alcune cose sopravviveranno al tempo...


22 ottobre, 2008

yellow

yellow. o almeno, così c'è scritto sul dorso della mia mano destra, labile marchio di una nottata persa. paurosamente sobrio, mi affido al mio ego, onde riportar quanto mai avrei dovuto dimenticare. sono un eccellente peccatore, non vi è dubbio. sono orribilmente stanco. non riesco a chiudere i pugni, ma di questo sono felice, significa che stò lavorando su me stesso nel migliore dei modi, almeno per quanto riguarda la roccia. non riesco a stendere le dita dei piedi, dopo ore trascorse in questa odiata città, un passo dopo l'altro, senza meta, senza ricordo, per inerzia, senza volerlo. non sprecherò parole, non dopo aver sentito goccia su goccia il nero delle vie colarmi addosso come pioggia di inverno. devo solamente scolpire un monito ovvio.

non appartieni a tutto questo, idiota. appartieni a te stesso, al silenzio, alla roccia, al ticchettio della rugiada tra le felci, all'aspra carezza della roccia gelida, all'incrociar le gambe nei prati, al riempir la pipa mentre tutto tace, al profumo dei boschi. appartieni a te stesso, quello vero, quello solo, che non ha bisogno della sua vanità, senza maschere addosso, inflessibile e cocciuto, sincero fino alla morte. non appartieni al palcoscenico, non appartieni al sorriso inutile, non appartieni al dover guardarsi con orrore mentre si agisce, dal di fuori. vittima della giusta criticità, appartieni alla semplicità e alle piccole cose, al sudore e alla salita. non scordarlo. mai. puoi ancora essere attore per qualche ora, certo. ma a che prezzo?



non c'è bisogno di pregar nessuno. nessuno. ogni passo che compio lungo il mio cammino mi rende più consapevole del fatto che noi soli decidiamo dove posar calcagno. e alle volte, chiudiamo gli occhi pur di non vedere che stiamo per pestare una merda, perfettamente consapevoli eppure mostruosamente ignavi. efferata generazione, avvolta dal superfluo ed incapace di vedere al di là della scorza. per poi sgretolarsi senza fare rumore, inutile come è arrivata. rimpiango il carpino, la forza, la tenacia, la franchezza. di lui in me permane un'ombra, e nulla più. ma non dispero. non smetterò mai di sperare, nella testarda aspettativa di giungere alla fine sorridendo, chiudendo gli occhi come se dovessi vedere un nuovo mattino.

17 ottobre, 2008

fazzolettone al collo...

Lettera per la Co.Ca.

Ziano di Fiemme, 12 Agosto 2008, ore 20:07

Se dò una occhiata là fuori, mi ritrovo immerso nel panorama che più di ogni altro ricerco ed ammiro. Se invece evito di dirigere il mio sguardo al di là del vetro... beh, a dire il vero è lo stesso. L'ombra di un sorriso, ora, a simboleggiare la consapevolezza di aver imparato a sognare, e di non aver dimenticato come si fà. E' una bella sensazione, una delle tante, tantissime altre che ho la fortuna di vivere grazie al lavoro altrui. In questo caso, grazie al sudore delle molte persone che, maniche della camicia ben rimboccate e fazzolettone al collo, hanno speso il loro tempo ed il loro impegno nei miei confronti. Alcune non si trovano in questa stanza, ma altre sì, e di conseguenza, adesso che si avvicina l'ora di un lungo arrivederci, a voi io desidero arrivi deciso e fiero il mio ringraziamento. Gli assenti, in parte capiranno, in parte no, ma che importa?

Più o meno comicamente, mi sono ritrovato a rigirar su me stesso le riflessioni, le domande, le provocazioni, che in toni differenti ho proposto ai ragazzi e alle ragazze i quali solo qualche settimana fà hanno salutato il reparto. Dopo tutto, la luce nei loro occhi è simile a quella che vedete nei miei. Meno matura, meno consapevole? Io non lo credo. Quando un qualcosa finisce -ed un altro qualcosa prende forma, ovvio, non ce lo hanno forse ripetuto in mille lingue e momenti diversi?- ci si riscopre piuttosto inermi, in fin dei conti. Ma ecco cosa si può fare onde non rendere inutile la situazione in cui si versa.

