Tra gli innumerevoli argomenti che nel corso degli anni hanno contribuito a convincermi del fatto che io sia una persona estremamente fortunata, và senza dubbio citato come prima o poi io sia riuscito a realizzare molti dei classici sogni-che-avevamo-da-bambini, ma che in realtà sono gli stessi che ancora immaginiamo ad occhi aperti senza nemmeno -alle volte- farci più caso. Oggi, 8 gennaio 2011, un anno per me cominciato male, all'insegna della bassezza e della confusione, ho salito la mia prima cascata di ghiaccio. Non da primo, e non certo un grado da paura, ma poco importa. Oggi, ho ritrovato la voglia di scrivere, possibilmente senza i miei soliti orpelli che in questo caso servono davvero a poco, poichè l'unica cosa che cerco è qualche riga che possa ricordarmi questo giorno. Mentre scrivo realizzo poi che a non molti km dal mio piccolo regno milanese, abilmente nascosta nel garagino della casa patermaterna, giace la Fiamma, una Beta RR 125 4T enduro che magari non è un KTM 450, ma è soltanto mia, conquistata solo adesso dopo anni. Perchè da pischello leggevo di Cassin ma anche di Everts, ed oggi ricordo con immenso piacere i miei sospiri di fronte alle incredibili foto dell'uno e dell'altro. Nel mio piccolo (ma che importa?), ci sono arrivato, così come ho realizzato molto altro, ma queste due cose in particolare sono davvero mie, ed è questo che le rende a loro modo uniche. Insomma, sono contento, contentissimo, se fossi anche sereno sarei addirittura felice, ma decisamente non lo sono. D'altra parte dove potrei trovare il coraggio di lamentarmi? Ogni giorno mi riempio la testa e gli occhi di nuove idee, di nuove ambizioni, di nuovi sogni... alcuni forse destinati a rimanere tali, ma altri forse no. Vivere è davvero un magnifico esercizio, come diceva Sepulveda, ed io sono grato al Burattinaio per avermi concesso tanto. Spero di avere ancora tempo, tanto tempo ancora, perchè vorrei spremere il mondo fino all'ultima goccia, berne il midollo, ed infine, come diceva Dave Matthews...
"Gravedigger, when you dig my grave, can you make it shallow, so that I can feel the rain?"
Nient'altro, spazio alla cronaca, al romanzo, alla allegria che ho da mettere in parole.
Saltiamo a piè pari il primo capitolo, una introduzione che si rivelerebbe pesante e fatta di lunghe ricerche, sofferti acquisti, tentennamenti ed una buona dose di ostacoli di varia natura e ragione. Ciò che conta è che la data era fissata: 8 gennaio, non si scappa. Il materiale c'è, quello che non c'è lo fornisce la Guida, la voglia anche, l'ansia da prestazione pure. Inzaboriato crudelmente dal parentado a colpi di mascarpone per lunghi giorni, la forma fisica era non dissimile da quella di una vongola nemmeno tanto verace. E così, in tre giorni 50 Km di corsa, almeno per ritrovare un fiato decente. Poi la vigilia, dove non doveva e non poteva mancare il conforto di colui che della densità di cazzate ha fatto religione e fede irrunciabile. La carbonara, insidiosa e possente, si trascina a forza di birre sino a tarda ora, condita da cineforum di alto livello al termine del quale la sveglia indica come di ore di sonno ne siano rimaste soltanto tre. Poco male. Scelgo uno zaino che più che altro è una sacca, ci sbatto dentro a caso tutto (o almeno spero), e provo a dormire almeno per 180 minuti, trascorsi i quali mi alzo dal letto di botto, vestendomi in un nulla, arraffando il materiale, ingollando tre cucchiai di miele e non lavandomi i denti, perchè contro carbonara&birra non c'è nulla che tu possa fare, solo soffrire. L'occhio ancora iniettato di trigliceride percorro in silenzio ma in fretta le strade di una Milano che alle quattro del mattino, sotto una pioggerellina malaugurante, appare più vuncia e stronza del solito. Mi catapulto sul treno per Bergamo, dove piombo in uno stato comatoso dal quale emergo solo a destinazione. L'occhio spento e il viso di cemento, vengo prelevato dall'unica vera Guida, 1.60 per meno di 40 Kg, credo, bergamasco fino al midollo così come tutti i compagni di ventura eccetto il sottoscritto. Potente. Nonostante la sonnazza si tenta conversazione, anche se il dialetto rimane al di là della mia portata. A velocità folle guadagniamo il passo del Tonale, dal quale saliamo via seggiovia a 1600m. Da lì, segue un'ora bella piena di acquagym, ma quello vero. Nella neve fino al culo, ci apriamo la strada verso una fantomatica colata di ghiaccio. La Guida sà ovviamente il fatto suo, e -seppur orribilmente sudati, e già largamente bestemmianti- giungiamo infine non senza fatica ai piedi di un bellissimo monumento alle transizioni di fase. Da uno spuntone di roccia 50 m sopra di noi, madre Natura sputa una colonna di ghiaccio color del mare, che poi si slarga alla base sino a congiungersi con il metro abbondante di neve della valle.

