alcune cose sopravviveranno al tempo...


04 dicembre, 2010

Spleen

Qualche riga malscritta al termine di una notte che non dimenticherò. Parole sgradevoli e brutte, come si conviene all'ubriaco prima, e al maledetto poi. D'altro canto, che Spleen sarebbe se la forma vincesse il dolore? A voi...

Spleen

Nel liquido silenzio di una notte ubriaca, qualche bicchere sporco si lamenta infastidito.

Annaspo ciecamente in cerca di una qualche briciola di verità, mendicando pace senza nulla poter offrire in cambio.

Infine, capisco di aver speso tutto il mio tempo ad inveire contro tutti, come un vecchio sdentato, incapace di capire, incapace di credere.

Rimane lo scarlatto palliativo dell'ultimo bicchiere, foriero di qualche ultima speranza masticata e poi sputata via.

Peccato che guardandomi allo specchio non sia ancora in grado di definirmi dannato. Vi è una nera ma forte poesia nell'Abisso, che tuttavia mi è preclusa in virtù della spiaggia ultima della vanità.

E allora riprendo a galleggiare, senza mai poter tracciare una rotta vera,
mascherando la solitudine dietro ad un muro scalcinato e vecchio.

Le ore puzzano di nero, spillano gli ultimi sogni ridendomi in faccia,
perchè sanno che abbiamo paura di viverne altri, imbozzolati nell'orrenda paura del tramonto.

E' un tributo che non voglio pagare, al quale non mi rassegno
ma al posto di attenderlo con la lancia in resta, lo seppellisco nella polvere di tutti i giorni. Sono meno di un uomo solo un pauroso fantoccio, inutile e vuoto.


Rimpianti lontani, ed inutili vanità

Le ultime parole prima di lasciare casa ed amici. Strano, ma nemmeno poi tanto, che ci siano donne e rimpianti in mezzo. Temo che sia diventata una sorta di crudele abitudine...

"When you're going to come back in here? I don't want you to leave..." Queste stesse parole, precise fino all'ultima lettera, (forse perchè nel traslare ciò che si ha in testa in una lingua che non è la propria, in questi casi le opzioni non sono poi moltissime, non sò...) mi sono state sussurate in un orecchio da due ragazze diverse, a due mesi di distanza. La prima ancora spera ch'io torni sui miei passi, mentre alla seconda è bastata qualche ora per cadere. Bellissime, perfette, una voglia di vivere pazzesca negli occhi, e sul volto i segni di un passato importante, di una saggezza consapevole. Donne. Quanto vorrei esser stato in grado risponder loro "don't worry, I'll be back soon, everything is gonna be allright..." Ma non ci sono riuscito, nè due mesi fà, ne questa sera. L'ho lasciata andare, svanire nella pioggia col volto rigato da una lacrima assurda eppur sincera, mentre dentro di me gridavo, e piangevo, dio, come piangevo. Predico il carpe diem, ed invece raccolgo polvere. Gli occhi rossi e colmi di rimorso, metto un passo avanti all'altro verso casa, come fanno i matti, senza badare a ciò che succede intorno a loro, perchè tutto ciò che serve -ed anche un pò di più, a dirla tutta- già lo hanno dentro, e si ritorce furioso per l'eternità. Tra due giorni lascerò la Germania. Lascerò questa città, la mia casa, l'università, qualche amico sincero, e due donne a cui vorrei aver voluto bene, e forse l'ho anche fatto... ma che non ho avuto il coraggio di amare davvero. Non riesco nemmeno a tirare le fila di questi mesi, trascorsi in una solitudine apparente e ricercata. Per quanto ci sia chi mi ha tenuto e tutt'ora mi tiene a galla (e a costoro và il mio grazie più grande e sincero, poichè senza di loro sarei perduto), sono ridotto in pezzi. Brutti cocci di un vecchio vaso che pure riescono in qualche modo a fare ammattire le più belle del reame. Ma vanità a parte, cosa resta? Ombre, e ceramiche consumate. Cercherò sollievo nella roccia, ma il mio cuore sanguina, ed io non sono più capace di amare. Questo mi resta di questi mesi. La consapevolezza di aver perso dei pezzi per strada, e nulla più. Mettere insieme i cocci... accadrà, perchè vivere è una cosa meravigliosa, e per la quale, fortunato come sono, dovrei limitare a chinare il capo e ringraziare il Burattinaio. Ma il prezzo continua a salire, e i bravi artigiani scarseggiano. Dovrei accollarmi la mia esistenza sulle mie stesse spalle, incollare, limare, e dipingere a nuovo le mie giornate. Ma ne avrò la forza? Dei delle montagne, datemi una mano, ve ne prego. Tra un soffio di vento, ed una lacrima di pioggia, trovate un alito di speranza con cui alimentare questa fiamma che arde disperata al di sotto di un ceppo bagnato. E il fumo si innalza in questa mia notte, alto e crudele, lasciandomi in bocca l'amara realtà di un partita persa. Buonanotte...

