rispetto ad una ronfata in un cinque stelle. ho dormito in maglietta, il mio buon vecchio sacco a pelo è un forno. prima di dormire, seduto al di fuori dalla malga, il vento che tirava rabbioso dalla mia sinistra, ho tentato di tirar fuori qualcosa dalla mia armonica, tutto imbacuccato, con anche il mio vecchio cappellone di pile che ha fatto sorridere mezzo mondo, ombra nelle ombre, bardo scadente, ma nel giusto. diciamocelo, non è che io sappia suonare l'armonica, cioè, non sul serio, non come quei mostri che ogni tanto sento suonare... ma il bello è che basta davvero poco. ed è blues, baby. oh, yeah. puoi tirar giù le stramaledette note una alla volta, piegarle che sembra di vedere piegarsi la schiena dei neri mentre tiravan su cotone, non importa quanto tu sia bravo, basta volerlo. e ci stà, oh se ci stà, fraseggiar con mala arte mentre in testa ti si accavallano mille cose, mille tempi... ragazzi, che nero. non si vedeva una beneamata mazza. e allora via, scarponi allacciati mica troppo, a pestar l'erba bagnata nell'inchiostro più truce, per sentire, per guardare, per fondersi con muschio e rugiada. mi sveglio alle 4:30 del mattino, per colpa dell'alba che non sò come si insinua fin sù nel soppalco dove mi son sistemato. mi risistemo meglio, e mi riaddormento fino alle 6:00 quando suona la sveglia. con addosso una fretta più o meno ingiustificata, impacchetto tutto e mi sparo un pane e nutella gigante, innaffiato con l'acqua della fonte ch'io son sicuro sia ghiaccio, non lo è all'atto pratico unicamente perchè è acqua corrente. ragranellato l'indispensabile (una tavoletta di milka, portafogli e macchina fotografica) zompo fuori, spaventando un capriolo che in un istante si dilegua tra gli alberi. dapprima la traccia sale tra pini schiantati e intere praterie di mirtilli, poi arriva in cresta, su e giù tra pratoni enormi, dove il sole ci prova.



a venir fuori dalle nuvole, intendo, perchè non si vede una beneamata mazza, tanto è vero che perdo pure la traccia e la riguadagno a naso solo un pratone più tardi, l'ultimo, poi manco l'erba ce la fà più e deve lasciar spazio alla roccia, bruna, venata a volte di giallo, a volte di rosso. mi imbarco sulle ultime creste, non dovrebbe mancar troppo ma è già buono se riesco a vedere dove metto i piedi. una verticale di porfido rossastro mi dice che dovremmo esserci sul serio, ed in effetti dopo un pò sbuco su una guglia che definir stretta è dir poco. una concrezione di roccia familiare, ed ecco la croce che affiora dalla foschia... sì, ma sarà quella giusta? la bruma si dirada un pò, in effetti, scoprendo due altre croci una delle quali potrebbe competere in altezza con quella dove mi trovo ora (ed il corno nero è il più alto, questo me lo ricordo...). come un cretino, mi fiondo a controllare, per poi ricordarmi del diario di vetta. che idiota... e come volevasi dimostrare, la vetta era la prima croce.



una foto a quest'ultima (ma non si vede nulla, solo nebbia, nebbia ovunque!), qualche riga in ricordo di questa salita, e poi mi fiondo a rompicollo verso il campo base, felice come una pasqua. mi imbatto in un gregge di capre maldisposte a lasciarmi il passo (stè maledette non sudano nemmeno e riescono ad arrivare fino a qui!) almeno fino a quando non irrompe un vecchio di quelli delle fiabe, guance rosse (grappa a litri...) e parlata quasi incomprensibile. improvvisiamo un dialogo non facile (lui è una cresta sopra di me...), ma i sorrisi mi bastano. non è semplice ottenere un sorriso così largo e sincero da un mandriano di capre trentino, dico sul serio... ma sono le 8:00 del mattino, e lui sà che in quell'istante faccio parte anche io di quel suo mondo. qualche battuta, un augurio bilaterale che mi scalda il cuore (come se ce ne fosse bisogno), e via. ora son qui che tento una colazione alla bavarese, wurstel alle 10:00 del mattino, ma che volete, ho fame, ho dato e ancora mi manca una discesa snervante. unico rammarico, il non essere un buon fotografo, perchè di materiale ce ne era. ma in fin dei conti, non mi interessa. ce l'ho fatta. da solo. e sono felice, tremendamente felice, vanesio, orgoglioso, come vi pare, d'accordo. ma felice.


