stacking faults...

alcune cose sopravviveranno al tempo...


30 novembre, 2012

The end

Sì, mi piace essere banale, nel titolo di questo post. L'ultimo post, l'addio, i saluti, la fine di anni -quanti? nemmeno mi ricordo- per i quali per fortuna non trovo parole, e l'inizio di altro, molto altro. Ma in due, e per sempre. Con tutto quello che questo significa, e non è questo il luogo di raccontarvelo. Questo blog è nato nella disperazione più cupa, e vi ho scritto da allora fino ad oggi, passando per molte sfumature di gioia e di dolore. E' una cosa bella, e fatta bene, una di quelle per le quali sei orgoglioso di te stesso, guardando indietro. C'è tanto, qua dentro. Non tutto, certo, ma tanto, graffi, sogni, cose rotte... una scatola di ricordi e dipinti che mi piace aver scritto, e che forse prima o poi avrò il tempo di rileggere con occhi diversi. La mia vanità vorrebbe prendere tutto questo e sistemarlo, e limarlo, e dargli corpo, e trasformarlo in un qualcosa di duraturo, un libro magari, perchè no? Senza titolo, ma con un capo e una coda, e già non è malaccio. Ma stò aggirando il punto, come mio solito. Il punto è che ho addosso una sensazione incredibilmente strana, perfettamente a mezza via tra la lacrima e il sorriso, e che ha del nuovo: la certezza che questa è davvero la fine di qualcosa che ho avuto la costanza di costruire negli anni. Non è l'unica, non è la più importante, ma è stato un mio spazio, un posto dove piangere e urlare, a volte da solo, a volte portando altri a condividere un pezzetto di me stesso che in generale avrei voluto restasse solo mio. Ci sono righe che mi piacciono proprio, ce ne sono altre che non avrei la forza di rileggere, e adesso che sò che questa è l'ultima possibilità di dire qualcosa, il pensiero più forte è anche il più semplice: è un grazie, al Burattinaio in primis, e poi a tutti quelli che hanno reso la mia vita semplicemente meravigliosa. E' bello che io abbia trovato un ritaglio del mio ego per scriverne. Alle volte per vanità, più spesso per esigenza, non importa. Ora smetterò di ticchettare sui tasti, e sarà finita sul serio. Ripeto, è una sensazione strana. Credo che un gabbiano che si butta dalla scogliera per il suo primo volo, provi più o meno la stessa cosa.



Io sono di roccia e di foresta, aria e vento sono di competenza del mio fratellone, ma in questo caso molto speciale, mi sento proprio sull'orlo di qualcosa si sconfinato, con le gambe tremanti a guardare... no, non l'abisso. L'orizzonte, invece. Quel bellissimo dono che ci è stato concesso, il poter sognare, e guardare in alto, e avanti, e oltre. Così farò, e non sarò più solo. Verranno forse altri spazi e altri modi, ma questo era il mio, ed è stato strano e bello. Ma ora basta, si esce di scena sul serio. Basta uscire, è l'ultimo applauso, già si pregusta con timore quell'attimo in cui il sipario ci sega via dal pubblico e ci riconsegna alla nostra realtà. E' stato uno spettacolo non male, è stato bello. Niente arrivederci, Peter Pan insegna:

“Never say goodbye because goodbye means going away and going away means forgetting.”

E questo non accadrà. Un inchino, l'ultimo, uno sguardo alle spalle, un sospiro. Poi si chiudono gli occhi, si aprono le ali, e ci si affida al cielo. Addio.

01 novembre, 2012

Spleen breve

A ciò che è spezzato e ingiusto,
grasso tarlo ebbro di rancore,
io alzo il mio calice e lo riempo di lacrime scure.



- Dedicato con rabbia e dolore a due persone per le quali farei ogni cosa. Per loro, e per tutto ciò che di loro e di noi ricordo con amarezza e rimpianto, prego un Dio di pioggia e di speranza, affinchè senza fretta ma con forza squarci il velluto nero e pesante che cinge i loro cuori come un cappio impietoso, per riportare un respiro misurato, e -infine- un meritato sorriso. Ma ora, ora che scende la notte, Dio delle foreste e della roccia, abbi pietà del loro dolore, poichè io non ho parole ne conforto. Stupido uomo, posso solo guardare con gli occhi sbarrati il legno divenire cenere, mentre il cielo si addensa come a voler incatenare la tenebra sulla nostra pelle. E così sia. -

Via Cozzi 50

Incredibile. Per un motivo o per l'altro, è da Maggio che non scrivo. Beh, in realtà non è proprio così... scrivere ho scritto, e non poco, ma ho trovato altri spazi, forse più miei, forse più veri. Vero è che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, trascinando di buon grado qualche grassa novità e molti cambiamenti. Sembra impossibile ch'io non abbia trovato il tempo o la voglia di scriverne. D'altro canto, questo non è un periodo qualunque della mia vita. In effetti, tra un mese questo blog cesserà di esistere, poichè ha adempiuto -egregiamente- alla sua missione, e altro dovrà venire che non sarà più soltanto mio. Insomma, battute finali, volata per la maglia gialla, le ultime correzioni prima di consegnare. Ai posteri qualche riga storta? Proprio no. Piuttosto, a me stesso, la memoria di ciò che è stato e ha lasciato il segno. E dunque, come ogni spettacolo che si rispetti, anche qui c'è un sipario da calare, un bel cambio di scenografia, se preferite. Ed ecco che invece di parlare del molto materiale arretrato, che temo resterà tale per sempre (ma è parte del gioco, no?), mi ritrovo a parlare di un singolo posto su questa vasta terra. Sì, ma anche 50 metri quadri possono scriverti dentro non poco. E proprio oggi, dopo un lungo sospiro e una lacrima a mezza via, abbiamo detto addio a Via Cozzi 50. Non solo una Milano che abbiamo respirato e costruito insieme, ma anche un posto magico, sempre diverso, imprevedibile, che ha visto di tutto, ma proprio di tutto. Via le candele, i posters, le tante cose colorate e belle, rimane uno scheletro triste di anni strani passati a cavallo tra il coinquilinaggio e la convivenza, scanditi dal ritmo di scelte pesanti e gente che approda o che alza le vele. Certo, il sospiro aveva anche una componente di sollievo. 