E' tempo

"Qualche riga assolutamente libera e sgrammaticata, il giorno prima del mio ritorno tra le mie montagne", scrivevo in terra tedesca prima di calcare ancora la mia adorata Dolomia...

Piove, finalmente. Piove sul serio, non è il frettoloso temporale estivo, non è l'inutile e fastidiosa pioggerellina che serve soltanto a rovinare il cielo. Viene giù bene, quelle gocce pesanti che cadono diritte a terra, quell'acqua che avresti voglia di prendere addosso, per lavare via il grigio prima ed il nero poi. E' abbastanza per portare alla mente vecchi ricordi, il legno che brucia, il profumo aspro e pesante del ceppo, le grida dei malgari, bagnati fradici come le loro capre. Non sorridono, ma nemmeno piangono. Beccano la pioggia soffrendo, ma sanno che la bottiglia di grappa non è ancora finita. Mi mancano gli odori. Della roba vecchia, della roba che ha una storia da raccontare, qualcosa da dire. Credo che alla fine la differenza la faccia davvero questa roba qua. Magari si può trovare poesia anche in queste terre, ma è robetta, non ti parla, a malapena ascolta. Tutto. La ricetta tipica è la cotoletta, non la caseola, arrampicano in posti dove c'è l'entrata a pagamento, vivono nell'immacolata cornice, pulita ed efficiente, del nuovo benessere. Hanno la neve, ma non sanno cosa vuol dire la stessa neve sulla roccia. Non vogliono salire, non vogliono misurarsi, se lo fanno lo devono dire, lo devono far vedere. Non puoi vivere in sordina, non puoi scivolare dietro le quinte, non puoi lasciarti scorrere addosso la giornata. Il legno, mi manca il legno. Vivo, morto, bruciato, mi manca tutto. Mi manca il silenzio dei boschi, che non è silenzio, ma musica. Mi manca guardare in basso e avere paura, essere attaccato col cuore prima e con le dita poi a delle rocce che sono miracolosamente in piedi dopo millenni in posizioni e forme assurde. Mi manca sudare per ottenere qualcosa, mi manca la cima, mi mancano i prati in cui se ti guardi intorno non vedi altro che erba, come se fossi in mezzo al mare. Il fuoco, la fiamma che ti scalda non per gioco ma perchè poco lontano si gela. La grappa, non per portarsi a letto la bionda di turno, ma perchè la senti bruciare dentro e darti forza, e speranza, e bellezza. Mi mancano le nuvole, mi manca guardarle e avere paura di quello che potrebbero portare con loro. Mi manca il vento, sentirlo in faccia e nei vestiti, doversi leccare le labbra spaccate come i cani. Mi manca gridare, essere soli in un posto dove non c'è nessuno, e tu sei Dio. Mi manca il muschio,il profumo della resina, il fruscio degli aghi dei pini, crepitare arrabbiati sotto gli scarponi o piangere mesti quando la poggia regna sovrana. Mi mancano quei tavolacci di legno unto, coi segni dei biccheri di generazioni intere, e le stronzate incise col coltello dai ragazzi, dai vecchi, dagli amanti. Mi mancano le risate sincere, gli occhi che navigano nel vino non per gioco nè per dovere, ma perchè così succede quando si è uomini e, fuori piove, e il rumore ti scolpisce una poesia assurda nel cranio. E ci si stringe, perchè qualcuno lassù è incazzato, e noi non siamo nulla, se non uomini, cani e capre con polenta vecchia e una mezza bottiglia di grappa. Dice sempre Mauro Corona, uno che della fase di Berry non sà nulla ma che in compenso ha capito un sacco di altre cose non necessariamente meno complicate, che nella vita bisogna fare come quando scolpisci: devi tirare via. Devi tirare via. E allora tiratemi via questi numeri, questa fatica, quest'ansia, questa stanchezza che pesa, ti porta via, e ridatemi le mie montagne. Anche per poco. Il tempo di piangere, e di capire che sono ancora io. E che passano le donne, i dolori, gli anni, le delusioni le speranza ed i sogni... ma la mia roccia è sempre lì, e miei passi nei boschi fanno lo stesso rumore di sempre, lo stesso rumore degli scarponi di mio padre, ed ancora mi regalano una felicità vera, e piena, che ti sazia e ti tiene in piedi, e ti tiene te stesso, per lunghi giorni a venire. Bisogna togliere.

behind the curtains...

La mia foto
near milan..., Italy
"The powerful play goes on, and you will contribute a verse..." -Walt Whitman-