06 luglio, 2008

see you space cowboy...

eppure, alba di questi 22 anni, sballottato in su e in giù dai venti e dalle maree... credevo di aver sviluppato almeno una sorta di immunità nei confronti della commozione. quella fanciullesca, intendo, quella che non si limita al brivido gelido su per la schiena, ma richiede anche un umido contributo. no, non mi sono pisciato addosso, state tranquilli... però ho pianto come un coglione. ma sul serio. e per cosa? ma zio pinna gialla, per un fottutissimo anime. cowboy bebop. avevo visto time ago il movie, e mi aveva impressionato parecchio, poi, per merito del mio mentore per eccellenza (ancora una volta mi inchino, bird...) ne avevo conosciuto la musica, pezzo per pezzo, una chicca dopo l'altra, una goccia di mielata pioggia sul polveroso specchio del grigio quotidiano. e così, mi innamorai, di quelle poche note a volte pazzerelle, a volte così solenni e vere, ma sempre, sempre, sempre intrise di una vena di inevitabile tristezza, come uno sbuffo non voluto di nero pece sul ritratto di un mare d'inverno. in questi giorni, ho visto, anzi, per meglio dire ho divorato, letteralemente, le puntate della serie TV. serie TV, comprendete? coloro che mi conoscono stanno già storcendo il naso, io lo sò. non mi abbasso a veder la TV da secoli, ben ancorato a quella mia salda passione a mezza via tra il vanesio ed il sogno, trapuntata di dragoni e antichi incantesimi. una poesia vecchia come l'uomo, una atmosfera dimenticata e proprio per questo nuova. cowboy bebop, invece, non c'entra proprio nulla.




è... crazy, sul serio. fonde un sacco di roba, ma con un garbo supremo, un arte inavvicinabile. prendi del grande jazz, lo mischi al cyber, poi torni indetro di blues, ma quello che farebbe piangere un macchinista tedesco, come direbbe il buon baricco... nel frattempo ci metti su arti marziali e una filosofia fonda come non mai, coaguli matrixianamente e non risparmi immagini impressionistiche di rose rosse e lettere stracciate. eccoci qua. con alcune battute che non dovrebbero esser lì, avrei voluto scriverle prima io, orca miseria. sarà perchè in effetti molto di quello che dicono i personaggi, mi riguarda, ma non per altro, riguarda tutti in una maniera o nell'altra. ma la puntata finale, "the real folk blues"... cazzo, l'avrò rivista una ventina di volte, non stò scherzando... è potente, molto potente, davvero ti squassa qualche corda dentro che ti eri dimenticato di aver suonato. ti trapana l'io e poi ti riporta alla realtà con occhi nuovi. ed è solo un anime. incredibile. vorrei citare di un botto le mille frasone che dicono i personaggi, perchè sono epiche, non fiammanti di antiche trame, ma splendenti nella loro semplicità del quotidiano. caustico, sincero, come tale crudele. ecco. e non si può scappare, badate, questa è la cosa bella. il finale è lì inciso a lettere indissolubili e profondamente tristi, dio che tristezza... ma è giusto così, è la saggezza che amoreggia con la tristezza, ed è un bel vedere, un bel sentire. basta. ho scritto solo per sfogarmi, e a dire il vero mi ero detto anche che mi sarei tenuto per me quanto ne sarebbe venuto fuori. per una sorta di orgoglio mascolino, e come tale idiota, che prevede il genere maschile come inossidabile alle lacrime, e altre stronzate simili. beh, io no, in un certo senso mi fà piacere vedere di essere ancora in grado di commuovermi come un bimbo. perchè ce ne dimentichiamo troppo spesso, ma, che voi crediate o meno, qualcuno che poi è stato crocifisso aveva detto una volta
"Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli"

indi vado piuttosto tranquillo, no? e basta, ora, perchè vorrei chiudere gli occhi, e continuare a sognare... sognare. immaginare ciò che non possiamo essere, ciò che non possiamo avere. e quanto vicino è il sogno alla speranza... quanto simile... quanto parimenti doloroso, alle volte... ma così è. preferisco sorbirmi le stilettate del mio stesso pensiero, piuttosto che sorridere a sproposito. conludo con una citazione, ma è solo una gocciolina... eppure...
Jet Black: "When you and I first met, you told me something. You said that you had died once, that you had seen death. Why can't you just let it go? Forget the past..."

