Giugno, anche se davvero non sembra. L'aria e' fresca al punto giusto, sciaquata di buon grado da una pioggia degna di nome, ma Milano non lascia scampo, ti insegue dall'alba al tramonto con quella sua umidita' che d'estate s'avvicina pericolosamente al puzzo di un barile di pece lasciato alla malora su un pontile per anni interi. Scrivo, questa sera, un po' per gioco, non certo per gridare, forse perche' di righe in questi mesi ne ho messe insieme parecchie, ma destinate ad altri, non a me stesso e nemmeno questa sorta di scatolotto in cui ancora mi illudo di poter essere libero dal guidizio altrui. Cosi' non e', ma e' inutile pensarci troppo. Scrollo le spalle, mi dico che in fin dei conti qualcosa di vero, sinceramente mio ed assolutamente libero c'e', anche adesso, avvolto nel non silenzio di quattro mura che mi riesce difficile non chiamare casa. Non sto' parlando di quei pochi metri quadri per cui mi sono battuto in questi mesi. Metri sudati uno alla volta, memori di sacrifici e di ingiustizie, di leggerezze e di liberta'. Un'altra di quelle cose che ho voluto con forza, e che per mia fortuna ancora una volta ho ottenuto. Certo, e' una via di mezzo. Come tutto cio' che ho e che non ho, ma direi che va bene cosi'. E per certo ho costruito qualcosa, tra mucchi di biancheria sporca e bottiglie di vino, tra porte spaccate e pizzoccheri, divani ribaltati e notti degne dei Grandi.Eppure, per quanto io mi sforzi, con tutto me stesso, sul serio... non e' casa. Mi va' stretta, nonostante abbia tutte le carte in regola per essere altrimenti. Lo so' il perche', ma questa e' un'altra storia. Come il motivo per cui chiamo invece "casa" la mia scrivania, la quale dopotutto mi vede da quasi cinque anni di sudore e soddisfazione. E molto altro, ma questa e' un'altra storia ancora. Il punto e' -si', quest'oggi sono pigro nel seguire il filo, svogliato nell'arrivare al dunque, perfido nel sondare acque agitate- che sono sulla soglia di una estate un po' complicata. Anche questa non e' una novita' pazzesca, per me, ma quest'anno l'idea di giocare sul filo del rasoio una volta di piu', non mi piace per nulla. Sara' perche' di questi tempi sono palesemente immerso in un sogno ad occhi aperti che davvero mi ha pucciato nella serenita' come un grancereale nel caffelatte... ed ancora il mio destino non e' certo, sospeso e sballottato tra quattro nazioni diversi in cui dovro' necessariamente fare tappa in meno di tre mesi. E le mie montagne? E chi mi sta' a fianco? Il tempo, sempre lui, mastica le ore sbavandomi addosso, sputa gli avanzi da parte e riprende a mangiarmi la testa, ridendo a piu' non posso. Perche' -e piu' o meno tutti ne siamo consapevoli- checche' se ne dica il tempo mastica piu' in fretta quando in tasca hai ben poco, e la stagione dei sacrifici ancora non si e' conclusa, anzi. In perfetta analogia con il sentiero in falso piano che al posto di portarti in cresta ti spacca le gambe e il fiato da una cengia all'altra, cosi' il pacifico traguardo di un conto in banca piu' rilassato e' massacrato senza posa da una serie di sfighe piu' o meno previste, che -e' chiaro- fanno parte del gioco, ma che alla lunga spaccano anche un po' i coglioni, suvvia. Poi, istantaneo, arriva a tirarmi un gran ceffone in pieno viso il senso di colpa dettato dal pensiero rivolto alla gente che davvero sta' peggio, molto peggio. Inutile profondermi in preghiere e invocazioni, non e' questo il luogo, anche se qualcuno in testa ce l'ho piu' di altri. Si', perche' nella mia dorata e perfetta indipendenza, sublime liberta' e quant'altro, rimane l'amaro sapore di non poter -o voler? questo mi farebbe davvero impazzire...- muovere un dito per coloro grazie ai quali sono cio' che sono. E' bello guardarsi allo specchio, fare il punto, ed essere in buona parte sodisfatti di come si mette la mano sul proprio timone. Ma chi mi ha insegnato a portare le vele non naviga ora in acque tranquille, anzi. Ed io mangio la sabbia sulla spiaggia, mentre imbelle assisto alla battaglia in alto mare. Almeno vi arrivino le mie urla, a dirvi, a ripetervi, quanto incredibilmente belle sono le votre bandiere, con quanto calore e passione, arte e desiderio avete decorato le vostre polene. Naviganti e capitani, sangue del mio sangue, io davanti a voi mi inchino, io che ben mi vendo al prossimo ma che valgo molto meno della sola piuma dei vostri cappellacci. Se ancora ne fossi capace, piangerei per voi, perche' rabbia non me ne rimane proprio, e invece eccomi qua a gracchiare contro il nulla, vecchio corvo sulla spalla di uomo di legno, a cantar sventura ai vivi pur non essendo capace di porre omaggio ai morti. E basta, ora, perche' porei farcire di parole pagine intere, ma a che scopo? Rimboccarsi le maniche bisogna, prestando attenzione ai dettagli. Quelli contano, quelli posso ancora toccare, e cambiare, perche' io credo che molte rotte possano essere invertite. Alcune solo toccacciate, un grado di qui, una virata di la', ma alle volte anche una sola strambata puo' far la differenza. Io lo spero, e agli Dei offro un canto senza voce, poiche' gia' troppe parole ho buttato nel vento. E molte ancor ne avrei, perche' in questa specie di enorme pentolone che mi ribolle tra capo e collo, fatico addirittura a ritrovare ordine. Scrivo, tento di etichettare, mettere a posto, organizzare, fare, prevedere... niente, nulla da fare, passa qualche ora e bisogna impastare tutto di nuovo. Da diventarci matto. Eppure...

Fresca la notte sul tuo volto, or che duplice condanna noi si va' scontando a malincuore: null'altro potendo aver tra le mani se non il ricordo, ci affidiamo a Morfeo nella tenue speranza che l'oblio ci illuda di avere a fianco cio' che piu' vorremmo. Ma non c'e' respiro a cullare il mio sonno, e gelida la mano della Tenebra sventra i miei sogni. Buonanotte ai solitari, allora, ovunque voi siate, sperduti in ogni luogo che non potete chiamare casa, avvolti come da un sudicio artiglio verdastro che sottovoce sempre vi ripete di non essere liberi davvero. Ma passera' anche questa notte, e l'alba ci portera' vicino -seppur di un poco soltanto- a quel giorno in cui, finalmente, ci fermeremo. E dormiremo, ore intere e mai sembrera' abbstanza, imparando a conoscere le sfumature della sera come se fossero un qualcosa di proprieta' intimamente nostra, e -forse- cosi' davvero sara'. Bianco, adesso, opalescenti tinture vetrose danzano davanti ai miei occhi stanchi, aggiustano le lacrime e ritoccano le mie mani tremanti. Caracollo nella scoordinata anticamera del nulla, mendicando col sorriso di ottenere come ultima scintilla di coscienza, il ricordo delle tue mani su di me. Null'altro occorre, ed il resto, rispettoso, si rintana compito e silenzioso. Un attimo, quell'attimo in cui l'enorme pentolaccia finalmente cessa di borbottare, poi piu' nulla.

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