Addio blatte che escono dalle tubature -come il video dei Prodigy, dice la mia piccola fatina irlandese- addio topi morti sulla tromba delle scale, addio lavatrice che non ha mai funzionato, addio pavimento gelido, addio tonnellate di zanzare anche a gennaio, addio ai treni che ci sono passati a fianco senza posa ne pietà, novelli Blues Brothers senza giradischi ma con molto pane bianco tostato liscio senza niente sopra. Addio tavolo di plastica vuncia, addio vicini inquietanti, addio al cane nero cattivissimo, alla gente strana con mille furgoni, ai tizi invisibili ricercati dalle forze armate di mezza europa, addio Maga Furla, teatro di grandi gesta, dispenser di ricordi preziosi, spesso ubriachi, a volte tristi e incazzati, ma sempre sinceri e bellissimi. Addio spaghettate assassine alle tre del mattino, addio sessioni di D&D stretti come sardine, addio alla vodka e alla chitarra sempre pronte come mortai, sempre sveglie all'uopo. Addio ai 200 metri dall'ufficio, addio alla liberta di poter gozzovigliare fino all'alba, addio al cinquecento, al pancafè, a tutti quei posti in cui abbiamo lasciato il segno, in cui abbiamo annegato le serate storte. Addio a letto e a divano, che per fortuna non possono raccontare cosa hanno visto, e ne hanno viste di cotte e di crude. Addio al lavandino che ti accoglie con miasmi pestilenziali ad ogni ora del giorno e della notte, addio a Topazio, il nostro topolino di casa, addio alla cucina a gas che prima o poi salterà in aria, addio a Tromso by Ikea, che non ha mai smesso di cigolare, addio ai due letti avvitati insieme e sistemati con assi e coperte che nemmeno in Bosnia dormono così male, addio al balcone che dà verso gli altri come a Napoli, addio al dolby sorround del vicino, ai gorgheggi canori o peggio chitarristici di quelli di fronte, addio alla massa informe di gentaglia del mercoledì sera, addio alla porta sfondata, ai carabinieri alle quattro del mattino, addio a tutti coloro -e sono tanti- che in Via Cozzi 50 sono passati, hanno mangiato, più probabilmente bevuto, in tanti hanno dormito, o hanno aspettato il mal di testa del giorno dopo fino a quando si apre la porta dell'ufficio. A questo, e molto altro ancora, io dico addio, anche se nei riguardi di molte cose sarebbe meglio dire arrivederci. Lascio un pezzettino di me stesso sincero ed importante, tra quei muri conciati male che sono stati un sogno prima e una realtà poi. Così come Via Volterra 4, questa vecchia e sporca Milano mi porta via un sorriso e una lacrima, da regalare ai giorni che verranno. E ora via, verso la fine. Come fenice vogliamo rinascere, e già arde il fuoco ai nostri piedi. Serve un lungo respiro, prima dell'ultimo salto. Buonanotte...