Spike Spiegel: "There was a woman, first time I'd found someone who was truly alive. At least, that's what I thought. She was... the part of me I'd lost somewhere along the way, the part that was missing, that I'd been longing for..."


see you, space cowboy...

25 giugno, 2008

la crudele volontà

ricorderete, o forse no, quella serie di strisce dei Peanuts (Charlie Brown & Co., tanto per intenderci. un fumetto, come altri di quei tempi, "Blondie e Dagoberto", "Mafalda", "Beetle Bayley", che voleva dire qualcosa...) in cui Lucy chideva a Charlie Brown di calciare la palla da football. lei gliela avrebbe tenuta ben ferma e lui avrebbe dovuto calciare, ma ogni volta Lucy toglieva la palla all'ultimo e Charlie Brown si schiantava rovinosamente. così per almeno una decina di volte, e nemmeno l'ultima, Charlie Brown risce a rifiutarsi, perennemente disposto a dare un'altra possibilità a Lucy. è un atteggiamento, questo del "piccolo bambino dalla testa rotonda", che egli mostra ogni qualvolta vi sia da donare la propria fiducia al prossimo. ad occhi chiusi, o addirittura, come nel caso sopracitato, nella eventualità il prossimo abbia già dimostrato di non meritare fiducia alcuna. salvo rare eccezioni, io sono l'opposto. generalmente privo di pregiudizi, anche se in questo stò peggiorando non poco di recente, rimetto la mia piena fiducia nelle altrui mani senza remora alcuna, ma nel momento in cui mi accorgo (e non capita raramente...) che l'altrui in questione non è, secondo il mio giudizio, (senz'altro non giusto ma mio, ed in questo caso tanto basta, anche se ci sarebbe da discuterne) degno di tale dono, mi riprendo tutto quanto posso aver dato, e dimentico al più presto il reo. dimentico, evito, non considero, non concedo alcun aiuto di sorta, e non si tratta di un sentimento passeggero, badate, ma di una ferrea decisione che non vacilla mai, nemmeno giorni, mesi o addirittura anni dopo. ma, dicevamo, ci sono alcune eccezioni. una di queste, stà alla base di ciò che scrivo oggi, e resterà nel vago, perchè non ho interesse, ad essere sincero, nel raccogliere conforto o sostegno, ma unicamente di scrivere onde sfogare. un altro urlo decisamente silente verso il cielo, e così sia.




perchè io ho lavorato. duramente, col sudore della fronte, spesso soffrendo senza mai trovare nulla da ridire, spesso piangendo senza mai poter mostrare una lacrima. ho forgiato con mano maestra, ho lasciato libero di scegliere, ho trattenuto, limitato, mediato, ma anche aiutato, risolto, complicato onde tentare di venirne fuori. ho nascosto, mentito, cavillato. ho predetto, ho detto, ridetto, urlato, visto e constato di avere ragione. e allora ho raccolto, ho rimesso insieme, ho incollato, ho cullato, passato la mano tra i capelli e sulle spalle, ho portato via tra le montagne, condividendo tutto, mettendomi in gioco nel profondo, rischiando ciò che ho di più caro. perchè il voler bene è un qualcosa di estremamente forte, estremamete duro a morire. e dopo camicie macchiate di sangue, lacrime asciugate, discorsi infiniti, disponibilità fissa e sostegno immancabile, dio quante volte, quante volte ho steso la mia mano, quante volte ho steso la mia mano senza che nulla mi tornasse indietro. perchè così mi è stato insegnato, ed in questo io credo. dare senza attendersi di ricevere. ma poi si sconfinò nell'opposto, nel dare ricevendo indietro mazzate, insulti, il rovinare una famiglia rodendo dall'interno come i tarli, insidiosi e subdoli, un egocentrismo egoista che io non conoscevo. ho forse fallito? ora che mi rendo conto di come sia giunto il momento di abbandonare le armi, il dubbio mi sfiora, non lo nego. eppure, eppure, sento di aver dato ciò che potevo dare. per cosa? per la totale assenza di umiltà, per un ammasso di taurina vanità incapace di vedere al di là della mera superficie, di capire, di comprendere, soprattutto di interrogarsi. perchè non siamo al mondo per merito nostro, non mangiamo ogni giorno e ogni giorno dormiamo in un letto per merito nostro. come si può dimenticarlo? come si può rinnegare la forma di rispetto più antica e profondamente vera che l'essere umano abbia mai conosciuto? è innaturale, bestiale, profondamente stupido. come è possibile che il tuo cuore non pianga lacrime nere al solo immaginare di poter far male a chi ti ha dato la vita? la vita, non una bicicletta o una caramella, ma la vita, il cogito ergo sum, la totalità del nostro essere, la cenere prima della polvere. io non voglio sprecare ulteriormente il mio tempo e la mia forza. a dire il vero, entrambi sono già alquanto scarsi. vai. vai, dunque. per la tua strada, più e o meno infelice, certamente molto poco consapevole, molto meno autentica, molto meno degna. giudizio duro, ma lungamente meditato. non conosci memoria di ciò che di viene dato, ma conservi ben nitido ciò che ti viene tolto. rimembra questo, allora. la fine. ma è uno sforzo inumano, e non sono fiducioso nelle mie capacità in questo senso. ho coronato i miei sogni attendendo e sudando anni, ma in questo caso la costanza è un problema, uno stillicido continuo,un calvario immeritato. ma imparerò a conviverci, fosse solo per il rispetto e la stima profonda che nutro verso coloro i quali vengono invece a torto assurdo disprezzati. tu non sai. o meglio, non vuoi sapere. abbiamo una fortuna incredibile. chiedilo a nicola, chiedilo a giada. loro darebbero un braccio per poter riavere ciò che tu snobbi con mala grazia. ma non ti chiedo di pensarci, perchè non ne sei capace, e di questo mi dispiace. ma non posso seguitare nel perdere sonno per colpa di uno che al massimo è capace di tirarmi uno schiaffo. addio.

