"Qualche riga assolutamente libera e sgrammaticata, il giorno prima del mio ritorno tra le mie montagne", scrivevo in terra tedesca prima di calcare ancora la mia adorata Dolomia...
Piove, finalmente. Piove sul serio, non è il frettoloso temporale estivo, non è l'inutile e fastidiosa pioggerellina che serve soltanto a rovinare il cielo. Viene giù bene, quelle gocce pesanti che cadono diritte a terra, quell'acqua che avresti voglia di prendere addosso, per lavare via il grigio prima ed il nero poi. E' abbastanza per portare alla mente vecchi ricordi, il legno che brucia, il profumo aspro e pesante del ceppo, le grida dei malgari, bagnati fradici come le loro capre. Non sorridono, ma nemmeno piangono. Beccano la pioggia soffrendo, ma sanno che la bottiglia di grappa non è ancora finita. Mi mancano gli odori. Della roba vecchia, della roba che ha una storia da raccontare, qualcosa da dire. Credo che alla fine la differenza la faccia davvero questa roba qua. Magari si può trovare poesia anche in queste terre, ma è robetta, non ti parla, a malapena ascolta. Tutto. La ricetta tipica è la cotoletta, non la caseola, arrampicano in posti dove c'è l'entrata a pagamento, vivono nell'immacolata cornice, pulita ed efficiente, del nuovo benessere. Hanno la neve, ma non sanno cosa vuol dire la stessa neve sulla roccia. Non vogliono salire, non vogliono misurarsi, se lo fanno lo devono dire, lo devono far vedere. Non puoi vivere in sordina, non puoi scivolare dietro le quinte, non puoi lasciarti scorrere addosso la giornata. Il legno, mi manca il legno. Vivo, morto, bruciato, mi manca tutto. Mi manca il silenzio dei boschi, che non è silenzio, ma musica. Mi manca guardare in basso e avere paura, essere attaccato col cuore prima e con le dita poi a delle rocce che sono miracolosamente in piedi dopo millenni in posizioni e forme assurde. Mi manca sudare per ottenere qualcosa, mi manca la cima, mi mancano i prati in cui se ti guardi intorno non vedi altro che erba, come se fossi in mezzo al mare. Il fuoco, la fiamma che ti scalda non per gioco ma perchè poco lontano si gela. La grappa, non per portarsi a letto la bionda di turno, ma perchè la senti bruciare dentro e darti forza, e speranza, e bellezza. Mi mancano le nuvole, mi manca guardarle e avere paura di quello che potrebbero portare con loro. Mi manca il vento, sentirlo in faccia e nei vestiti, doversi leccare le labbra spaccate come i cani. Mi manca gridare, essere soli in un posto dove non c'è nessuno, e tu sei Dio. Mi manca il muschio,il profumo della resina, il fruscio degli aghi dei pini, crepitare arrabbiati sotto gli scarponi o piangere mesti quando la poggia regna sovrana. Mi mancano quei tavolacci di legno unto, coi segni dei biccheri di generazioni intere, e le stronzate incise col coltello dai ragazzi, dai vecchi, dagli amanti. Mi mancano le risate sincere, gli occhi che navigano nel vino non per gioco nè per dovere, ma perchè così succede quando si è uomini e, fuori piove, e il rumore ti scolpisce una poesia assurda nel cranio. E ci si stringe, perchè qualcuno lassù è incazzato, e noi non siamo nulla, se non uomini, cani e capre con polenta vecchia e una mezza bottiglia di grappa. Dice sempre Mauro Corona, uno che della fase di Berry non sà nulla ma che in compenso ha capito un sacco di altre cose non necessariamente meno complicate, che nella vita bisogna fare come quando scolpisci: devi tirare via. Devi tirare via. E allora tiratemi via questi numeri, questa fatica, quest'ansia, questa stanchezza che pesa, ti porta via, e ridatemi le mie montagne. Anche per poco. Il tempo di piangere, e di capire che sono ancora io. E che passano le donne, i dolori, gli anni, le delusioni le speranza ed i sogni... ma la mia roccia è sempre lì, e miei passi nei boschi fanno lo stesso rumore di sempre, lo stesso rumore degli scarponi di mio padre, ed ancora mi regalano una felicità vera, e piena, che ti sazia e ti tiene in piedi, e ti tiene te stesso, per lunghi giorni a venire. Bisogna togliere.