Orata ai tre liquori

Una domenica di Luglio in quel di Milano, uno di quei pomeriggi chiaramente destinati a friggerti il cervello. Il cielo sembra un grosso forno, l'aria e' bollente eppure umida, le strade impegnate e impregnate da automobilisti troppo stanchi e sudati per poter fare attenzione alla guida. L'esistenza sembra limitata al desiderio inoppugnabile di una birra ghiacciata, o meglio, di infinite birre ghiacciate, perche' una, due, tre birre non servono a nulla con questa caldazza paurosa. Ma anche in questa torrida situazione, puo' esserci del tempo per scrivere, e io ho un po' di cose da mettere nero su bianco. La prima, la piu' pressante, e' la paura. Paura per una clamorosa botta in testa che ho rimediato allenandomi in MTB, e che mi tiene in scacco da ormai due settimane. Chi mi conosce sa' quanto sono capace di spaventarmi in questi casi, e sto' giro, poiche' essenzialmente il mio corpo mi fornisce sensazioni nuove, e quindi strane, e qundi preoccupanti, sono veramente un po' abbattuto. Punito, direi, per la mia eterna fortuna che mi da' sempre tantissimo, e che prima o poi vorra' anche cedere alle maliziose lusinghe della sfiga bella e buona. E quindi, eccomi ad attendere gli esiti di una NMR del mio augusto cranio, mentre la schiena litiga col collo e mi sembra di avere la testa immersa in un mare di gelatina sballonzolante. Passera'? Oh, lo spero proprio, perche' voglio fare taaaaante cose, e sopratutto perche' voglio farle in compagnia di determinate persone. Let's see, then. Pregherei, se ne fossi ancora capace, ma ho perso tante, troppe cose per strada. Non e' ancora tempo, forse quel tempo non verra' mai piu', non lo so'. Tante le cose che mi sfuggono di mano in questi giorni, prima tra tutte la possibilita' di esserci, di vivere, e di camminare allo stesso passo di una persona che puntella la mia vita secondo geometrie spesso imprevedibili ma impeccabilmente necessarie. Lontani qualche centinaio di Km, mi intristisce la consapevolezza di non poter dare risposte, di non poter capire fino in fondo, ma soprattutto sopporto a malapena l'idea di non poter mettermi in gioco in prima persona, per quanto ci siano battaglie che non si possono combattere se non da soli, con fatica, centellinando dolore ogni giorno mentre allo specchio sembra che non sia cambiato nulla. Sono quei mali senza tempo che strisciano in noi da sempre, e che ogni tanto vogliono un tributo piu' o meno pesante. Avessero un volto, saprei cosa fare, ma non e' cosi'. Posso soltanto dire banalita', mezze verita', e rosolarmi a fuoco lento aspettando che il vento cambi. Ma mi spiace, questo si'. E' la cosa piu' vera e semplice che posso pensare, e dire, e cantare al vento, nella speranza che quest'ultimo tiri dalla parte giusta. Sapete, in ogni caso vivere e' diventato piu' facile, da qualche tempo, quindi il nero che imperversa nelle teste altrui arriva sempre un po' in sordina alla mia capacta' di giudizio. Il merito e' -naturalmente- della mia piccola fatina irlandese, che e' riuscita a regalarmi, tra le molte altre cose, anche questa: una casa. No, tranquilli, non le quattro mura ammobiliate. Per quelle, nell'ipotesi che il futuro ci arrida, serviranno anni all'insegna del vivere sulla lama del coltello. No, parlo di un concetto, di un sentimento, di qualcosa che ti senti, e capisci che e' bella, e rara, e per me assolutamente nuova. Mi sono spostato tante volte, negli ultimi anni, a volte da solo, a volte in piu' o meno bella compagnia, ma non mi sono mai sentito a casa. Non basta, metterci passione e precisione, non bastano le candele, i quadri, le cose, la cura nel tenere un posto in ordine e pulito. E' qualcosa per la quale fatico a trovar parola, ma che -di questo sono sicuro- si concretizza nell'istante in cui chiudi la porta alle tue spalle, ti togli le scarpe, e ti butti sul letto, sapendo esattamente che e' l'unica cosa giusta da fare, perche' quei muri, quelle cose, non sono piu' tue soltanto. Si costruisce invece qualcosa di unico, e sempre in movimento, che passa da piccole soddisfazioni -i nuovi tappetini del cesso, per esempio- a piccoli incidenti -a tutti puo' succedere di dar fuoco a una mensola nel tentativo di sterminare una massa non indifferente di formiche, no?- e che nonostante sia una cosa che avevi gia' fatto, ora ha un odore diverso, ed e' un buon odore. Un po' e' anche un bel traguardo, ma e' molto meglio di arrivare un fondo ad una gara, perche' sai che sei gia' ripartito. A proposito di gare, non crediate ch'io mi sia dimenticato del grande evento triatletico di quest'anno. Sto' solo aspettando che lo staff mi mandi il DVD, poi mi dilunghero' con estrema dovizia di particolari, non temete. Ma c'e' un'ultima cosa di cui vorrei raccontarvi e che vorrei fissare su questo blog, che ormai ha i giorni contati perche' -ale'!- il gran giorno si avvicina ormai di gran carriera. Be', andando al punto: l'orata ai tre liquori.



Si da' il caso che la mia meta' dell'anguria abbia fatto faville in quel del mistico banco di prova di un esame di stato, e insomma, si doveva festeggiare. A questo bisogna agguingere che ieri stavo leggendo un po' per caso un libro di ricette eccezionale, il complemento preciso e ridanciano del Nero Wolfe di Stout, vale a dire le ricette di Fritz Brenner & Co. prese dai romanzi stessi, che per il loro clima teatralmente irrestibile si collocano molto in alto nella mia graduatoria letteraria. Anyway. Armati di ricettario e qualche soldino, approdiamo in pescheria, dove nonostante le proteste tipiche della massaia proletaria, alla fine ci aggiudichiamo una orata da un Kg, un pesciazzo davvero regale (30 sblenfis di sangue blu). Detto fatto, veleggiamo verso la casa dei patriarchi, la' dove le attrezzature consentono di esprimere al massimo le potenzialita' di qualunque chef. Sgusciamo non senza fatica un buon mezzo Kg di gamberetti, li frulliamo insieme a 3 albumi d'uovo, un cartoncino di panna, prezzemolo, basilico e una punta di sale, ottenendo una salsa di una bonta' clamorosa, che lasceremo per ora sul tavolo. Prendiamo invece il pesciazzo, lo squamiamo, togliamo le pinne che che sembrano fatte di diamante, con complicate movenze da sushi bar lo priviamo della lisca intera e delle interiora dall'alto, senza scalfire il ventre, e poi, con sommo gaudio e vistoso edonismo, lo farciamo violentemente con la super salsa che giaceva dimenticata sul tavolo. Adagiamo il capolavoro su una teglia imburroliata, e gia' che ci siamo sciogliamo 2 cucchiai di burro a cui andiamo ad aggiungere un cucchiaio di cognac, uno di wishkey, e uno di rum. Mantechiamo, e spalmiamo il tutto sul pesciazzo gia' integliato. Mentre i 190 celsius fanno il loro mestiere (30 minuti esatti), spazziamo via senza ritegno la salsa rimanente bruschettandola con amore vero su panini ai semi tostati. Apriamo una bottiglia, e' imbevile, ne apriamo un'altra, gia' meglio, me e' solo quando arriva il trionfo di sfrigolante alta cucina che cediamo alla lussuria e aprimo quello buono. Il risultato e' meraviglioso, di classe, sudato, nostro, e rientra a pieno titolo in quel "sentirsi a casa" che non necessariamente coinvolge sempre gli stessi spazi e che -credetemi- non e' certo sinonimo di un qualcosa che si siede e aspetta una fine piena di rimpianti. Cosi' passa questo afoso pomeriggio estivo, serenamente preoccupato. Lascio ai posteri le mie speranze, e abbraccio forte quelle poche, bellissime persone senza le quali sarei solo un vaso colmo, forse nemmeno brutto, ma pieno fino all'orlo di me stesso, inutile, fermo.