Frozen in the place I hide
Not afraid to paint my sky with
Some who say Ive lost my mind
Brother try and hope to find

You were always so far away


"Brother" , -Alice in Chains-

12 giugno, 2008

ora ricordo

sì, io ora ricordo.

ricordo,
quei giorni che sembrano pallidi e lontani, in cui le notti non avevano una fine, ed il dolore non aveva un nome, ore trascorse a contemplare il soffitto nella tenebra, il nulla, scoprirsi con gli occhi sbarrati, non vedendo e nemmeno guardando, ma unicamente soffrendo, il cranio che par rivoltarsi di continuo in un delirio che solo i folli conoscono.

ricordo,
come tutto ciò che credevi di aver costruito è crollato al suolo, e grande fu il fragore nel mio animo, scosso come mai era accaduto, e forse mai più avverrà. ti ritrovi sperduto, a navigare senza bussola ne sestante, capitano di un vascello in rovina senza più alcuna terra da cercare, alcun porto da desiderare.

ricordo,
la rabbia che cedeva il passo alla tristezza, i pugni serrati che lasciavan spazio alle lacrime, inarrestabili, senza pudore, nemmeno più la forza di coprirsi il volto, guardar le proprie mani, contemplarsi stupidamente come mastodontico uomo, eppur in realtà specchiarsi in una debolezza invincibile.

ricordo,
come ogni cosa perdeva il suo colore, come ogni soddisfazione non era del tutto tale, il sorriso che non riusciva a liberarsi di quel piccolo ma tenace cantuccio nerastro che ancora e sempre rodeva dentro di me. tutto era etereo, informe, senza significato, scritto in una lingua che forse tempo addietro avevo conosciuto, ma che come per incanto avevo accantonato.

ricordo,
come tentai di ricoprir la buca, di ricomporre il puzzle. inesperto, disperato, frettoloso, senza riguardo per il prossimo, egista nel profondo, tutto teso a tentare di aggiustare me stesso, incapace di comprendere che al posto di restaurare era necessario demolire per poi ripartire da capo.

questa sera, grazie a mio fratello, ho ricordato, ho ricordato anche di non esser stato certo l'unico. e tuttavia, congelato nella ossessione del quotidiano, incatenato dal livore di queste giornate, in cui tutto è d'obbligo, e nulla ti ritorna indietro, io ho chinato il capo. perchè non posso più permettermi di fermarmi, e non credo ci riuscirei, provate voi a dir di no ad un treno in corsa. sarebbe bello capire finalmente dove vorrebbe andare a finire, stò maledetto treno, ma così non è, ed in fondo nemmeno mi dispiace troppo.





a volte mi sembra di essere come quei barboni che incontri sui treni delle due del mattino. sonnecchiano, assorti tra il puzzo di vino e già il cispo sulle ciglia, raggomitolati come capita tra un cesso ed una rientranza del vagone più sudicio, l'ultimo. ma loro, che ci crediate o no, vedono tutto, e sentono ogni cosa. lì i padroni sono loro, sovrani anche del tuo sogno più nascosto, marcescenti re di altri tempi su uno scranno che non conosce sudditi. per un istante, un istante soltanto, aprono l'occhio macilento per squadrarti, poi un mezzo sorriso, ed infine di nuovo si sistemano la faccia sul gomito, pronti a ripartire. per dove, nessuno lo sà. ma dentro di loro recano infinite tracce, un graffio per ogni uomo, o donna, o assassino, o disperato che incrociano la loro strada.

basta. una parentesi di qualche minuto, di più non posso concerdermi. ma le mie dita ticchettano più lente, e lo sguardo pare altrove. verrà il tempo di ricordare con più calma. ma non è tempo, non ancora...

