Mi piacerebbe davvero che tu potessi vedermi ora. La mano trema, di concerto allo spirito. Annichilito. No, certo, non annullato. Ma due cose van dette: la prima. Scrivo soprattutto per me stesso, nella speranza che rileggendo, oltre a ricordare, io possa trovare nuova forza, indi molte di quelle righe sono la concretizzazione di un ideale, non la realtà che davvero vivo. Mi sono riscoperto paurosamente debole... nulla a che fare con l'energia che le mie parole invero emanano. La seconda. Non ho mai conosciuto mezze misure rispetto a stati d'animo o sentimenti, e così come alle volte sento tra le mani la forza per rivoltare il mondo intero, così capita -più spesso di quanto vorrei- che "l' atroce Angoscia sul mio cranio pianti, despota, il suo vessillo nero". Senza ritegno, senza appello. Pare di annegare. Vorrei, alle volte. Vorrei dimenticare. Ma la saggezza è anche dolore. La saggezza è anche dolore. Non sono ancora in grado di affrontar perfettamente quest'ultimo con il sorriso sulle labbra, benchè ci stia lavorando da sempre, pure sono convinto che sia la strada giusta. Ma allora cosa, cosa dunque mi impedisce di crollare? Chi stà davvero al mio fianco, coloro per i quali nemmeno sono in grado di trovare parole adatte a ringraziare. Sono pochi, sono pochissimi, perchè agli occhi dei più, il sottoscritto è sempre sereno, brillante, perfetto. Perfetto. Quante fottute volte me lo sono sentito dire. Quante. Ma non c'è nulla di più lontano dalla serenità in me, in questa come in molte altre giornate. E in tutto questo alle volte arriva, lieve, morbido, senza far rumore, l'alito di un pensiero altrui, in questo caso il tuo. A confortare, perchè in fin dei conti sono fiero di quello che sono, fiero di non prestare orecchio ai molti che sempre più spesso mi suggeriscono di cambiare, di diventar più crudele, cinico, in una parola, più stronzo. Ho una paura folle della sofferenza, come tutti, ma non per questo tenterò di evitarla vendendo la parte di me stesso che più apprezzo e di cui mi vanto onde aggirare il dolore. Che venga. Si porterà con sè l'ennesima scheggia del mio io, una buona dose delle lacrime più amare, e chissà che altro, ma va bene così. E inoltre, anche se troppo di frequente me ne dimentico, l'animo umano possiede un'ultima, possente ancora. La speranza. Non sono in grado di operare le mie scelte in base alla probabilità di successo. Bisogna rischiare, sempre. Bisogna sperare, anche se tutto farebbe presupporre di star sperando invano. E quindi, grazie. Un pensiero, qualche riga che reca seco una carezza della quale sono molto grato, davvero. Sono reduce -è il caso di dirlo- da 96 ore di delirio ininterrotto, una lunga serie di capodannifere libagioni che mi hanno visto estremamente lunatico, com'era prevedibile. Non sono mancati attimi di vera gioia, di vera pace, e di questo, anche se mai gli interessati lo leggeranno qui (non che non glielo abbia già detto...), vorrei ringraziare i veri artefici della mia felicità. Il silenzio di via Volterra ora sembra quasi irreale, almeno quanto la solitudine che mi ha accolto tra queste mura conquistate mese dopo mese con grande fatica. Merda. Peccherò orrendamente di superbia, ma se mi guardo allo specchio sorrido, perchè non ho molto di cui vergognarmi. Debolezza, certo, ma dovuta non a mancanza di coraggio, bensì ad anelito di speme. Farò, disferò, sbaglierò, tornerò indietro e sempre riprenderò con rinnovata forza. Forse, per poi trovarmi il nulla scorrere orrendamente privo di forma tra le dita. O forse no...