15 maggio, 2012

Orange mood...

E rieccoci qua, forti dell'ennesimo espatrio in terra straniera, ottima occasione -ormai ho imparato- per farsi due conti in tasca, e anche -perchè no?- per scrivere, dato che per quante e quali cose uno abbia in testa, ci sono giorni che semplicemente passano con un ritmo tutto loro. Questo è il caso, varrebbe a dire una serie di conferenze di dimensioni mostruose -my big brother would certainly say "siamo un milione!"- in quel di Strasburgo. Che non è Germania, come la mia penosa geografia supponeva mesi fà. Ci và molto vicino, e vero, e qualche glimpse di teutonicità ogni tanto vien fuori, tra i mezzi pubblici ultra efficienti e l'architettura della parte nuova della città, ma in fondo, diciamocelo, questi son francesi, non ci son santi. Scrivo come viene, un pò abbattuto dal fatto che in questi mesi ho scritto ben poco, eppure di roba da dire ce ne sarebbe tanta, ma tanta assai. E' cominciata la stagione delle gare, e io mi diverto come un bambino, grato al Burattinaio per avermi dato il corpo che ho, grato a chi mi stà intorno per darmi una mano logistica, morale, umana, totale. Chi gioca in prima linea in questo senso è chiaramente la mia piccola fatina irlandese, finalmente tornata stabilmente in patria dopo lunghi mesi di verde soggiorno là dove il cielo è davvero di nuvole e lana. Un pò di nostalgia per una terra che ancora ha molto da darci e da dirci, eppure non c'è tempo per star qui a lagnarsi. C'è l'ultimo anno di PhD, un esame di stato, Via Cozzi 50 che adesso è nostra soltanto, e che ha davvero una faccia diversa. Numi, sul serio non avrei mai creduto che quei quattro muri potessero diventare così colorati, e strani, e belli, e nostri. Forse una parte di me lo sperava, ma sin dal copriletto verde, le candele profumate, e il coprilampadario con le libellule era chiaro che sarebbe stato legen-wait for it-dary. E così viviamo, mai annoiati, anche nervosi, un pò schiacciati dal soldo che non c'è mai, dalle agende impestate. Ma ora che ci faccio caso, ho davvero cominciato a scrivere al plurale? Che segno, che roba! Anyway, andiamo avanti. Dopo la gara di sabato, in cui la mia autostima di biker ha trovato grande conferma dopo aver affrontato a cazzo durissimo una roba da rampage, un aereo a ELICA mi ha trasbordato in quel di Francorte, a due giorni di distanza da -udite udite- il mio primo Invited Talk! Solo che non ci crede nessuno, qua son tutti tirati  a lucido, io invece ho magliette imbarazzanti, felpe macchiate, scarpe da corsa. Bah, not my businness, right? Vero è che sono un pò teso, e quindi, anche per non mancare alla tabella degli allenamenti -nazista, ma la gara dell'anno è vicina!-  ieri ho optato per un lungo di 45 minuti, bello soft per recuperare il sabato di fuoco. Dove? Già questa era la domanda. Ma in questo secolo, Google Maps è possente, e la vista satellite punta il naso del runner verso le macchie verdi più ciccione. Fu così che io, un paio di scarpe, di calze, di mutande, una maglietta e un orologio -specifico perchè fà una certa impressione andare a correre in terra straniera senza niente addosso, non troveranno mai il tuo cadavere!- abbiamo intrapreso una tortuosa ma simpatica ricerca di questo parco delle arance, che però i francesi hanno dovuto chiamare Parc de l'Orangerie, che non sò perchè mi fà pisciare addosso dal ridere. In ogni caso, dopo un buon quarto d'ora di corsa a caso per le vie di Strasburgo, ho fatto il mio trionfale ingresso nel parco di cui sopra, che in effetti è... bellissimo. No, dai, lo sapete che a me le robe cittadine fanno vomitare... è la prima volta che mi sento di dire "che figata" rispetto a un parco pubblico, sarà per il mood solitario-corridore, sarà per il tramonto, non sò. Stà di fatto che per mezz'ora buona ho vagato su è giù per questo ammasso immenso di alberi, sentierini, laghi, ville, fenicotteri... un bel guazzabuglio moderno, ma completamente illuminato dal sole che sanguinava contento dietro le chiome dei pini. 



Una curva tira l'altra, questa luce strana mi strappa qualche sorriso, il pensiero è diviso tra le gambe -pezzi di legno, dopo la sgobbata di sabato- e il cuore -costantemente rivolto verso l'unica persona a cui davvero appartiene, alba e tramonto, ogni cosa è illuminata!- e c'è poesia, una cosa un pò soffice, paffuta, non una roba da farti piangere di gioia, più come un campari col bianco dopo una sgambata nei boschi, non sò se mi spiego. Ecco, tutto qua. Volevo solo fissare quel tramonto, ed è quasi comico che con tutte le cose importanti e belle che mi sono capitate in questi mesi, io abbia scelto di raccontare questo dettaglio. Forse è giusto così. Questo blog è vicino al suo tramonto, e un pò avrei voglia di farcirlo tanto e bene prima della fine -o meglio, del nuovo inzio-. Intanto, la butto lì. Primo dicembre 2012, signori, e tutto questo finirà. Perchè era nato come un qualcosa dove scrivere di ciò che era fuori posto. E' chiaro, sarò sempre un pò fuori posto, in modi e toni diversi e forse più densi di quanto io abbia cantato in questi ultimi anni, ma... non sarà la stessa cosa. Ci sono scelte che segnano tacche bellissime e indelebili in noi, e io sento con forza che quel giorno significherà anche la fine del mio peregrinare. Verranno altri spleen, altro nero e altre tempeste, ma le mie righe finiranno in un posto diverso. Scappo, adesso, che qui si comincia. Nell'attesa di tornare. Dove? Well, "My home is deep in the forest near the roots of the mountains"...