Nulla di epico, sia chiaro... però nemmeno si scherza. Ramponati e piccati, si inizia a prender confidenza con l'elemento ghiaccio, tra bestiemme orrende, pezzi di ghiaccio che volano, ed una grande allegria di fondo. Sotto le mani esperte della Guida sembra una specie di gioco, ma capiamo benissimo che da primi e su gradi alti, non c'è un cazzo da ridere. E' una arena enorme, bianca, bellissima, dove tutti possono giocare a patto di essere guerrieri, come direbbe il Dama, duri e puri Dopo le prime due ore, l primi due paia di guanti certificati ultraimpermeabili sono bagnati fradici. Giacche e pantaloni, per quanto tenici, non resistono al nevischio ne tantomeno al continuo pisciare della colonna azzurra che occhiegga tronfia ed intoccata sopra le nostre teste. Le punte dei piedi cominciano a far male, dopo avre tirato grandi puntazze contro quel vetro insidioso che dovrebbe tenermi su. Ignorante e novellino, risolvo come le prime volte che si andava in falesia, vale a dire a zampate, solo che qui non puoi andar dinamico sulla figa di mulo a mezzo metro dalla tua mano, perchè prese non ce ne sono. Allora raduni le forze e tiri grandi mazzate di picozza, sperando che non ci metta più di due piccate ad entrar bene, che non è un mestiere rilassante prendere a mazzate il ghiaccio. Andando avanti comincio a capire la logica, differente dalla roccia, meno raffinata ma più delicata. Non esistono passaggi morfologici, prese da prender strane, numeri di piedi di alta scuola, trick ciccioni o super-potenza fisica, perlomeno non su gradi umani. E' una danza, che deve risultare ancor più armoniosa della progressione del placchista... continua, fluida, anche se hai quattro attrezzi di acciaio tra mani e piedi con cui massacrare te stesso ed il ghiaccio. I polpacci in breve smettono di rispondere, ormai si tendono autonomamente ad ogni ramponata, così come le dita. Sì, perchè di tacche bidito non ce ne sono, ma le picche van strette, e van tirate fuori, ad ogni metro. Si procede a passetti, veloci, in punta di ramponi, bisogna crederci, bisogna volerlo, sennò vieni giù per direttissima, e mica come sulla roccia. Sei un panzer, bardato ed armato di tutto punto, che mette alla prova delle viti da ghiaccio qualche decina di metri più sopra. Se esiti, sei a valle. Devi fargli male, al ghiaccio, ma non devi sfigurarlo, perchè quello si vendica e vien giù, e tu con lui, e il gioco finisce. Passano i tiri, gli esercizi, qualcosa in più si capisce, si sale più sciolti. Si mangiucchia qualcosa, e non fà nemmeno così freddo, anche se siamo avvolti da una nebbia spettrale e picchiamo ormai da ore. Verso la fine sento di essere a convergenza, me ne strafrego di stile e finezza e azzanno la parete. Girano le gambe, anche se doloranti, girano le braccia, anche se a fatica. Torno svuotato sulla neve, in mezzo a questa compagine bergamasca ridanciana, bestemmiona, perfetta, di montagna vera. Ci conosciamo da qualche ora, ma la gente che la montagna ce l'ha dentro la si becca subito, e tutti noi mastichiamo la stessa poesia. Non c'è spazio per mezze maniere, si stà allegri come si può mentre ogniuno vive un pezzo del suo orgoglio. Io mi prendo il mio tempo. Dopo un paio di passi miracolosamente eleganti (significa che al posto di essere impiccato su mezza punta del rampone, storto, col peso a puttane, le braccia che tirano di brutto sulle picche sennò vieni giù, sei bello comodo su