"Ireland sober is Ireland stiff"
- J. Joyce
Cosi' sembrerebbe, tanto e' vero che io stesso sono tornato ebbro. Non di Guinnes ne di whiskey, a dire il vero, anche se qualche pinta e qualche bicchiere se ne sono andati senz'altro. Ubriaco di ricordi, non quelle cose putride e polverose che in quache modo ci ricordano il come e il perche' i giorni ci passano addosso, no. Sto' parlando di stralci di un passato appena trascorso, che vorrei provare a dipingere con queste righe, pur ben sapendo di non aver la penna giusta. Per quella ci vorrebbero piu' pinte, piu' tempo, meno lavatrici rotte. Ma ci provo, non certo perche' devo, ma perche' davvero questi giorni hanno scavato un solco. O meglio, hanno rigirato la lama in un solco non nuovo, il che -credetemi- e' anche meglio. Confessero' che il fatto di aver sotto mano cosi' tante cose da dire e cosi' poco tempo per raccontare, mi ha costretto a fare una listona, compilata con occhio bovino sul volo di ritorno. E allora via, un po' in disordine e senza tanta glassa, forse un po' di vergogna, ma questi sono i tempi della cinghia stretta e del passo svelto.
Temple Bar, certo, da vecchio bevitore che sono non potevo rimanere immune al legnoso fascino dei banconi lunghi come la notte che ci vive sopra, le luci di un giallo un po' strano, panna e zafferano, un pizzico di polvere che si mischia con il cicaleccio della gente di Dublino, di gente di altrove, alcuni allungano il naso curiosi, altri si lasciano divorare gli occhi da una pinta di troppo. Una massa che ondeggia, a volte un onda eccessiva che soffoca, altre volte cosi' scarsa da lasciar passare il vento, anche dai vetri umidi e sporchi. C'e' poesia, ma sotto sotto, per ora la avverto in superficie e basta, forse prima o poi rompero' lo specchio. Per adesso gonfio il petto al suono della fisarmonica, stringendo la piccola mano di colei che mi tiene dolcemente in pugno. E i colori svaniscono piano, insieme al brusio ubriaco dell'unico posto che questa strana gente triste ed orgogliosa si e' scavata sulle rive del fiume.
Le candele e le coperte, ma questi non sono cazzi vostri.
Dalla Germania all'Irlanda, piu' o meno della Weiss alla Stout, senza molte sfumature in mezzo. Soltanto io, che navigo a mezza via un po' spaurito e trascinato, indeciso su quale spalla appoggiarmi, straniero ovunque, solo capelli color del fuoco a tenermi caldo e farmi sentire a casa.
Vecchia sporca Dublino
per un figlio che ritorna
sei una madre che attende al tramonto
Con la puzza di alcool
coi baci e le canzoni
per chi è stato un prigionero lontano -MCR
Due conchiglie, due soltanto lungo una spiaggia di chilometri. Vuota, spazzata dal vento, la sabbia tra le dita, ascoltare il monito del Vecchio Mare, che a vederci forse ha schiuso le sue bianche labbra di schiuma in un sorriso malnascosto. Prendiamo il tempo, ci vola accanto con ali di gabbiano, canta sotto i nostri passi stanchi come se il domani fosse solo la prima di molte maree.
The Regular Irish Breakfast, il secondo problema -il primo e' rappresentato dall'assenza di montagne in grado di farmi sentire un vecchio lupo- di questo paese. Troppo buona, troppo vuncia, troppo grande. Insomma, troppo, seriously.
Un bel guazzabuglio medioevale di felicita', un sogno, una illusione, riconoscersi e ricominciare a sognare senza aver mai smesso, girare grosso, pensare forte, senza paura, senza voler aspettare, come quando sai di aver gia' messo la punta sopra quel passo complicato appena sotto il rinvio, quella tacchetta di merda che sai che non ti sfuggira', le case, le porte colorate, perche' cazzo uno dovrebbe mettere il pomello della porta in mezzo, siamo uomini o mezzuomini, la fottuta moquette che fa' rumore lo stesso, lo scarico a cielo aperto in una casa che sarebbe atroce senza uno scarico a cielo aperto come un guerriero non avrebbe senso senza una cicatrice, il vintage, l'atmosfera, il being british ostinato e palesemente inutile, e ancora niente montagne, solo vento, vento, vento in faccia, tra i capelli, ovunque, il pub serve per smetterla con il vento e tirare il fiato, e vedere che la schiuma sta' ferma li', poi ondeggi tu, la citta' che e' piccola, la gente che fa' fatica ad essere speciale, la presunzione di questo vecchio lupo di aver capito gia' tutto e la consapevolezza di non aver invece afferato niente, solo vento, vento, vento sulla nostra pelle, a gridare, bellezza, odore e calore, pesante sulle coperte, edonismo e torta e vino, svuotami la testa, mi hai svuotato la testa, magico, e bello, e fortunato, e nostro, e ancora, ancora e ancora, il dormire senza ricordarsi di avere dormito, il risveglio che morsica un'alba pallida eppur rovente, scotta sui miei occhi stanchi, gronda sui tetti di questa Dublino che, sepolta nel vento, ancora una volta riposa.


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