Ent:

When spring unfolds the beechen-leaf and sap is in the bough,

When light is on the wild-wood stream, and wind is on the brow,
When stride is long, and breath is deep, and keen the mountain air,
Come back to me! Come back to me, and say my land is fair!
Entwife:

When Spring is come to garth and field, and corn is in the blade,

When blossom like a shining snow is on the orchard laid,
When sun and shower upon the earth with fragrance fill the air,
I'll linger here, and will not come, because my land is fair!
Ent:

When Summer lies upon the world, and in a noon of gold

Beneath the roof of sleeping leaves the dreams of trees unfold,
When woodland halls are green and cool, and wind is in the West,
Come back to me! Come back to me, and say my land is best!
Entwife:

When Summer warms the hanging fruit and burns the berry brown;

When straw is gold, and ear is white, and harvest comes to town;
When honey spills, and apple swells, though wind be in the West,
I'll linger here beneath the Sun, because my land is best!
Ent:

When Winter comes, the winter wild that hill and wood shall slay;

When trees shall fall and starless night devour the sunless day;
When wind is in the deadly East, then in the bitter rain
I'll look for thee, and call to thee; I'll come to thee again!
Entwife:

When Winter comes, and singing ends; when darkness falls at last;

When broken is the barren bough, and light and labour past;
I'll look for thee, and wait for thee, until we meet again:
Together we will take the road beneath the bitter rain!
Both:

Together we will take the road that leads into the West,

And far away will find a land where both our hearts may rest.


J.R.R. Tolkien (need to ask?)




06 febbraio, 2012

8 possible glimpses...

"... per tenermi compagnia, in queste notti così dannatamente lunghe, e fredde, e velate di un ineluttabile grigiore che pur tuttavia soltanto rappresenta il preludio al meritato candore che verrà. Poco spazio alle parole, questa volta, anche perchè sono sussurri, e gemiti, e piccole grandi cose a mezz'aria nell'umido cielo irlandese. Resteranno retaggio di fate e folletti, lontane dalle umane vicende. A noi, il ricordo, la bellezza, e una lacrima di gioia."

J.Denver - Jet Plane
All my bags are packed I'm ready to go
I'm standin' here outside your door
I hate to wake you up to say goodbye
But the dawn is breakin' it's early morn
The taxi's waitin' he's blowin' his horn
Already I'm so lonesome I could die


So kiss me and smile for me
Tell me that you'll wait for me
Hold me like you'll never let me go
Cause I'm leavin' on a jet plane
Don't know when I'll be back again
Oh babe, I hate to go


[...]
Every place I go, I'll think of you
Every song I sing, I'll sing for you
When I come back, I'll bring your wedding ring



So kiss me and smile for me
Tell me that you'll wait for me
Hold me like you'll never let me go
Cause I'm leavin' on a jet plane
Don't know when I'll be back again
Oh babe, I hate to go



Now the time has come to leave you
One more time let me kiss you
Close your eyes I'll be on my way
Dream about the days to come
When I won't have to leave alone
About the times, I won't have to say



So kiss me and smile for me
Tell me that you'll wait for me
Hold me like you'll never let me go
Cause I'm leavin' on a jet plane
Don't know when I'll be back again
Oh baby, I hate to go



Cause I'm leavin' on a jet plane
Don't know when I'll be back again
Oh babe, I hate to go




Ecco, a fine pagina, un pò nascoste perchè non sono affar vostro, ma non è concepibile che io non ne scriva, qualche riga. Non a caso. Il punto è che in mezzo a questi glimpses, ho fatto un passo da gigante. Il trick ciccione, come si suol dire, quello per il quale sai che girerai grosso fino all'ultimo respiro. Come testimoni qualche goccia di ceralacca, una pinta di Guinnes, and a small bunch of improbabili avventori di un vecchio pub della sporca Dublino, e questa verità che più vera e più bella, proprio non si può:



''Cantavo in silenzio in un giorno di inverno,
le foglie brunite nella prima neve.
In quei boschi che io chiamo casa,
all'improvviso mi seppi solo.
E allora capii, con una lacrima soltanto,
di essere tuo.''


 

A little piece of white gold, crafted into a ring. That's right, that's it. E tutto il resto, è sullo sfondo. 

13 novembre, 2011

Solo per vecchi cazzoni

"Buffo, rileggere delle righe che, ve lo giuro, non ricordavo di aver scritto. Ma questa roba mi ha scavato dentro, e quindi la rileggo con piacere. Ho anche ritrovato un paio di foto... brindo a me stesso, qui. A quel sapore che ancora sono capace di trovare, e che mi tiene vivo. Grazie... e, per la cronaca. Novembre 2011..."

Ok, la citazione e' un po' a sproposito, ed anche un filino pretenziosa. Vorebbe riferirsi ad una via (8c max, 7c obbl.!) aperta dal Mago (Manolo) alba dei 50 anni suonati, ma nel mio caso "vecchi" va inteso nel senso di "recidivi", o "inguaribili". Temo che ci ricamero' sopra un pochino, dovete perdonarmi, ma dopotutto il morale e' alto sul serio, mi sento nella tipica fase post-prestazionale del "me lo merito". Tranquilli. domani e' lunedi' e rientro nei ranghi... ma adesso, a noi. In breve, da Lecco (Stazione FS) a Como (Stazione FS, Como S.Giovanni) in due giorni. Solo perche' avevo voglia di dormir fuori, ma -qui lo dico-, e' possibile anche in un giorno soltanto (sera/notte inclusa). Passando per: Valmadrera, San. Martino, Corno Birone, Monte Rai, Cornizzolo, poi giu' a Canzo, sull'asfalto fino a Scarenna, ancora asfalto fino a Caslino d'Erba, poi si risale al Monte Croce, giu' alla Capanna Mara, si inventa un bivacco in zona Rifugio Cacciatori (piu' in basso) e dopo una nottata irreale si rampega su ancora fino al Mara, poi Monte Bolettone, Boletto, Uccellera, e infine si scende a Brunate e poi a Como. Non voglio sapere il dislivello complessivo. So' soltanto di aver sofferto, e su collinette come queste (il problema del Lecchese? E' che non ci son le Dolomiti!) non mi capitava da un po'. Bene, ora che ho esposto il quadro generale, via nei succosi dettagli.