quattro punte, il pisello sulla parete, bello in equilibrio, che le picche le puoi dimenticare. Wonderful sensation, è come dimostrare un bellissimo teorema le cui variabili siamo solo noi stessi), mi godo il graffio del ghiaccio, il rumore delle picche che lo fracassano, la consapevolezza di aver ingannato il Burattinaio, a venti metri da terra in un posto dove nessun animale può stare tranne l'uomo. Che bara, ma questa volta non solo con stile, ma con coraggio. E' un gioco sottile, complicato, che uccide il giovane e nemmeno salva il vecchio. Possiamo vincere qualche battaglia, ma non vinceremo mai la guerra contro cose del genere. Ma come si fà a dir loro di no? Sorgono, maestose e bellissime, in posti a volte nascosti o dimenticati. Sono gemme, sono diamanti, incastonati tra i boschi e le rocce, sono amanti rissose e crudeli, ma irresistibili. Ti chiamano a gran voce con i loro silenzi perfetti, incatenano i tuoi occhi al levigato splendore del ghiaccio, azzurro, blu, bianco, grigio, mille colori, mille sfumature alle volte nascoste da un velo di neve, che tu spazzi via per piccare meglio, certo, ma anche per vedere cosa c'è sotto. Come la gonna di una ballerina, coi suoi arabeschi, magari i suoi strappi, forme incredibili che si accatastano l'una sull'altra, enormi meduse i cui tentacoli affondano nel bianco immacolato della neve intonsa. Chi siamo noi per poter allungar la mano, e toccare, e giocare? Siamo guardoni, siamo attacabrighe, siamo quelli che non ne hanno mai abbastanza, che vogliono di più, sempre di più. Che sanno il rischio, lo temono, lo soffrono, ma lo cercano con gioia. Per sentirsi vivi nel modo più vero ed incredibile, cioè quando in gioco ci sei tu, e il ghiaccio, e la sfiga, o chiamatela come meglio vi aggrada. Io vorrei, prima o poi, che il ghiaccio si prendesse le mie ossa, e la mia anima, perchè credo sia ciò che di più bello e puro allieta le montagne. Vorrei poter arrivare alla fine sereno, e decidere di regalarmi così, senza fronzoli ne nient'altro, perchè in fin dei conti alla montagna ne ho combinate parecchie da parecchio tempo, sarebbe giusto ripagare. Ne sarei felice. Poi è ora di andare, e meno male, perchè la discesa non è meno faticosa della salita, ed io ho dormito tre ore soltanto. Caracolliamo sino alla meritata birra, che trascorre serena, stanca e bizzarra come è giusto che sia. Poi il ritorno, lunghissimo, macchina e poi in treno, ma nemmeno me ne accorgo. Negli occhi e nel cuore la consapevolezza di aver scritto un'altra parola importante dentro di me. Ed è solo l'inizio... verrà a brevissimo altro ghiaccio, più stronzo, senza mezze misure. Verrà la paura, e quella fastidiosa sensazione che ti dice che forse sei troppo su di giri su una marcia troppo corta. Lo vedremo. Per ora, lo schianto dell'acciaio, il bianco accecante della neve, gli sbuffi bestemmianti che colano vapore nell'aria gelida. Non si soffre, si lotta. Senza quartiere, per portare a casa con cattiveria l'unico risultato che conta: era un sogno, ora è realtà.

1 commento:
MA con Ice falls...si intende cascata di ghiaccio o ghiaccio che -porca m...a- vien giù?!! AH! _Bel colpo vecchio!Perchè la vita è un fiume è non puoi risalirlo tutta la vita contro corrente...però lo sfizio di cavalcarlo mentre lui dorme!! Ke FIKATA! Poi la troveremo la foce...ora e tempo di toccacciare!Compagneros.,.... Comandi!
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