"No, this trick won't work...How on earth are you ever going to explain in terms of chemistry and physics a so important biological phenomenon as first love?" -A. Einstein-

Buona domanda, ma non vorrei trovar risposta. Lascerò invece che ancora una volta il gravido soffitto di queste nuvole giunga possente a nascondere le mie urla. Ancora una volta, e così sia.

06 maggio, 2008

bella ztoria, hanzel!

e così. dopo un lasso di tempo non trascurabile torno a scrivere su queste... pagine, mi verrebbe da dire, ma non è così. tastiera e html, nulla più. se maturerò abbastanza pazienza forse un giorno trascriverò, sistemerò... un giorno. nel frattempo, si avvisa la gentile (numericamente scarsa ma intellettualmente assai valida) clientela che ciò che seguira sarà perfettamente groggy. come viene viene, senza stare a ricamare i soliti noiosi arabeschi, che peraltro nel loro consueto intrecciarsi già tendono a ricalcare i precedenti, chiaro sintomo di una vecchiaia non unicamente spirituale ma anche fisica. dunque. riprendo a scrivere perchè son di ritorno da 7 giorni in spagna. 7 giorni di climb, beninteso, la concretizzazione di un sogno che meditavo da due anni, e che ha visto la luce solo ora e solo grazie alla disponibilità e alla rarità di un pugno di persone che hanno dato vita a quella che il nanetto finlandese di zoolander avrebbe più che giustamente definito come una "bella ztoria, hanzel!". destinazione, albarracin, spagna, dicevamo, pregevole borgo medioevale (chissenefrega, non c'è tempo per l'arte...) circondato da una selva allucinante di bloccazzi di arenaria rossa, incastonati magicamente all'interno di un contesto decisamente californiano, in una sierra fiammeggiante che romperebbe il cuore anche ad un muratore bergamasco. il pre-partenza non merita che poche righe: il solito routinario back and forth a sfondo universitario, il resto pasteggia su di esso. ed è con animo non propio sereno et rilassato che mi appresto a partire, all'ultimo sistemando i dettagli per poi tuffarmi senza remore (o quasi) in clima sassista. ecco, mi son già stancato di fare il telecronista. potrei continuare a tono, ma è una roba lunga, ed infine non ha senso andare in ordine ben bene precisi. andrò per immagini, invece, sconclusionate ma (spero) efficaci, perchè di parole non ce ne sono. non per descrivere la stanchezza, l'ineffabile morsa grigiastra che attanaglia membra e spirito, ora dopo ora, giorno dopo giorno, blocco dopo blocco, mentre la pelle inesorabile si sfalda, le membra si irrigidiscono, il respiro si affanna. rischierò di essere mieloso, a tratti infantile, ma ad essere sincero me ne infischio, voglio che le parole si vedano limipide e nette, allo stesso modo dell'aria che ho respirato, certo, ma non senza fatica. perchè si tira avanti come meglio si può, stretti come sardine nel camperonzo, tra il grande lebowski e tanta tequila, tra pastasciuttate epiche e risate a non finire, per poi infine tentare di recuperare la forze, tra qualche ora si ricomincia. si tratta forse di un dovere, di una ricerca, di una prova di forza, di orgoglio? niente di tutto questo. il punto è che la roccia chiama, con voce arida e roca, dall'alto delle sue forme assurde, tutte fiammeggianti, tutte morbidamente modellate da una mano ben più forte della nostra, che tacca dopo tacca si sfalda senza pietà. un incanto antico protegge quel posto. nulla di epico, niente di nordico, ma qualcosa di più caldo ed umano, senza l'esagerazione delle rocky mountains, intimo, basta un giorno per appropriarsene. difficile poi dimenticarlo, ne sono certo. la verde cortina di una rara collezione di brulle colline si spacca di colpo, come se al grande burattinaio fosse scappata una coltellata, crack, e giù a dividere, ad aprire un canyon pazzesco, profondo, intarsiato dal verde della macchia che malamente nasconde, gelosa custode, i suoi gioielli di arenaria. ce ne è per tutti, e per tutti i gusti. placchette appoggiate, strapiombi da paura, dal 4a fino all'8c con il mezzo tutto quello che volete. e tutt'intorno sosta immobile l'aria calda della spagna, traboccante dell'ancestrale frinire grillifero e degli infiniti passi di coloro che per un motivo o per l'altro calpestano questa terra, rossa, rossa, rossa, quasi non ci credi, quasi non ne puoi più di quel color mattone che impesta ogni orizzonte se non fosse che a mitigare giunge sempre un cielo che non è da stare a bocca aperta, ma che è giusto, adatto, perfetto, come un guanto calza le aride forme di alberi e rocce per sfoggiare la fiammante ritirata del sole non nella tenebra, ma nel gemello, pallido astro.



