yellow. o almeno, così c'è scritto sul dorso della mia mano destra, labile marchio di una nottata persa. paurosamente sobrio, mi affido al mio ego, onde riportar quanto mai avrei dovuto dimenticare. sono un eccellente peccatore, non vi è dubbio. sono orribilmente stanco. non riesco a chiudere i pugni, ma di questo sono felice, significa che stò lavorando su me stesso nel migliore dei modi, almeno per quanto riguarda la roccia. non riesco a stendere le dita dei piedi, dopo ore trascorse in questa odiata città, un passo dopo l'altro, senza meta, senza ricordo, per inerzia, senza volerlo. non sprecherò parole, non dopo aver sentito goccia su goccia il nero delle vie colarmi addosso come pioggia di inverno. devo solamente scolpire un monito ovvio.
non appartieni a tutto questo, idiota. appartieni a te stesso, al silenzio, alla roccia, al ticchettio della rugiada tra le felci, all'aspra carezza della roccia gelida, all'incrociar le gambe nei prati, al riempir la pipa mentre tutto tace, al profumo dei boschi. appartieni a te stesso, quello vero, quello solo, che non ha bisogno della sua vanità, senza maschere addosso, inflessibile e cocciuto, sincero fino alla morte. non appartieni al palcoscenico, non appartieni al sorriso inutile, non appartieni al dover guardarsi con orrore mentre si agisce, dal di fuori. vittima della giusta criticità, appartieni alla semplicità e alle piccole cose, al sudore e alla salita. non scordarlo. mai. puoi ancora essere attore per qualche ora, certo. ma a che prezzo?

non c'è bisogno di pregar nessuno. nessuno. ogni passo che compio lungo il mio cammino mi rende più consapevole del fatto che noi soli decidiamo dove posar calcagno. e alle volte, chiudiamo gli occhi pur di non vedere che stiamo per pestare una merda, perfettamente consapevoli eppure mostruosamente ignavi. efferata generazione, avvolta dal superfluo ed incapace di vedere al di là della scorza. per poi sgretolarsi senza fare rumore, inutile come è arrivata. rimpiango il carpino, la forza, la tenacia, la franchezza. di lui in me permane un'ombra, e nulla più. ma non dispero. non smetterò mai di sperare, nella testarda aspettativa di giungere alla fine sorridendo, chiudendo gli occhi come se dovessi vedere un nuovo mattino.
non appartieni a tutto questo, idiota. appartieni a te stesso, al silenzio, alla roccia, al ticchettio della rugiada tra le felci, all'aspra carezza della roccia gelida, all'incrociar le gambe nei prati, al riempir la pipa mentre tutto tace, al profumo dei boschi. appartieni a te stesso, quello vero, quello solo, che non ha bisogno della sua vanità, senza maschere addosso, inflessibile e cocciuto, sincero fino alla morte. non appartieni al palcoscenico, non appartieni al sorriso inutile, non appartieni al dover guardarsi con orrore mentre si agisce, dal di fuori. vittima della giusta criticità, appartieni alla semplicità e alle piccole cose, al sudore e alla salita. non scordarlo. mai. puoi ancora essere attore per qualche ora, certo. ma a che prezzo?

non c'è bisogno di pregar nessuno. nessuno. ogni passo che compio lungo il mio cammino mi rende più consapevole del fatto che noi soli decidiamo dove posar calcagno. e alle volte, chiudiamo gli occhi pur di non vedere che stiamo per pestare una merda, perfettamente consapevoli eppure mostruosamente ignavi. efferata generazione, avvolta dal superfluo ed incapace di vedere al di là della scorza. per poi sgretolarsi senza fare rumore, inutile come è arrivata. rimpiango il carpino, la forza, la tenacia, la franchezza. di lui in me permane un'ombra, e nulla più. ma non dispero. non smetterò mai di sperare, nella testarda aspettativa di giungere alla fine sorridendo, chiudendo gli occhi come se dovessi vedere un nuovo mattino.

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