La motivazione viene dal fatto che la mia piccola fatina irlandese era (e'! credo sia ancora in ballo...) ingaggiata a sua volta in quel delle verdi colline irlandesi per ben tre giorni, e ho scoperto che sgambare "so' e zo' dai slavazi'" (dicitura Fiammazza a me sempre cara...) con la consapevolezza di essere in due, ad andar per boschi (seppure con qualche kilometrino in mezzo, vabbe'!), e' una sensazione da urlo, ma sul serio. Inoltre, una solitaria di due giorni e' un po' che non la combino... non ho piu' 16 anni (che tempi!), ma sono un vecchio cazzone, e cosi', cartina alla mano, mi ritrovo a quotare Frankestein Junior: "Si puo' fare!!" penso, e detto fatto organizzo. Per scrupolo sento anche qualche altro vecchio cazzone, ma giustamente non trovo risposte, ed e' giusto cosi'. Let the grey wolf alone, this time, cause the game's gonna be on the edge!

Per una zingarata di simili proporzioni servono (qui potete anche non leggere, serve a me, perche' uno zaino cosi' perfetto e' da segnare per la prossima volta): sacco a pelo, materassino, un cambio, il minimo di pronto soccorso, il necessario per la pipa e per il fuoco, fichi secchi (tanti), cioccolato, pane, tonno in scatola, salsiccie e salumi, cultelin, sciarpa cappellaccio e guantoni, racchette, fascia, nastro adesivo, pila da testa, batterie di riserva, un pile in piu' e... un botto di gamba!

Ore 6:00 AM, suona una sveglia inclemente e mi catapulto dal divano, zaino gia' pronto, mi vesto (pantaloncini ultracorti, fedele al credo scout a meno di cascate di ghiaccio o invernali al di sopra dei 2000m), qualche biscotto, e corro verso Milano Greco Pirelli. Incocco un treno che mi scaraventa in quel di Lecco FS. La meteo e' un po' indecisa, ma non piove, e questo aiuta il morale di molto. Aiutato da qualche mattutino passante, attraverso il lago e salgo verso Valmadrera. Nel momento in cui passo davanti alla stazione dei treni, capisco che e' da qui che son partito per l'hike di terza tappa, qualcosa come dieci anni fa'. Non mi fermo perche' ho fretta, ma una lacrima la verso. Dei, come correvamo allora! Come pazzi, come i matti! Anyway. All'imbocco del sentiero per il Corno Birone sento che le gambe son dure come pietra. Maledetti allenamenti! Ma il Triathlon mi piace, e un prezzo bisognera' pagarlo, no? Ecco dunque che a velocita' folle parto verso la cima, salutato da un capraro che mi mette nella giusta direzione. Qualche parola scambiata in fretta, mentre gli alberi lasciano spazio alla roccia. Il sentiero e' una traccia dove servon le mani, ma porta su in fretta. Tocco la cima, un po' stanco... 


... e di gran lena caracollo verso il Monte Rai, per poi scendere a tuono al Cornizzolo. Qui mi attendono una discreta quantita' di pansones, alcuni con tanto di gatorade e vistose urla liberatorie. Per 1000m di dislivello? Good grief... per sfuggire a tale vista, corro giu' fino al Gajum e poi a Canzo. Faccio scorta d'acqua, e chiedo per Scarenna. Un panson mi dice che a Scarenna lui ci abita, "dai ti porto io, no? Che senso ha farsela a piedi sull'asfalto?". Temo di avergli risposto "eh, ma il bello e' quello li'...", ma dentro di me scuoto la testa... il problema e' quello, e' che la gente non ci arriva piu', a certe cose... la soddisfazione e' gemella del sudore, e su questo no way, non si discute. Attraverso quindi Canzo e salgo a Scarenna, dove nessuno e' in grado di dirmi dove  cazzo si prende il sentiero per il Monte Barzaghino (o simili, non ricordo), per il quale vorrei passare onde evitare altro asfalto fino a Caslino d'Erba. Ma niente da fare, nessuno sa nulla. Mi fermo all'imbocco della ciclabile, di fronte ad una stamperia. Arriva un fenomeno con una mercedes e il look dello sportivo ricco, apre il cancello della ditta (che e' ovviamente sua), parcheggia, dimentica il freno a mano ed entra. Me ne accorgo quando la classe A incoccia contro il cancello. Poco male, sistema via muletto, io ridacchio un po', e mi incammino. Viene il pomeriggio, e un sole che a Novembre non dovrebbe esistere. Arrivo a Caslino, dove qualcuno mi indirizza verso il sentiero che si innalza fino alla Capanna Mara. Supero un gruppo di gente che brucia ramaglie, e mi immergo in un bosco umido, dove il sentiero e' a discrezione del viandante. In qualche modo approdo su una forcelletta, dove mi indica per il monte Croce. Sarei di fretta, ma il sentierino e' un opera d'arte, si snoda coperto da un tetto naturale di betulle che fanno arco, e' una cosa troppo bella per ignorarla. Corricchio, per sbucare sulla cima, coperta di erba gialla, altissima, calda, dorata nel sole. 