nemmeno la nera signora ci ha fermati, anche la notte abbiamo inanellato qualche svaso, qualche presa, più nulla nelle braccia ma il cuore traboccante delle urla altrui. sì, perchè quel pugno di persone, perchè di compagni si parla, non di comparse che il mero caso ha portato sul palcoscenico, ma le giuste braccia ad aspettarti a terra, voci e mani tese verso l'alto, a tirarti su, ad innalzarti, al di sopra della roccia ma anche al di sopra del grigio che inclemente imperla le nostre giornate, ecco, il boulder le spazza via, cancella tensori, smembra hamiltoniane, fracassa codici e libera il resto, l'istinto, l'animale, l'adrenalina che cavalca sincera, e fa bene, cristo santo, fa bene, perchè spesso ho paura che tutto quanto mi si rivolti addosso, infine, ed è solo grazie agli altri che stò a galla, e nemmeno tanto a stento. mi sono ritrovato più egoista, questo sì. più secco, nervoso, meno disponibile, più pigro. di questo ho paura, non lo nego. sempre pronto a beccare il pelo nell'uovo altrui, chissà poi con quale diritto, no, non lo sò. eppure questi giorni, che appaiono così pochi, e già così lontani, rimarranno tra capo e collo, ne sono certo. trincare vodka mentre si provano gli svasi di un tetto, a mezzo metro dalla grandine che ticchetta feroce, non rientra in nessuno schema. ogni giorno alzarsi, combattere stanchezza e pigrizia, qualche striscia di nastro sulle dita ormai sanguinanti e... via, via, negli occhi lo sguardo di quando eravamo bambini, ricordo quando abbiamo visto i primi blocchi, sembrava fosse natale, tutti guardavano, toccavano, provavano... qualcuno ha riassunto bene lo spirito di questi giorni. lasciamo da parte l'ironia, lui non poteva farne a meno... e leggiamo semplici e schietti, perchè c'è del vero, se solo ci si affanna almeno un pochino a scavare un qualche layer al di sotto della superficie.


It is pure unadulterated country life. They get up early because they have so much to do and go to bed early because they have so little to think
about.
-Oscar Wilde-


ed è proprio così. nulla in testa, e che male c'è? abbiamo il cranio farcito come un tacchino di impegni, scadenze, doveri, fare e disfare... a volte in questo marasma, in questa marea perdiamo la rotta, perdiamo il perchè, e non è bene. ci deve essere sempre un motivo, no? e là, tra i ghirigori assurdi di roccia e di vento che hanno accompagnato le nostre ore, un motivo c'era, eccome. e mi basta. avrei mille altre cose da dire... ma son troppe, ed alcune risulterebbero una forzatura. ci siamo consumati le addominali a forza di ridere, e siamo bene o male riusciti ad incastrarci l'un l'altro, e non era facile. ognuno di noi ha i nostri spigoli, siam tante tesserine di puzzle sparse su un bel tavolone, e fortuna vuole (fortuna e basta? mah...) che un qualcuno abbia tirato una gran manata sul legno, e che tutti i pezzi si siano ritrovat al posto giusto. al molino del gato a bere birra, a rovesciare uova, quello che volete. ne abbiamo combinate di tutti i colori, ma è solo uno sfondo ben congengnato. le pennellate decise del tramonto, sono opera di sole e di vento, lame che oltre alla tela hanno graffiato anche il tormentato animo di chi ora tenta di arrabattar qualche sillaba. non vi dirò grazie, non basta. spero che siano bastati invece questi pochi giorni per lasciare un segno in ciascuno di noi, lo spero davvero. sarebbe il mio grazie, l'ombra di quello che meritate ma che nonostante tutto, vi butto lì. ci provo, regazz, ci provo con la stessa volontà di quando per la centesima volta crocchi le dita su quella tacchetta che non riesco a tenere. e così sia.

