Per dilettarsi, sovente, le ciurme
catturano degli àlbatri, marini
grandi uccelli, che seguono, indolenti
compagni di viaggio, il bastimento
che scivolando va su amari abissi.
E li hanno appena sulla tolda posti
che questi re dell'azzurro abbandonano,
inetti e vergognosi, ai loro fianchi
miseramente, come remi, inerti
le candide e grandi ali.
Com'è goffo e imbelle
questo alato viaggiatore!
Lui, poco fa sì bello, com'è brutto
e comico!
Qualcuno con la pipa
il becco qui gli stuzzica; là un altro
l'infermo che volava, zoppicando
scimmieggia.
Come il principe dei nembi
è il Poeta che, avvezzo alla tempesta,
si ride dell'arciere: ma esiliato
sulla terra, fra scherni, camminare
non può per le sue ali di gigante.
per una volta, non è roba mia, e si vede. è il grande Baudelaire, a stonare questa tarda ora, macabro rintocco di nera campana entro il nostro stanco cranio. a dire il vero, si tratta di un ripiego. è parecchio che non scrivo, che non metto insieme qualche verso, che mi sforzo di poetare almeno un pochino. non che il mondo ne sia afflitto, ma io sì. mi inquieta. mi fà venire il dubbio che forse non ho più molto da dire, nè al prossimo nè, ed è qui il punto, a me stesso. sarà Milano. ieri ho trascorso qualche ora immerso nel verde, quello vero, non l'aborto di un filare striminzito cacciato a forza nell'asfalto, ma al contrario un fronzuto insieme di colori fantastici, una tela rossastra incastonata nell'umida cornice del lago, acquosa sentinella che pareva stendere su di me una mano di donna, tanto mi cullava. pioveva, ma anche il cielo pareva mostrar un che di rispetto, centellinando un minuto pianto sul mio corpo immobile, sepolto tra le foglie, inchiodato alla verità e alla bellezza. mi mancano le mie montagne. qui non respiro. ci provo, ma non ci riesco, ovunque mi trovo sento che la mia fibra si ribella. ma ho ancora il tempo che mi serve, il tempo per vivere, il tempo per trovare la poesia in ciò che mi circonda, anche se tremendamente grigio, orribilmente indeciso, infermo, timido, incerto. ma il timoniere nella tempesta non può fare altro che indovinare una rotta, giusta o sbagliata che sia, e governar sperando in quest'ultima nella fievole speranza che il mare gliela mandi buona. ci sono un pò di cosacce che sembrano far le veci di quei marinai irrespettosi che citava il bardo, ma in fin dei conti non mi lamento affatto. alle volte, tuttavia, davvero mi sembra di ritrovarmi sul ponte di un antico veliero, imbelle ed inutile, capace eppur costretto. e in quelle sere avverto chiaramente le beffe della ciurma, al pari della rabbia che entro mi monta. non mi reputo certo il principe dei nembi, eppure spesso allargo le braccia per poi richiuderle sul nulla, come ad abbracciare il vuoto. non più qualcosa che ho perduto, ne un qualcosa che non ho, non saprei, davvero. sono cambiato davvero così tanto da non trovare ciò in cui credevo? io vorrei sbagliarmi. le giornate scorrono come l'acqua d'estate, veloce, scivola tra le rocce di un giovane torrente. lasciano traccia, scavano, pretendono un ricordo, spesso lo ottengono. ma viviamo il presente nella speranza di ciò che sarà, ed io questo fatico a ricordarmelo. basta così. avrei ben altro da urlare, che non meramente commentare il pur splendido favellare del maledetto saggio. ma dovrò aspettare, forse rinunciare, memore del lento battito d'ala del re dei cieli, impeccabile, saggio e maestoso, che nulla affretta e men che meno niente trascura. un ego che davvero mi piacerebbe poter ritrovare in me stesso, al mattino, quando alzo il culo dal letto e mi avvio ad affrontare la giornata, scarso giacobino nel milanese divenire. non è così, non ancora, ma non ho perduto la speranza, quella no. vedo la città che mi scorre intorno, penso alla roccia e al vento, e sorrido, perchè sono terribilmente fortunato. è vero, alle volte mi fermo, quelle volte che la giornata sembra condensarsi nel mio animo fino a farmi male, quasi ad esigere una risposta. l'occhio insicuro, un vento strano entro il mio io, in quegli attimi veglio altrove, rivelando a coloro che invero sanno andare al di là della mera superficie, un lato quasi clinico del mio forse troppo crudelmente cangiante essere. antico buffone di corte come efferato cortigiano, grezzo forestiero ricoperto di vecchie pelli eppur mellifluo politicante all'occasione. ma vi è chi ha saputo rinchiudere tutto questo senza pietà alcuna, in silenzio, con l'unico aiuto di un'arte che non mi appartiene, che mortalmente invidio e che non posso fare a meno di ammirare.
un monito. a ciò che sono, a ciò che mai dovrei dimenticare. una goccia lieve in questo mare, tintinna senza far rumore al di sopra dell'ingannevole eco della vanità, a ricamar sincerità, l'unica verità che valga la pena di rispettare in questi tempi così strani, nei quali mi sembra che ogni mio gesto abbia da trovare il proprio destino rovinando verso il suolo dall'affilato profilo di una grande ala, la stessa, ineluttabile catena che condanna tanto me stesso quanto il re dei cieli, il quale invero
"esiliato sulla terra, fra scherni,
camminare non può per le sue ali di gigante."
buonanotte...

1 commento:
Buonanotte, gabry.
manda anche un pensiero ogni tanto a chi ha il sangue dello stesso sapore del tuo.
E a chi ha dormito ogni notte nel letto di fronte al tuo.
Buonanotte anche a te.
Tuo fratello
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