alcune cose sopravviveranno al tempo...


13 luglio, 2011

tenendo il passo...

a fatica, gli orologi corrono ed io qui ad arrancare, il passo a volte sicuro ed elegante, altre volte stanco e un pò penoso. scrivo dall'aereoporto di Bilbao, da una Spagna che mi è sfuggita tra le dita, ma racconto qualche ricordo recente che non vorrei dimenticare. Forse, in virtù della stanchezza ormai micidiale, questo giro riuscirò ad evitare i soliti fronzoli, chissà. E via...

brasca


si comincia con una bella endovena di vanità: un pò irretito dalle scarse finanze, un pò voglioso di mettere a frutto l'allenamento accumulato, due settimane fà -ore 08:45- scendo a Novate Mezzola FS, per l'ultra classica sgambata al Brasca. All'attacco del sentiero, di cui ormai conosco a memoria ogni singolo gradino, ogni singola pietra, l'immancabile, variegata marmaglia domenicale inizia con la rosolatura lenta dei caciottosi polpacci, regalando perle di rara stupidità ancora prima di cominciare l'ascesa. E' una giornata magistrale, non una nuvola in cielo, ed io ho tanto le gambe quanto lo spirito pronti per un qualcosa di epico. Dopo il successo della mezza maratona ed una dura battaglia contro l'autocorrelazione dell'operatore corrente in NVT, vedo davvero rosso violento, e i pansones non mi deludono. Dicesi panson qualunque sportivo che relega la performance all'italiota, rilassata cazzata. Tutti noi pansoniamo, qualche volta -io pochino-, ma ci sono esemplari incredibili. Che subito sorpasso correndo. Tento di partire piano, ma l'idea che di pansons da superare ce ne siano tanti tanti mi ispira e mi dà gamba. Saltello apparentemente senza sforzo sui gradoni di pietra, forte della falcata e del conoscere i pochi punti in cui la pendenza offre riposo. In quei punti, irretito da un manzo che scende correndo, decido di provare a tornare ai vecchi tempi, i tempi in cui in montagna ci andavo correndo senza scarpe. Azzanno i primi metri, e subito capisco che è la giornata giusta. Non sento lo zaino, lo stomaco è vuoto, le gambe macinano allegre e il polmone sbuffa senza problemi. Senza mai fermarmi, correndo appena posso, saltando di gradone in gradone quando proprio correre non ha senso, sbuco alla locanda di Codera ore 9:48. E' un grande successo, forse se mi allenassi ancora di più riuscirei a scendere sotto il muro dei 60', chissà. Contentissimo ma decisamente fradicio, distendo un pò il passo, la mente vuota fatta eccezione per l'aver realizzato che la fastidiosa sveglia alle cinque del mattino di domenica è davvero un misero prezzo da pagare per aver nelle gambe una felicità simile. Di buon passo arrivo fino al Brasca, ovviamente inondato di pansones. Dov'è la quiete delle mie montagne?, penso tra l'incazzato e l'altezzoso mentre supero due coglionazzi con bici da 2000 euro l'una ma polpacci da dimenticare. Metto il naso in cucina. Sò perfettamente che Tarcisio e signora sono al tagliere dalle dieci del mattino, ma la montagna è prima di tutto umiltà, così -dopo aver scansato la nipotina che sfreccia a guisa di cameriera a portare la colazione a della gente che non meriterebbe la bellezza di questa valle- chiedo timidamente al vecchio se posso già metter qualcosa in pancia. "Dai, siediti che combino qualcosa", mi fà sorridendo, mentre la sua signora già versa un quarto di rosso. Mi sbrago un pochino sul tavolaccio, guardo ridendo il camino già acceso, e getto un lugubre sguardo ai pansones che stanno discutendo su cosa ordineranno per pranzo con lo stesso tono di due inutili viziati ad un aperitivo milanese. Tempo cinque minuti -lo sanno che ho fretta, che ho il treno- e piomba una piastrella di polenta taragna affogata brutalmente in una slappa di spezzatino ai funghi. Sarà il vino -buttato giù senza ritegno a stomaco vuoto dopo una corsa da matti- ma per poco non mi mettevo a piangere. Di fronte agli stronzetti impegnati in una colazione normalmente tardiva, ma in montagna addirittura scandalosa, divoro rumorosamante il tutto, mentre la signora mi confessa che "la gente di montagna fà come te. si siede veloce, mangia, e se ne và". Digerisco uno dei complimenti più belli e sinceri ch'io abbia mai ricevuto, rispondo con un sorrisone da barbera, poi piombo in cucina per ringraziare e sottopormi al rito della grappa. Il Tarcisio mette giù il coltellaccio, e mi tiene un buon cinque minuti a decantarmi le bellezze della sua nuova magia. Mi dice che è il primo anno che la fà, un tizio di Codera gli ha assicurato che ne valeva la pena. Così, in primavera ha preso le pignette del larice, e le ha messe in infusione. Il risultato è una grappa rossa, come appunto il larice in primavera, molto dolce, non forte, come direbbe il mio quasi omonimo che ora mi guarda dall'alto -probabilmente tirando gran sorsate di montenegro- "a l'è rusolii". Ne assaggiamo un'altra, parliamo un pò. Gli racconto della mia vita un pò a Milano e un pò in giro, si fermano anche la nipotina e la signora. Poi devo scappare, il treno riparte e a me già manca la mia donna. Una stretta di mano sincera, poi corro giù, ruttando allegramente polenta e grappa. L'effetto benzina del vinello si esaurisce a Codera, ma ormai sono arrivato. Alla locanda mi dicono che oggi ha detto messa una vecchia conoscenza, uno scout. Sorrido, forse dentro di me un pò piango, e poi vado giù come un missile, mi fermo solo per tirar su un sacco pieno di spazzatura che qualche testa di cazzo ha lasciato sul sentiero. Incontro il prete, mi riconosce, gli dico tutto contento che ho fatto la BA, indicando come un pirla il sacco del roncio. I repartari che gli stan di fianco sorridono in modo strano. Ho già capito, ma devo aspettare di prendere il treno da Colico perchè il capo reparto -che non mi riconosce- mi confessi che una sua squadriglia è colpevole del puzzolente reato. Poco importa, son mezzo ubriaco di grappa e stanchezza, e non vedo l'ora di riabbracciare la mia fatina irlandese. Mi rigiro un pò nel miele, poi vincono le troppo poche ore di sonno, e mi addormento. Mi risveglio appena in tempo per scendere dal treno nel posto giusto, una volta di più ringraziando il Burattinaio per avermi messo di fronte il lato del sottoscritto ch'io amo di più. Forse anche quello più vero, senz'altro il più intimo. Ma più che gli dei, è a miei vecchi che và il mio pensiero. A un vecchio alpino che scegliendo tra tutti ha lasciato a me le sue picche ed i suoi zaini, ed ancora più a colui che la montagna mi ha insegnato ad amarla e rispettarla. Io credo di non aver mai ricevuto, e di non poter mai ricevere un regalo più bello. Mio padre mi ha regalato la bellezza di capire la libertà dei boschi, la carezza della pioggia, l'acre, splendida soddisfazione del sudore. A lui, questa notte come molte altre, un inchino profondo. Dal monte Croce fino al Colbricon, i miei lunghi passi stavano dietro ai tuoi. Un abbraccio, pà. E buonanotte.