Prima di tutto, il realizzare cosa abbiamo perduto. Questo a me vien bene, la mia vena malinconica è sempre bella arzilla, ma d'altro canto non c'è bisogno ch'io mi dilunghi, il mio vittimismo è ben noto ad alcuni di voi, ed è secondo forse soltanto alla mia vanità, la stessa che mi impedisce così spesso di privilegiare la forma al contenuto. Ogni cosa ch'io stò perdendo, voi l'avete vissuta parimenti, con o senza di me al vostro fianco, forse, ma l'avete vissuta. C'è solo un dettaglio, vale a dire voi. Le persone. Voi, con il vostro umano e quindi cagiante essere, parte viva del mio io. Mano a mano, chi più chi meno, consensualmente o di soppiatto, senza remore anzichenò, son riuscito... a perdervi, direi, in un certo senso, e qui mi appello alla vostra capacità di intendere e di non fraintendere. Sepolto nel mio egoismo, nella mia fasulla disciplina, come velo di seta che si stacca senza suono alcuno dalla pelle di una donna, vi ho lasciati andare. Il mio sorriso è differente, me ne rendo conto, da quello di qualche anno fà. Sono diventato una persona coriacea, inflessibile, precisa, affilata. Ma peggiore. Penso molto più in fretta, ma sorrido molto meno, e quando capita ne godo non a sufficienza, poichè penso molto più a me stesso che agli altri, e questo non è scout, così come non è scout molto altro sul quale ancora dovrei lavorare.

E vorrei, badate. La tentazione di ributtarmi in gioco è grande, non lo nego, specie ora che il ricordo del campo estivo affiora ancor nitido tra relitti e rimembranze più o meno grigie. Non è facile chiudere la porta in faccia a tutto quello che è stato. Nemmeno sono in grado di esmeplificare, non basterebbero foto, ricordi, scritti... è troppo, è raccogliere l'acqua con una forchetta. Ma è una scelta già presa. Non mi aspetto venga condivisa, ne peraltro considerata. Alcuni vanno, altri vengono, ed io sono solo uno di quelli, nulla più. Vero è, che molto ho perduto, e molto ancora perderò. Vorrei promettere a me stesso di tenermi stretto tutto quello che ho, ma ho imparato che più che promettere, è meglio darsi da fare. Vedremo se senza il fischietto al collo saprò mettermi in gioco con quello stile che ci contraddistingue, e del quale vado fiero sin dai giorni in cui uscivo in uniforme più o meno perfetta di fronte alla dozzina di tamarri di paese che aspettavan solo quel momento. Sono davvero orgoglioso di aver giocato in questo gioco, e spero di riuscire a muovere qualche carroarmatino qua e là di tanto in tanto, da dietro le quinte, magari, come il fratellino di quello che gioca a risiko con gli amici. Una cosa così.



Poi, il tirar le fila, ovvero il capire se ne è valsa la pena. Qui di dubbi non ve ne sono. Certo che ne è valsa la pena, in primo luogo per me stesso. Avete tirato fuori il mio celeberrimo 5%, avete valorizzato ciò che c'è in me di buono. Molti momenti che ricordo con piacere, per i quali sentivo di essere una persona migliore, li devo a questo strano gioco, e li devo a voi. Ho ringraziato a lungo, ringrazio tutt'ora, e sono certo che ringrazierò assai anche in futuro il Signore per avermi concesso di vivere questa avventura. Bella, bellissima, indimenticabile. E' una grande fortuna, anche se a volte me ne sono scordato, ma a ricordarmelo sono arrivati più spesso di quanto meritassi una lunga serie di sorrisi da parte di quelli che sò che non dovrei chiamare "i miei ragazzi", ma per questa volta concedetemelo. Sono cresciuti, ed io con loro, e la timida consapevolezza di essere stato utile a qualcuno mi piace, mi fà sentire bene.