16 marzo, 2008

mi inchino...

sì, mi inchino, ma alla grande, perchè questa è proprio grossa. così grossa da indurmi ad abbandonare il mio letargo che lontano inver mi teneva da questo mio blog. a dire il vero, di scuse ne ho parecchie. mese frenetico. pochissime soddisfazioni, grandi delusioni, lavoro a tonnellate, tempo libero zero. eppure verranno tempi migliori, io lo sò, lo sento, perchè intorno a me c'è gente in grado di risollevarmi da terra nel giro di un istante. ma andiamo nel dettaglio, son qui per questo, dopo tutto. oggi scrivo perchè ho dentro un qualcosa che và messo nero su bianco, scrivo per rendere omaggio, scrivo per ringraziare. per ringraziare uno di quelli che si butterebbe nel vuoto (ed in effetti costui già lo fà, pazzo scatenato...)



se solo tu glielo chiedessi, senza nulla pretendere in cambio, io credo senza nemmeno porsi il problema. dunque. tra le mille cose che devo fare, una mi stà realmente uccidendo dentro. il malefico campo di pasqua coi ragazzi, con i piccoli scoutini, fonte di gioia infinita ma anche di sbattimenti assurdi, e la bilancia pende ormai verso questi ultimi, ma non è questa la sede giusta per approfondire. comunque. trattasi di soli tre giorni, ma di fuoco. 10^9 telefonate, va di qui, vai di là, compra su, sistema giù, chiama, prenota, fai, disfa... in tutto questo, una sola tessera del grande puzzle ancora non andava a posto. mi serviva una macchina. e non l'avevo. non la trovavo, porca palletta. e allora, via a chiedere. telefono, mail, tra un pò anche piccione viaggiatore. oggi, anche messaggio su msn, apice della disperazione. e dopo due settimane di cerca, tra culi molli e altri che non mi mollano i loro gioiellini con le ruote adducendo una serie di cagate più o meno colossali, infine ho trovato. o meglio, mi ha trovato lui, dopo due ore nette (il tempo del fuso orario...) aver messo ben in mostra il mio ultimo disperato appello . Zipo. Il guru. Il maximo. Uno che per me vuol dire parecchio, dal muller turgau a come si ruotano le strutture cristallografiche su CERIUS2. Testa infinta, gentilezza atroce, l'uomo che il mio primo giorno di tesi (lui che potrebbe con la destra tirare palate di merda secca in faccia a chiunque mentre di mancina diagonalizza a mano l'hamiltoniano polaritonico e per di più in notazione tensoriale), appena mi vide corse in cesso, prese una quintalata di scottex e mi pulì la scrivania, ve lo giuro su quello che volete, ebbene egli, piantandola soavemente nel culo a tutti quanti, se ne salta fuori, da oltreoceano, dalla fottuta Princeton University of sà-il-cazzo-cosa-solo-lui-ha-la-testa-per-essere-arrivato-fino-a-lì, offrendomi di usare la sua di macchina. dall'america, zio cefalo, capite? dall'america. immerso nelle sue mille cose da fare, dove mille non è un numero a caso, io ancora non sò come faccia, a km infiniti da tutto e da tutti, quando potrebbe sbattersene senza alcun problema, lui allunga la mano. da oltreoceano. senza parole, sul serio. basta, la storia è tutta qui, ma dovevo scriverla, perchè è difficile, e raro, e bello, trovare persone simili. e io sono fortunato, ma di brutto. or qui non c'è spazio per dire tutto quanto su costui. primariamente perchè lui stesso non vorrebbe, non è uno di quelli che mette fuori gli striscioni quando aiuta qualcuno (anche perchè se nò abiterebbe in una specie di fiera) o quando penna/tastiera in mano ti mostra in due femtosecondi ciò che tu non sei stato capace di capire in due ore, e poi perchè il ricordo di certe serate strane, storte, ma bellissime e uniche, non è solo un ricordo, ma una premessa a ciò che ancora dovrà venire. e il negroni scorrerà a fiumi, su questo non si discute un cazzo. basta così. un grazie grosso come non mai, ed un inchino. a presto, Zip. sei un mito. un mito.