"La speranza, la quintessenziale illusione umana e al tempo stesso la fonte della vostra massima forza e della vostra massima debolezza. "
- L'Architetto, Matrix Reloaded -
Io adoro queste righe. Colossali, assolutamente colossali. E capirle davvero implica dover vivere una tristezza che ti lascia senza fiato, incapace di ragionare, come inebetito. Pure, è l'ombra di un sorriso quella riconosco sulla mia faccia. Sepulveda aveva ragione, vivere è un magnifico esercizio. Non mi stancherò di ripeterlo, perchè mi dà la forza per fare quello che faccio. Dinnanzi a me, un grandissimo casino, fatto da pizze e motorini, funzioni d'onda e pubblicazioni, esami e nottate assurde, effimera serenità e affilato dolore. Stò arrivando, regazz. Potete piegarmi, potete anche spezzarmi. Potete prendere il mio cuore e sbriciolarlo come meglio credete, per poi bruciare il resto sputandoci sopra, ma come araba fenice tornerò, a mezza via tra una bava di vento ed un canto antico.
"La speranza, la quintessenziale illusione umana e al tempo stesso la fonte della vostra massima forza e della vostra massima debolezza. "
- L'Architetto, Matrix Reloaded -
Io adoro queste righe. Colossali, assolutamente colossali. E capirle davvero implica dover vivere una tristezza che ti lascia senza fiato, incapace di ragionare, come inebetito. Pure, è l'ombra di un sorriso quella riconosco sulla mia faccia. Sepulveda aveva ragione, vivere è un magnifico esercizio. Non mi stancherò di ripeterlo, perchè mi dà la forza per fare quello che faccio. Dinnanzi a me, un grandissimo casino, fatto da pizze e motorini, funzioni d'onda e pubblicazioni, esami e nottate assurde, effimera serenità e affilato dolore. Stò arrivando, regazz. Potete piegarmi, potete anche spezzarmi. Potete prendere il mio cuore e sbriciolarlo come meglio credete, per poi bruciare il resto sputandoci sopra, ma come araba fenice tornerò, a mezza via tra una bava di vento ed un canto antico.

3 commenti:
Annichilito...sai, ho sempre pensato che, in fondo, la distruzione dell'animo umano non possa essere nient'altro che positiva. Tale perchè, dopo poco o molto, dopo l'immensa sofferenza che porta con sè -e come tu mi dissi una volta, le lacrime sono parte della saggezza e non posso non esserne convinta-, sei costretto e forzato a ricostruire il tuo spirito stesso ed a forgiare ancora -forse diversamente, forse nello stesso modo- la tua essenza, a evolverti e modificarti. La trovo una cosa estremamente positiva per l'anmo umano.
Ogni uomo, dentro di sè, possiede stille e lacrime di sofferenza. E' naturale, fisiologico, è implicito nella nostra natura stessa temere il dolore e la sofferenza. Eppure, io credo che per fare ciò che tu vuoi fare, per essere come mi sembra di avere inteso tu sia, ci voglia un'enorme, immensa forza d'animo e di volontà. Quella per andare avanti per la propria strada sempre a testa alta, forse con qualche rimpianto, sì, ma non per non aver provato; quella per essere individui che rischiano e sperano e vivono sul serio e si godono l'esistenza in pieno, con le sue gioie, i suoi dolori, le sue paure ed il calore del cuore. Quelli che sì patiscono, ma al tempo stesso sperimentano la letizia più alta. Perchè avere gli occhi aperti, sapere riflettere sul serio, non prendere semplicemente la vita come viene senza neppure interrogarsi un minimo sul suo significato, sulle sue bellezze e sui suoi orrori, saper usare il proprio cervello nel modo giusto invece di lasciarlo spento ed alla deriva, è qualcosa - è quel - che ti permette e ti dona la facoltà di essere ed incarnare, tra gli alti ed i bassi, dietro maschere infinite e dietro sorrisi forse veri forse falsi, il tuo stesso io, in tutte le sue sfaccettature, note ed ignote. Cosa ci può essere di più bello di questo?
Non si può sorridere completamente alla sofferenza ed alla tristezza, o non sarebbe più tale, suppongo. Ma già prenderla come parte dell'esistenza e come parte di ciò che si deve sopportare per poter avere qualcosa di ben più importante, è davvero moltissimo. Non metto in dubbio che sia grazie alle persone che hai vicino che tu possa andare avanti. Ma io credo - forse erroneamente - che, se loro sono pilastri della tua esistenza, be', ne hai uno in più: tu stesso ed il tuo spirito medesimo. Bisogna essere forti, nonostante tutta la debolezza che ci portiamo dentro o che crediamo di possedere, per poter condurre un'esistenza come quella che abbiamo scelto.
