"Belle ìle aux myrtes verts, pleine de fleurs écloses, / Vénérée à jamais par toute nation, / Où les soupirs des coeurs en adoration / Roulent comme l'encens sur un jardin de roses"
- C. Baudelaire, Le Fleurs du Mal -
- C. Baudelaire, Le Fleurs du Mal -
che strani, questi versi... righe non certo tra le più famose, nascoste in bella vista al solo scopo di offrire al lettore un ingannevole incipit al consueto spleen. "Un Voyage à Cythère", così si intola questo eccellente fiore del male, il quale offre uno scorcio (o meglio, uno squarcio...) orribilmente macabro - degno dell'inchiostro più disperato - dell'isola in cui si narra abbia visto la luce nientemeno che dea Venere. eccezion fatta per questa venatura (subito stuprata pochi versi più avanti con mano possente) di candida quiete, infatti, il resto del componimento non si discosta di un millimetro dalle solite urla baudeleriane, andando a graffiare senza indugio una visione delle più agghiaccianti e prive di appello alcuno. e tuttavia, la conclusione non affonda nel nero, ma al contrario eleva un ultima speranza:
" Dans ton ìile, ò Venus! Je n'ai trouvé debout / Qu'un gibet symbolique où pendait mon image... / Ah! Seigneur! Donnez-moi la force et le courage / De Contempler mon coeur et mon corps sans dégoùt!"
e' una volontà estrema, potente, gravida di una poesia antica e terribilmente vera, la stessa che sempre mi sforzo di trovare nelle piccole come nelle grandi cose. a lungo mi sono interrogato sul motivo di questa mia cerca. senza dubbio non è scevra dalla mia ben nota vanità, ma vi è dell'altro. Non avrei mai ritrovato questi versi (ritrovato, sì... perchè li divorai anni fà, ma allora non v'era motivo per tenerli a mente...), nè ci avrei perduto del tempo sopra, se non fosse stato per quello che io ineluttabilmente amo definire il caso. le mie giornate raramente scivolano via senza lasciar traccia, ma in queste ore qualcuno più o meno inconsapevolmente si stà adoperano alacremente onde la traccia di cui sopra si tramuti in indelebile solco. scavato con una libertà che non conoscevo, ricalcato nella mia carne più che nel mio cranio... l'uomo non ha una fine. o almeno, non io. nel momento in cui credo di aver capito, di aver classificato, con cura e fatica, ogni più piccolo anfratto di me stesso, sempre giunge l'attimo in cui capisco di aver dimenticato qualcosa. e qui, è il mirto. Ii respiro che muta in ringhio, gli occhi velati da un manto nerastro che esige soddisfazione, la vera essenza di me stesso, l'animale, ciò che questi tempi vorrebbero farmi dimenticare che sono, che vivo, che assolutamente voglio. vi è una parte di me che rifugge la seta con ogni sua fibra. dapprima pensai che in qualche modo io mi stessi allontanando da quella devozione al bello, alla poesia, la quale fedeltà mi piacerebbe al contrario mai abbandonare o dimenticare, ma infine credo di aver compreso. vi è poesia anche nel mirto, sebbene assai differente dalle morbide righe che tanto apprezzo e coltivo. e ora basta. posso "contempler mon coeur et mon corps sans dégoùt" , fiero delle mie membra almeno quanto del mio spirito. e' una bella sensazione, e il merito, una volta di più, non è mio. forse per la prima volta, ho scritto non per soppesare la mia vita con sguardo critico, nè per dimenticare, nè per urlare. Questa volta, ho scritto perchè ho ancora fame.

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