Ed infine il guardare avanti. Non sò che sarà di me, ma di sogni ne ho tanti, di speranza pure, ed è buffo che oggi come quando prendetti la partenza, io mi ritrovi fermamente convinto del fatto che dovunque io vada a finire, il Signore mi guiderà dalla parte giusta. Basta così, vi ho tediato non poco. Salterò a piè pari il consueto grazie personalizzato, non perchè sia in qualche modo fanciullesco, sia chiaro, ma solo perchè non ve ne è lo spazio, ed inoltre forse non ce ne è bisogno. Mi conoscete, vi conosco, non del tutto ma quanto basta. Al vostro fianco ho sorriso, ho cantato, ho pianto, ho amato, addirittura. In altri termini, ho vissuto. Ciascuno ha fatto al sua parte, e molte non avranno una degna ricompensa. Avrei molto da farmi perdonare rispetto ad ogniuno di voi, specie per come ho lavorato e vi ho trattati in questo ultimo anno. Mi dispiace. Avrei potuto fare 100, e fatto 50. Ancora non mi è ben chiaro il motivo, certamente ne è palese l'effetto. Chiedo il vostro perdono, ed un vostro augurio, temo che mi serviranno entrambi.

Ora, lascerò cader la penna per imbracciar la pipa, perchè nulla come quest'aria, gelida eppur così familiare, riesce nell'intento di accantonare ogni cosa. Per la notte che sarà, sepolto dal profumo dei pini, avvolto nell'ombra di queste rocce, inchiodato dal silenzio che ogni cosa porta via, solo come solo desideravo ritrovarmi da tempo, in pace come in pace desideravo ritrovarmi da tempo, lascerò che questi lunghi anni vadano a posarsi più o meno lievi nel mutevole mare del ricordo.

Non vi mando abbracci, ne baci, ne auguri, ne altro. Non vi serve.

Solo,

Buona Strada

gabriele

03 ottobre, 2008

semplicità

alle volte, l'ineluttabile caos quotidiano mi arriva sino alla gola; quasi mi sembra di poterlo vedere, un pacato ma inflessibile avanzare di una nera, oleosa marea, dai miei piedi sino al cranio. ma non vi è oblio al termine di questa efferata avanzata, non ci si può nemmen concedere la meritata pace degli sconfitti, semplicemente ci si limita a scuotere piano la testa, mentre lo sguardo infine cede all'interminabile vorticare che trapunta tanto il presente quanto, e questo è il problema, il futuro. il passato no, nel migliore dei casi svolge il ruolo della tartina prima dell'abbuffata. può portare un sorriso o regalare una lacrima, ma viviamo mentre le lancette ticchettano in avanti, non indietro, e questo purtroppo o per fortuna, fà una certa differenza. insomma, non negherò che questo mio novello vivere milanese, presenta non poco grigiume da dover arginare, il che d'altro canto si sposa perfettamente con la mia ormai consolidata, pericolosissima indole -a mezza via tra il lunatico e il folle, oserei affermare a questo punto-. ma il grande burattinaio presta attenzione al buffo spettacolo più spesso di quanto si creda, concedendo magari una qualche pigra occhiata quà e là, senza fretta, un contentino alle volte non sufficiente a rialzare chi è caduto, ma magari più che gradito da quelli che ancora levano alto il proprio vessillo al di sopra di un albero maestro spezzato. nel pieno rispetto del carpe diem, dunque, quando la franchezza concretizzata in bionda persona butta sul tavolo degli impegni una vinaiola proposta, ecco che il sottoscritto non molla l'osso ma al contrario batte le mani e sgrana un gran sorriso. pronti via a vendemmiar, dunque, sveglia milanese, lotta contro l'ATM, solito inutile anticipo da signore che mi permette di girare tutti i bar del paesino di lei, ingerendo un quantitativo di caffè sufficente ad affrontare una milano-lecce su una lambretta. e invece no, nemmeno troppo imbullonati su una specie di plasticoso giocattolino che dovrebbe essere un auto, si prende e si parte, giungendo, previo cinema dell'odiato navigatore -moderno flagello di noi antichi viandanti, ancor convinti della bellezza del sapersi perdere ma non certo su consiglio di una scatoletta nera e perdipiù parlante- nell'amena cornice dell'oltrepò pavese. alcuni di voi mi conoscono, non sono uomo da collina. poichè negli estremi risiede prevalentemente il bello, anelo la roccia e l'alta quota, il gelo del silenzio assoluto ed il fiammante calare del sole tra le nubi dei 3000, non certo la pacata, bitorzoluta distesa di verdeggianti ponfi che costituisce il piacentino e dintorni. tuttavia, anche nel timido su e giù davanti ai miei occhi, si intravede tra le righe una sorta di poesia, piccola, senza sbuffi ne porpora, eppur potente ed allegra.