Fai bene a sorridere. Non sarai perfetto, ma di sicuro possiedi - metafisicamente parlando - un mucchio di belle qualità.
La speranza ci distrugge, ma è la stessa che ci riporta in alto. E, in fondo, siamo tutti fenici. O, per lo meno, coloro i quali hanno la forza, la volontà ed il desiderio di sapere pensare e vivere davvero.
Ah, dimenticavo. Charles, nel suo Spleen, scriveva sì "et l'Angoisse atroce, despotique, / sur mon crane inclinè plante son drapeau noir". Eppure poi, nel voyage dei fiori del male, diceva "Mon coeur, comme un oiseau, voltigeait tout joyeux". Prima, certo, di ritornare poi, nel resto del componimento, negli usuali sintomi di nero. Eppure, il suo cuore era lieto.
Sai, stanotte ti ho pensato. In realtà è stato tutto molto strano, senza motivo reale, senza logica. Mi rigiravo nel letto cercando di prendere sonno, inutilmente. Ho acceso la luce, ho preso Coe dal comodino e zac, ne è uscito Sepulveda e ti ho pensato. Che importanza potrà aver mai? Ho pensato alla tua anima ed al tuo spirito, ed ho sentito l'impulso strano di accendere il pc – a mezzanotte e mezza, col casino che fa – e di andare a leggere qualche stralcio di questo blog, per pura, semplice curiosità intellettuale, per sapere cosa può partorire la tua mente. Quasi fossi diventato una specie di paziente da studiare per uno psicologo in erba -anche se non c'è niente da curare o sanare-. Ho immaginato di ritrovarmi dinanzi al consueto novantasei ore, segno di nessuna filosofia nascente ed impura e innocente al tempo stesso.
Ho pensato, in fondo, ad un semplice pensiero. Ad un'idea, estranea, incerta, insicura, che non so bene come implicava anche il concetto di te o ti riguardava. Da quel blog vuoto sono passata, senza senso né nesso, a Sartre, e poi ancora a Sepulveda in un rebus di fili intricatissimi ed invisibili che non sono quel che all'occhio disattento e distratto potrebbero parire. Sepulveda mi fa sempre riflettere. È una semplice frase, che so a memoria, che dice tutto e non dice nulla, che parla della felicità e delle nuvole – le quali, non mi stancherò mai di ripeterlo, non sono bianche, metafora meravigliosa di quel complessissimo essere che è l'essere umano, la mente umana che io esploro in questi miei tratti rapidi, mescolandomi in me stessa e nell'infinito e nel vuoto assoluto di ogni cosa, in quel vuoto che esiste ed è esistente ed è di troppo e angoscia soltanto – e che mi fa sempre volare, divagare, perdermi. Che significa, in fondo, Vivere? Che cos'è l'Esistere? Sartre diceva che è solo questo, solo esserci, che Dio non c'è e che noi esistiamo e nient'altro, e siamo di troppo solo per questo e neppure ce ne rendiamo conto e ci illudiamo dell'identità di pensiero e della comprensione reciproca. E da un lato io credo avesse ragione. Bruciano, bruciano nell'anima e sottopelle quelle parole de “La Nausea”, che ho finito ieri mattina, infiammano la mente e la mano ,che si muove veloce e tremolante come lo spirito, preso in quest'estasi, in questi echi senza senso alcuno e mi domando e non so trovare la risposta se sia anche senza significato, e pensano a mille altre cose e poi bum, vuoto. Che mente strana che hai, anima mia. Come ho scritto “vuoto” il fremito è ripreso, più intenso, più tenue, più furbo nell'insinuarsi come un serpente, forse come fece quello che perse Eva, o forse come fece quello che danzò ed amò sua madre, a Creta. E da non so quanto vorrei dire: perchè sì, sai, alla fine non ho resistito ed ho preso un quaderno verde, rigido, mi sono seduta ed ho scritto una pagina – ecco: comincia la seconda – di getto, di scatto e botto, senza punteggiatura né andare a capo (e qualcosa correggo ora, qualcosa lascio volutamente sgrammaticato).