20 gennaio, 2008

basta improvvisare...

eccomi qui. è passato un tot. dall'ultimo post, poichè in effetti da allora la sensazione di pace et serenità è durata non poco, e questo è bene, assai. vero è che la calma non mi si addice. non sono in grado di navigare placido su un piccolo lago liscio come uno specchio... no, mi serve l'oceano ed il nero pece del maelstrom, per sentire di stare respirando vento e non aria. è il mio stile, per metà cercato e per l'altra metà costruito non grazie alle mie mani. tuttavia, signori e signore, basta improvvisare. basta non sapere che sarà di me la notte che verrà. basta non essere in grado di tenersi a mente nulla, basta dover sempre rincorrere treni e persone, basta non avere in mente il mio futuro più o meno prossimo, basta vagabondare qua e là spesso senza meta. non che mi venga male, a dire il vero... improvvisare è un pò la mia specialità. mettimi nella merda (o meglio, spesso sono io che mi ci piallo da solo...), vedrai che in qualche strano modo ne vengo fuori. è un modo interessante di condurre questa strana esistenza. ma non esageriamo. perchè le cose da fare sono tante, e se si improvvisa, non c'è planning che tenga... risultato? settimana scorsa ho ripreso gli allenamenti di climb, ed è stato uno spettacolo pietoso... fegato a tocchi e pressione alle stelle perchè sono un cretino, e mille cose da fare solo perchè non le ho incastrate dove dovevano stare. diamoci un taglio. hai una agenda, cretino, usala, no? nulla da fare... seduto come sono nella mia bradiposa comodità non c'è speranza... credo che adotterò una strategia più sottile... ne prenderò una piccolina, di agenda, così me la porto davvero ovunque... ma non basta, ci vuole ordine in quello schifo di camera mia come in ufficio, come in testa... perchè vivere nel caos è divertente e dà un sacco di soddisfazioni... ma, appunto, non esageriamo. anche perchè, mi sono andato a ficcare nella tana del lupo. anche senza la mia iniziativa le mie giornate sono l'una estremamente diversa dall'altra, e questo mi piace, mi fà sentire vivo. c'è solo da limare un pò i miei eterni difetti, nella speranza che non arrivi una qualche burrasca. o forse sì, vedremo. rileggendo i post di qualche mese fà, mi vedo diverso. ma attenzione, diverso non per mio sforzo, ma per ciò che mi stà attorno. c'è una grande differenza tra l'attendere il futuro e tentare di piegare quest'ultimo con le tue manacce. una grande differenza. è un pò come il blues, questa storia dell'improvvisare. non puoi essere un grande bluesman se prima non hai suonato vent'anni, se non hai sudato, se non hai vissuto, se non hai assaggiato il whiskey di mezzo mondo, se non hai sussuratto alle orecchie di almeno un centinaio di donne. non puoi essere un bluesman se non sai suonare. eppure quando i grandi decidono di suonare, chitarra alla mano ed armonica in bocca...




cazzarola, lì non ci avevano mica pensato, non lo sanno dove stanno andando, cosa uscirà da lì. non lo sanno, eppure sarà bellissimo, questo lo sanno senz'altro, ed è così, e tu che ascolti ti sciogli, te ne vai da questa terra, perchè forse nemmeno Dio aveva previsto che si potesse essere liberi con una chitarra tra le mani. così. così bisogna diventare. consapevoli di andare alla grande, ma sapendo a spanne dove dirigere i propri passi, perchè tempo addietro ci hai pensato. io cammino in questa vita a casaccio senza mai aver pensato dove andare a finire... per questo il mio blues non è eccellente. ci vuole un passo indietro, anche se potrebbe non avere senso. ma dopotutto







Forward yesterday
Makes me wanna stay
What they said was real
Makes me wanna steal
Livin under house
Guess Im livin, Im a mouse
Alls I gots is time
Got no meaning, just a rhyme





sentite che bello, caspita... "Creep", by Stone Temple Pilots... quando suonavo queste canzoni credevo di poter cambiare me stesso ed il mondo con uno schiocco di dita... ma in fin dei conti, a volte non serve chiedersi il perchè. serve vivere, sorridendo al domani che verrà... "Alls I gots is time, got no meaning, just a rhyme"... ma è strabello, regazz... "non significa nulla, è solo una rima"... così, leggeri e morbidi cavalcheremo le nostre ore ancora nascoste dietro questo pallido velo di nebbia, con gli occhi chiusi, spavaldi come sempre, ma con l'accortezza, questa volta, di aver guardato prima dove mettere i piedi...

behind the curtains...

La mia foto
near milan..., Italy
"The powerful play goes on, and you will contribute a verse..." -Walt Whitman-