come anatroccolo nel pollaio, allora, subito al lavoro, ridendo molto e sudando molto meno, cesoia da giardiniere nella mano inesperta, una vera vergogna se paragonata alla magistrale abilità con la quale il resto del plotone -arditi veterani perlopiù rumeni, ma anche una vera e propria rivisitazione in chiave moderna delle allegre comari di windsor sottoforma di alcune mordaci quarantenni- accumula uva su uva, faticando senza posa tra i filari. il cielo sembra un mio ritratto, indeciso e greve, a volte lascia intravedere fratello sole per poi cupo di nuovo ammantarsi, riottoso ed ingrato. tutto pare sgombro da ogni finzione, vero, reale, forse perchè davvero, come mi viene spiegato, la volontà del piccolo sovrano che regna su quei vigneti è quella di preservare e curare nel rispetto dei tempi che furono, non quella gretta modernità che impone il profitto e la continua ricerca, lo spremere fino all'osso ogni dettaglio in virtù dell'incremento dell'1% della produzione annua. insomma, la cosa mi piace, almeno quanto il mosto che con ampio gesto viene riversato all'ora di pranzo in una caraffona sporca come si deve. se al nettare di cui sopra aggiungiamo cotechino e lenticche, immaginerete come la giornata si avvii a tutta velocità verso la felicità completa, il sigillo di un vivere che mi è caro e che pure non mi è dato di perpetrare qui, libero nella mia solitudine milanese, splendida ma di certo non scevra da un modo di condurre le proprie giornate ed il proprio essere come se la nostra coscienza fosse un consiglio di amministrazione. ancora un pò di lavoro, ma la parola non rende, tagliare grappoli d'uva in questo contesto è ciò che di più lontano dal lavoro esiste, per poi inforcare la mini e perdersi nella milano delle 18:30, fatale errore da vero novellino quale in effetti sono. poi, cena e festa, e ancora vino, ma quello strano, fortissimo odore di uva e di mosto non se ne vuole andare dalle mie mani nemmeno dopo una docciona a temperature turche, ed io a dirla tutta vorrei che mi rimanesse addosso ancora a lungo, indelebile ricordo del fatto che prima di essere in grado di valutare la metrica integrale di ordine due sugli spazi di Banach, ero e vorrei rimanere l'uomo di roccia e foresta che ogni anno mi lascio alle spalle tornando dalle mie montagne. per mia immensa fortuna, alcune persone con le quali mi ritengo onorato di poter condividere parte delle mie giornate, riescono nella non facile impresa di riportarmi alla mente tutto questo. a loro và un grazie davvero grande. a me, rimane ancora un'ombra, un'idea di quel marchio profumato sul dorso della mancina, ma forse sono io a sognare, nulla di più. e in fondo, ditemi, che male c'è?

behind the curtains...

La mia foto
near milan..., Italy
"The powerful play goes on, and you will contribute a verse..." -Walt Whitman-