Sulla scia di Sepulveda, con ancora il foglietto lì per terra che mi guarda e Coe accanto a me che mi fissa indiscreto mentre un uomo arancione si fuma non so che dalla copertina e mia madre si muove nel letto (e penso che testa mi farà se si alza e mi trova qui a scrivere, concentrata, rigida e tremante), ecco, di nuovo la pagina, lunga, avvolgente, tremante ancora e senza senso ancora. E ritorna, il problema del significato e della comprensione. Perchè, intendiamoci, esiste davvero la comprensione? Io credo di no, neppure lontanamente. Perchè le parole dicono qualcosa sì, comunicano, ma allora bisogna intenderci perfettamente sul loro significato ed è un gatto che si morde la coda. In ogni discorso, come in ogni misurazione scientifica, è fisiologico, è insito, un errore.
Poi, sai, bum, punto a capo, pausa, rileggo gli ultimi lemmi e bum ancora, di nuovo, senza perchè: il dispiacere, improvviso, e domandarsi, e sperare, che l'errore sia abbastanza piccolo per quei “discorsetti” e per esprimere sempre il mio spirito in bellezza è verità – perchè verità è sinonimo di bellezza – con una piccola approssimazione possibile, con la massima, imperfetta, umana comprensione possibile.
Perchè – a capo di nuovo – che significa che vivere è un esercizio? Significa anche questo, significa non essere intesi e soffrire e gioire e un giorno MORIRE (perchè la vita è anche morte, e non il contrario) sono una prova. Un cercare di costruire una abitudine, un esercizio. Ma perchè? Per cosa? Per rendere meno profondo il tumulto ed i tremore quando si è colti dalla Nausea, quando l'evidenza che mi ha risvegliato e donato davvero vita si presenta così, di botto, ad illuminare e distinguere, senza accettare rifiuto né rimando?
E poi ancora, d'improvviso pianto sul viso tra il pensiero del “ma ne vale davvero la pena? Non è forse meglio vivere in un mondo pieno davvero e non 'esercitarsi' nel mero vivere – che poi, cosa significa vivere?” E sentire tutte queste parole appena dette e partorite come assurdità, immense ed infinite assurdità, ma il pensiero dell'esistere, nell'esistere, nella consapevolezza dell'esistere?” e del non voler tornare a scuola dopodomani perchè non potrò più – tempo e libertà, costrizione in schemi che non sono i miei, maschere che non sono io e neppure tuttavia finzione, estremi e singolarità del carattere ma impossibilità di espressione prima, piena e vera dello spirito, nato in un dolce pomeriggio estivo e per la prima volta sperimentato, visto, espresso in un ancora più dolce pomeriggio d'inverno, lì, appena prima della neve, là dove sorge la neve – ed anche quello della mina della matita che finisce e delle pagine che volano e ricominciano, e del cambiare altre due matite perchè non scrivano e duole la mano, a riabbassare ed ironizzare di nuovo tutto il discorso. A far sorridere anche di questa mia, forse, novella ingenuità.
E sorridere davvero, e fregarsene del dispiacere e sorridere nel cuore e sperare, in attesa di una chiarificazione e della completa libertà che – ne son certa – non tarderanno ad arrivare.
Ed il domandarsi da dove ha avuto origine tutto questo delirante ossuto discorso ed il pensiero, il desiderio di lasciartelo qui, su un blog e basta. D'improvviso, l possibilità che forse anche tutto questo sia solo uno stacking fault e dunque la possibilità che sia stata solo la somiglianza di soggetto a muovere tutto ciò. Eppure, la consapevolezza di volere, in fondo, solo esprimere, in realtà, un pensiero, non uno stacking fault. Interiore, mio, intimo e profondo, e l'altrui che d'improvviso e davvero senza spiegazione né motivo ha fatto capolino. Buffo: questo è il filo logico abituale dei miei pensieri. La mancanza di senso.