C'e' un tavolino, faccio una foto, mi sdraio e scoppio a ridere. Sono felice, le gambe vanno, sono a buon punto, il cielo -senza nemmeno una nuvola- mi sorride, e ancora una volta ringrazio in silenzio mio padre, che per primo mi insegno' la montagna. Col morale alto, scendo lungo la cresta fino alla Capanna Mara. C'e' il gestore, e' un brav'uomo, mi da' dell'acqua, poi chiude e scende a valle. Ormai e' quasi buio, e devo trovare un posto dove bivaccare. Scendo di un centinaio di metri a valle, quando intravedo uno spiazzo piccolo ma ben nascosto da un grande pino. Sotto quest'ultimo azzardo un fuoco, mentre scende la sera, il buio, e un freddo umido e marcio che per essere intorno ai 1000m fa' un po' paura. Pulisco qualche ramo di pino e cuocio velocemente le salsiccie. 



Non ho tempo per una gran brace, il che significa -yet another time- carne bruciata e semicruda, ma nella solitudine silenziosa del bosco di notte, e' qualcosa che non ha prezzo. Piscio sul fuoco, mentre mi accorgo che alla base del pino non c'e' corteccia. "Merda, vuoi vedere che e' zona di cinghiali?". Un po' nervoso sistemo il sacco a pelo su un mucchio di aghi di pino, poi sfido il gelo per scrivere qualche riga alla mia signora, che chissa' dov'e', ma di sicuro sta' sgambando pure lei. Tento di dormicchiare, ma e' presto, e il bosco mi sembra piu' rumoroso del normale. Non ricordo la prima volta che ho sfidato le tenebre montane in solitaria, ma di sicuro ero piccolotto, perche' nella notte, tra frasche e muschio e freddo, ho da molti anni maturato l'assurda sensazione di essere io quello piu' pericoloso. Insomma, il bosco di notte mi appartiene. E tuttavia, stanotte qualcosa non va'. In lontananza abbaia qualche cane, raschia qualcosa, poi -alla mia destra- passa qualcosa di grosso, cosi' grosso da fare un gran bel casino di rami spezzati e fronde spostate. E non e' solo. "Vabbe', saran cinghiali, e saranno pure cazzacci loro", mi dico, scacciando la fastidiosa consapevolezza di avere ancora qualche wurstel nello zaino, e in generale di aver addosso l'odore di una macelleria intera. Sbuffo, borbotto, chiudo il sacco a pelo e gli occhi. Dormo forse un paio d'ore, quando mi sveglio di botto. Tempo un secondo, il tempo di mettermi seduto, e senza bisogno della torcia (c'e' una luna piena meravigliosa, anche se la stellata non e' incredibile...)  scorgo almeno tre o forse quattro sagome che scappano via facendo un gran macello, grugniti inclusi. Va bene tutto, ma a tutto c'e' un limite, mi dico mentre osservo come i cinghiali hanno devastato l'angolo dove avevo acceso il fuoco (e... si', dove potrebbe essermi caduta un po' di salamella tra le braci.) Tiro su' la mia roba, un po' rincoglionito, sicuramente infreddolito, e mi sposto qualche metro piu' a valle. Trovo un rudere, con pero' la porta chiusa. Meglio che niente, mi sistemo nei paraggi. Tempo di risistemarmi, e sento qualcosa che non ho mai sentito in vita mia. "Beu", credo sia la messa in prosa del verso che ho sentito, e credetemi che non so' davvero che cazzo fosse. Non un cinghiale, non un cane, non una volpe, e nemmeno un capriolo o un daino. Qualche ungulato a me ignoto? Non lo sapro' mai. Dopo qualche minuto di concerto, e di bosco in subbuglio, riesco finalmente a chiudere occhio. Mi sveglio alle sei del mattino, con un alba splendida. Rossa, come sangue, ferisce l'orizzonte e mi regala il primo pensiero della giornata, casualmente rivolto alla mia fatina irlandese. Mi scrocchio un po' nel sacco a pelo, e scopro di essere incriccato non male, indi, dato che e' arrivato un bel sole, decido di rosolare un altro po'. Chiaramente mi riaddormento, e mi sveglio con qualcosa di umido in faccia. "Ma Deo canaja de Deo can!", urlo saltando su, giusto in tempo per tirare una sventola in faccia a un povero setter inglese che mi stava annusando con gusto, giustamente interessato al poderoso sentore di salamellazza che ho addosso. "Sa ghe', boia, a' le' el me can!" mi urla un cacciatore che si allontana poi a colpi di bestemmia, lasciandomi sbavato ma bello pimpante. Mi scofano un quantitativo di fichi e cioccolato sufficiente per la Marcialonga, mi cambio addirittura la maglietta (ebbene si', mi sento di ottimo umore), e poi risalgo fino al Mara, da dove percorro tutta la dorsale del Lario (Monte Bolettone, Monte Boletto, Monte Uccellera) per poi intraprendere l'interminabile discesa verso Como.  Stravolto, irrompo nel bar della stazione (c'e' sempre un bar della stazione), mi concedo il Campari col Bianco della vittoria, prendo il primo treno per Milano, e... ale'!

"Post scriptum datato il 24 gennaio 2012: a distanza di un paio di mesi, or che e' l'una di notte, e con la testa piena di pensieracci, mi sento nelle braccia e nel cuore una roba da rivoltare il mondo. Che euforia, che bellezza, riscoprirsi svegli ed agguerriti nel mezzo della tenebra per un ricordo cosi' fiero! A nanna, ora... ma quanto vorrei le fronde  pesanti dei larici sopra di me, a vegliare sul cielo stellato... coperte, legni, luci e rumore, questo mi attende. Ma se il Burattinaio vorra', avro' ancora i miei boschi... e ancora, e ancora, succhiando avidamente il vento che cola capriccioso sul volto, come resina scende senza fretta a ricordarmi chi sono. Buonanotte..."