Ecco, basta, chiudo: ho finito, 'piccolo' lettore. È l'una passata, ed ho finalmente sonno. L'urgenza è finita, è passato – quasi: cesserà solo quando poserò la matita – quel momento inarrestabile. Quella cascata. Woah. Senza fiato. È stato come un anno fa, quando lasciavo le dita libere di muoversi sulla tastiera e nascevano – non potevo rimandare – i miei personaggi, i miei racconti, le mie storie. Eppure...immensamente diverso. Perchè stavolta, per la prima volta, ero – sono – io, e basta. Niente di più, niente di meno. E scusa per averti tanto a lungo tenuto sveglio insieme a me, forse nello spirito e nello scrivere, forse dinanzi ad un pc, a leggere di questo mio animo ardente e fors'anche, io spero, in qualche modo luminoso. Senza nessuna implicazione tipicamente positiva in questo pensiero. Solo...luminoso.
Che il riposo del cuore, e lo Spirito vero, possano sempre accompagnarti e pensarti, altri – improvviso – mio pensiero.
Quattro pagine. L'una e dieci.
Eppure, poi è ricominciata. Ho ricominciato a scrivere, malamente, al buio, con quel lumicino del Bacardi che mi ha dato mio padre a farmi da guida, nel mio cercare di non scrivermi sopra con le parole o peggio ancora sulle stesse righe, e ancora con il pollice di indicarle, ma chissà se poi, nella continuazione...? Non so, non vedo, copro con il mio corpo l'unica fonte di possibile luce: quella proveniente dalla ciabatta delle prese del mio pc e del mio stereo, sulla pedana dietro di me, dietro il letto. Con il quaderno sul cuscino.
A pensare di portarmelo a scuola, di perdere il filo sulle righe lì. A pensare di tenere una sorta di diario dei pensieri, non degli avvenimenti o dei ricordi dei pensieri, una sorta di minuto-per-minuto, ma non potrei mai davvero, in fondo. I pensieri sono miei, solo e soltanto miei, e mi ucciderebbe vederli letti e violati. Non tanto l'idea della lettura – che comunque mi inquieta un poco, perchè, molto semplicemente, non capirebbero – quanto piuttosto – ed il pensiero del pensiero che si srotola e morde la coda con e su se stesso – della violazione. Della lettura a mia insaputa e/o contro volontà, della presa di forza del mio spirito. Non dell'offerta: come ci si permette? E la presa in giro, la “gogna” pubblica, da una parte la non importanza e dall'altra la pena ed il rifiuto dell'anima intera, della parte più vera e profonda di me stessa. Forse è questo il tratto adolescenziale ed infantile che più mi resta, e non ho paura di mostrarlo: non mi importa il pensiero che così non “sono” adulta – che è ciò invece sento di essere in tutto e dico tutto il resto – ma c'è solo la verità di me.
Uh, male alla schiena. E da un lato il chiedermi come dunque venire a capo del problema del minuto-per-minuto, e dall'altro il dirmi di smetterla, di chiudere qui, che è tardi e sono stanca. Eppure ogni volta che ritorno al mio piumone giallo i pensieri ritornano a scorrere rapidi e d improvvisi e non riesco a fermarmi – a fermarmi. Forse perchè in realtà non voglio e dunque portare sempre un quaderno nuovo, e cancellare di volta in volta la matita precedente: ma COME? La ripugnanza infinita anche solo di quest'idea aberrante, il rifiuto totlae e netto come non credo di avere mai provato in vita mia di fronte a qualcosa di non totalmente estraneo ma sentito e compreso nella sua totalità.
In fondo, forse lo sono, un'adolescente: impegnata nell'analisi di sé e delle proprie emozioni e del proprio spirito, eppure io mi sento un'adulta che analizza il sé che è mutato d'improvviso e per un motivo ben preciso, non per il diverso tasso di ormoni che c'è nel mio corpo o per la nascente – ma che nascente, affermata – coscienza di sé od improvvisa crescita esponenziale del proprio corpo -magari-. Ed in fondo...chi se ne frega. Io sono solo un individuo che esplora le anime – non solo la mia – ed il mondo. Non possono esserci etichette per questo, non posso identificarmi con una fase dell'esistenza: sono io e basta. Non ci sono per nulla, in realtà, nel mondo (le etichette). E non ci possono essere, almeno non per le essenze, per le quali non c'è un alcun modo di porre un ordine come è da noi inteso. Perchè è frutto di mia essenza stessa e delle sue particolarità, leggi, non di quelle del mondo. Lo stesso, per asserirlo, sfrutto elementi umani – la logica – sul mondo – non umano, o, per lo meno, più grande dell'individualità uomo – e mai nessuno potrà uscire da tutto ciò, se non forse un dio. Ma meglio non addentrarsi in questo campo. È meglio che io vada, e respiri – ho l'affanno – e dorma e faccia smettere di tremare per lo meno la mano. Gioia infinita nel cuore.
Domani ricomincia la ricerca. Il pensiero, lo spirito. Ah, che cosa c'è di più meraviglioso di questo e di se stessi? E non è egocentrismo, nient'affatto. È solo entusiasmo che si respira lungol a via. La speranza. La pienezza delle emozioni. Sì, è questo la felicità vera. Ora lo so, e ne sono convinta.
Si può ancora riempire. Di altre persone, di altri pensieri e di altre riflessioni, ma lo so: è la felicità VERA.
Otto, belle larghe e distanziate per non sovrapporsi al buio, eppure una riga da decifrare c'è lo stesso. Le due meno venti.
Alla fine l'aggiunta mattutina c'è stata. Non tanto all'altrui pensiero – e fors'anche – quanto al mio stesso. La frenesia è tornata, e non ho potuto in alcun modo fermarla, lì, alle otto e trenta del mattino, tra la sonnolenza e le pieghe morbide delle coperte ed un antibiotico da prendere ed il girarmi dall'altra parte con il desio di dormire ancora un poco e di assopirmi di nuovo, ma il non potere, no, perchè il pensiero vola di concerto allo spirito e ben più veloce del sonno. E così giù, matita, quaderno, luce e tavolo e ragione. Se c'è davvero, questa ragione, e non c'è realmnete solo il folle ed il genio, e due modi differenti di esprimere il proprio stato di veglia di vinti e sconfitti insieme – perchè siamo destinati ad i massimi nelle emozioni e nelle esistenza; alla privazione della felicità degli sciocchi che ottenebrava ma non appagava i sensi, ed alla cerca infinita di un tipo di gioia ben diverso, raggiungibile ma non dato, lontano (ed è come la questione della pace per Platone: nell'evoluzione del suo pensiero, prima è data, e poi da ricercare); alla vita vera, allo zenith vero, ma anche dunque all'abisso più cupo ed al nadir più nero, lungo e doloroso; ed è elevazione infinita e dannazione infinita che val la pena affrontare, ma è pur sempre una caduta dall'Eden del sonno e dei dormienti e della falsità e della vuotezza dell'essere – nella follia e nella genialità, e nulla più.
- A capo. - Perchè, in fondo, il pensiero è stato molto semplice: in fondo, comunque, il saltare anche di giovedì mi è spiaciuto. Questo mi è sopravvenuto stamattina, mentre pensavo a che giorno è -sì, mi ci vuole un po' per connettere- e realizzavo il “no, ok, niente scuola”. Spiaciuto, perchè avevo proprio voglia di un po' di filosofia e spirito ed anche sane e “sciocche” chiacchiere su un divano “antico”.