12 ottobre, 2011

The Dubliners

"Ireland sober is Ireland stiff"
- J. Joyce

Cosi' sembrerebbe, tanto e' vero che io stesso sono tornato ebbro. Non di Guinnes ne di whiskey, a dire il vero, anche se qualche pinta e qualche bicchiere se ne sono andati senz'altro. Ubriaco di ricordi, non quelle cose putride e polverose che in quache modo ci ricordano il come e il perche' i giorni ci passano addosso, no. Sto' parlando di stralci di un passato appena trascorso, che vorrei provare a dipingere con queste righe, pur ben sapendo di non aver la penna giusta. Per quella ci vorrebbero piu' pinte, piu' tempo, meno lavatrici rotte. Ma ci provo, non certo perche' devo, ma perche' davvero questi giorni hanno scavato un solco. O meglio, hanno rigirato la lama in un solco non nuovo, il che -credetemi- e' anche meglio. Confessero' che il fatto di aver sotto mano cosi' tante cose da dire e cosi' poco tempo per raccontare, mi ha costretto a fare una listona, compilata con occhio bovino sul volo di ritorno. E allora via, un po' in disordine e senza tanta glassa, forse un po' di vergogna, ma questi sono i tempi della cinghia stretta e del passo svelto. 

Temple Bar, certo, da vecchio bevitore che sono non potevo rimanere immune al legnoso fascino dei banconi lunghi come la notte che ci vive sopra, le luci di un giallo un po' strano, panna e zafferano, un pizzico di polvere che si mischia con il cicaleccio della gente di Dublino, di gente di altrove, alcuni allungano il naso curiosi, altri si lasciano divorare gli occhi da una pinta di troppo. Una massa che ondeggia, a volte un onda eccessiva che soffoca, altre volte cosi' scarsa da lasciar passare il vento, anche dai vetri umidi e sporchi. C'e' poesia, ma sotto sotto, per ora la avverto in superficie e basta, forse prima o poi rompero' lo specchio. Per adesso gonfio il petto al suono della fisarmonica, stringendo la piccola mano di colei che mi tiene dolcemente in pugno. E i colori svaniscono piano, insieme al brusio ubriaco dell'unico posto che questa strana gente triste ed orgogliosa si e' scavata sulle rive del fiume.



Le candele e le coperte, ma questi non sono cazzi vostri.

Dalla Germania all'Irlanda, piu' o meno della Weiss alla Stout, senza molte sfumature in mezzo. Soltanto io, che navigo a mezza via un po' spaurito e trascinato, indeciso su quale spalla appoggiarmi, straniero ovunque, solo capelli color del fuoco a tenermi caldo e farmi sentire a casa.

Vecchia sporca Dublino 
per un figlio che ritorna 
sei una madre che attende al tramonto
Con la puzza di alcool 

coi baci e le canzoni 
per chi è stato un prigionero lontano    -MCR

Due conchiglie, due soltanto lungo una spiaggia di chilometri. Vuota, spazzata dal vento, la sabbia tra le dita, ascoltare il monito del Vecchio Mare, che a vederci forse ha schiuso le sue bianche labbra di schiuma in un sorriso malnascosto. Prendiamo il tempo, ci vola accanto con ali di gabbiano, canta sotto i nostri passi stanchi come se il domani fosse solo la prima di molte maree.

The Regular Irish Breakfast, il secondo problema -il primo e' rappresentato dall'assenza di montagne in grado di farmi sentire un vecchio lupo- di questo paese. Troppo buona, troppo vuncia, troppo grande. Insomma, troppo, seriously.

Un bel guazzabuglio medioevale di felicita', un sogno, una illusione, riconoscersi e ricominciare a sognare senza aver mai smesso, girare grosso, pensare forte, senza paura, senza voler aspettare, come quando sai di aver gia' messo la punta sopra quel passo complicato appena sotto il rinvio, quella tacchetta di merda che sai che non ti sfuggira', le case, le porte colorate, perche' cazzo uno dovrebbe mettere il pomello della porta in mezzo, siamo uomini o mezzuomini, la fottuta moquette che fa' rumore lo stesso, lo scarico a cielo aperto in una casa che sarebbe atroce senza uno scarico a cielo aperto come un guerriero non avrebbe senso senza una cicatrice, il vintage, l'atmosfera, il being british ostinato e palesemente inutile, e ancora niente montagne, solo vento, vento, vento in faccia, tra i capelli, ovunque, il pub serve per smetterla con il vento e tirare il fiato, e vedere che la schiuma sta' ferma li', poi ondeggi tu, la citta' che e' piccola, la gente che fa' fatica ad essere speciale, la presunzione di questo vecchio lupo di aver capito gia' tutto e la consapevolezza di non aver invece afferato niente, solo vento, vento, vento sulla nostra pelle, a gridare, bellezza, odore e calore, pesante sulle coperte, edonismo e torta e vino, svuotami la testa, mi hai svuotato la testa, magico, e bello, e fortunato, e nostro, e ancora, ancora e ancora, il dormire senza ricordarsi di avere dormito, il risveglio che morsica un'alba pallida eppur rovente, scotta sui miei occhi stanchi, gronda sui tetti di questa Dublino che, sepolta nel vento, ancora una volta riposa.

28 settembre, 2011

flashpoint

It's done. For I don't fear anything, as I only want your very soul. Together, we'll cross paths and time, and no one will stop us.  I'll love you till the earth will melt, far beyond the sunshine, deep into God's curtains. Be my lady, now, be mine, come to get your savage pleasure from my black rage! Come, my beloved fairy, taste my hunger and bow!



behind the curtains...

La mia foto
near milan..., Italy
"The powerful play goes on, and you will contribute a verse..." -Walt Whitman-