Ah, quanto egocentrismo in tutti i miei discorsi – e non nel senso di egoismo, ma semplice centro del sé nei pensieri –, vero? Eppure, credo sia inevitabile: è come diceva Sartre, esistenza, prepotente esistenza, si insinua, la senti di improvviso e di botto, con un'intensità tale e tanto piena da lasciarti esterrefatto, senza fiato, da non poterla assolutamente negare né accantonare. Ed io lo sento, questo mio spirito, ed è talmente strano e pieno di sfaccettature che non riesco davvero a distaccarmi dallo studio e dal ricercare un minimo di fallace comprensione nello stesso. Sento l'esistenza del resto – i libri, i quaderni, i giornali ed i televisori di questa stana dove mi sono soffermata a pensare – ma è qualcosa di diverso. Sento l'esistenza degli spiriti altrui e me ne cruccio infinitamente, perchè li vedo sprecati, o me ne rallegro infinitamente, perchè di contro vedo, al pari del mio, palpitazione e tremore, spiriti violenti e pieni e annichiliti. Sarà forse, anche, che in tutto questo pecco – sì, anch'io – di un pizzico di vanagloria e d'orgoglio forse già troppo grandi, ma io credo in qualche modo necessariamente sussistenti in qualunque individuo come me: perchè non si potrebbe esistere in questo mondo – no, meglio: in questa umana società – senza la consapevolezza di aver lasciato l'Eden altrui – forse cadendo, forse innalzandosi; ma lo abbiamo lasciato – e la consapevolezza d'una genuina diversità, e la gioia e la pena infinita che scaturiscono dalla nostra scelta. Non puoi vivere senza la consapevolezza – e chi se ne importa se ripeto continuamente questa parola e dovrei usare un sinonimo ed anche un bel po' di punteggiatura in più, ma questa è la rapidità del pensiero e questo il suo filo, dunque... -, in fondo, di essere migliore. Di avere di più. In qualche modo, superiore per forza di cose, per preponderanza di fattori e loro prepotenza. Ed il volere sempre di più, perchè la ricerca di Sé pone limiti e ostacoli e cadute e collassi del cuore dell'organo grigiastro che a volte è in grado di muoverlo e controllarlo, eppure, tuttavia, gli occhi si spalancano sempre più e non puoi di certo tornare cieco, ma solo rassegnarti ed entusiasmarti alla venuta ed alla scoperta di sempre nuovi colori e sfumature, in un divenire infinito e incostante.
Forse per questo m'è spiaciuto: perchè l'espressione senza freni e senza limiti del mio spirito – come in queste righe (ed alla fine, tra tutto, sono dieci pagine, quattro ben larghe, ma sempre dieci) – con voce e bocca ed occhi in un modo che ben pochi possono capire o ancor più minimamente accettare, spalanca prepotentemente, solleva crudelmente e dolorosamente le palpebre, che però, poi – woah – restano senza fiato dalla meraviglia e dallo stupore, nei giorni seguenti, perdute in infinite riflessioni metafisiche. Ah, avevano ragione Platone e Socrate, no? Il dialogo è utile alla filosofia ed a ritrovare la verità entro se stessi.
E ora, davvero, la smetto di tediarti. Ci sarà un tempo forse – mi auguro – per altri “discorsi”. Faccia a faccia, tra uomo ed altro uomo, o solo tra spirito e spirito. Ma, be', l'Aletheia ha diverse forme, e tutte permeate della stessa bellezza sfolgorante, meravigliosa. Non a caso in Platone l'idea del bello e del bene e della verità sono il Sole, la più alta tra le Idee, che illumina e dona vita a tutto l'universo.
Non so né come né in che modo, ma io...un giorno troverò queste verità e guarderò direttamente il Sole, ne son certa, come l'uomo d'ombra della caverna. Ed allora, solo allora, potrò di re di aver davvero vissuto. E di essere pronta a morire senza alcun rimorso né rimpianto, facoltà che forse nessuno mai ebbe e che forse nessuno mai avrà, ma che io voglio inseguire e trovare. Forse mai la raggiungerò. Ma ci sarà la consolazione d'aver provato, e la felicità, nel mentre, del vento fresco sugli occhi spalancati e della vera ricerca. Dell'uso giusto del proprio spirito e della propria ratio, della vera umanità ed esistenza. E della morte dopo una vita della quale sarò soddisfatta.
- E be', scusa per il lunghissimo monologo delirante. Ma non c'è forse follia e genio, a questo mondo? Ed arresto la mano, tremante. O, davvero, potrei andare avanti nelle mie riflessioni e non fermarmi più. -
Ok, ora mente fredda, calma e riposata -o per lo meno pseudo-tale-. Ho pensato a lungo se postare o meno tutta questa pappardella, sai. Più che altro perchè non mi piace che chiunque possa passare a leggere, in fondo. Ma, infine, ho deciso di sì; e davvero il tarlo della comprensione – o per lo meno dell'accettazione – diventa, a questo punto, gigantesco. Non ho nemmeno riletto, e, caspita, sono cinque pagine di word. Spirito, nudo e crudo, espressione di un concetto fondamentale che chissà se coglierai, nascosto e sepolto tra cumuli enormi di riflessioni strampalate. Ma c'è l'io. And nothing else matters.
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