di pistoni e chiavi del 12



ha ruggito. dopo mesi di sudore non certo solo mio, la Vecchia Bestia ha parlato. Lo speravo, ma è come con le donne, non lo sai mai davvero con certezza. Dopo averla completamente smontata, il telaio da una parte e il motore dall'altra, dopo averla sezionata, capita, insultata, aver comprato dei pezzi di ricambio usati da un rottamaio inglese, aver mezzo via i soldi per guarnizioni, olio, e molto altro, dopo qualche giorno di montaggio, bestemmie, birre e violenza,
la Vecchia Bestia ha parlato. Senza lo Sciamano, non ce l'avremmo fatta, è chiaro. Lui che da due metri vede un bullone e sentenzia "serve una chiave del 12", che ce l'ha, stà magia dei motori, che a naso sembra burbero come un vecchio bavoso e invece è uno che merita un sacco. Ma non ce l'avremmo fatta soprattutto senza Spoonman, la sua spensierata generosità nel darci materiale, un posto dove lavorare, il suo tempo addirittura. E poi stefano, che la Bestia la conosce, che ha scomodato mezzo mondo per cercare di salvarla. E la mia donna, che stanca morta dopo giornate impossibili restava a sorbirsi in comatoso silenzio il clangore delle brugole. Insomma, dopo aver scalciato, sistemato fili, avvitato candele, scosse, bestemmie e quant'altro, il miracolo è accaduto. Benzina vecchia di due mesi, carburatore vuncio, cilindro con viti mancanti, frizione rotta, radiatori sfondati, eppure la Bestia si è fatta sentire. Ora che sò di poterla salvare, il lavoro si decuplica, l'ansia pure. Servono pezzi nuovi, serve un posto dove lavorare... tante cose in questo cranio già pieno, ma che importa? E' mia, mi appartiene, ci ho messo le mani con rabbia ma anche con amore, e lei mi ha ripagato con 350cc di rabbioso, monocilindrico pistonare. Mi piacerebbe poter ringraziare tutti costoro... anche il Giuly che la moto me l'ha salvata col Tata, e tanti altri, che di fronte al peggiore dei novellini hanno sorriso senza mai sfottere e sempre allungando una mano anche quando certamente è costato fatica. Grazie. Per un pranzo scroccato, un amico meccanico, una serata regalata. Non sò se mi sarà concesso di fare ciò che ho in testa di fare, con questa cosa bellissimi dei tasselli infangati. Ma sò che già così ho ricevuto molto. Cristo, solo a ripensare a quando mi ha ringhiato sotto al culo, senza carene, in seconda compressa, gente che spingeva da dietro tirando cristoni, qualche botto, singhiozzo, strappo, lamentela... ma poi, le benza che scoppia, il pistone che ti martella, aprire il gas e sentire che -porca puttana- sentire che vai.

pintxos y cervezas



partivo bene, con l'animo zingaro di chi per cinque giorni in terra straniera porta uno zainetto da meno di dieci litri. Il volo mattutino, dopo luuungo tempo che non volavo -e perdipiù da solo- si rivela un modo molto piacevole di svegliarmi del tutto. A un certo punto ero quasi deluso -e cazzo, apri stò gas, no?- poi mi sono ricordato di quanti simpatici newton ha bisogno un tonnellaggio simile per vincere mg più gli attriti ed altri oggetti splendidamente non conservativi. Insomma, good vibration. Atterro a Bilbao con una fame imbarazzante, e mentre qualche collega (ancora non ci conosciamo, ma già lo sò che son colleghi. Abbiamo facce che si riconoscono, e non necessariamente in positivo...) si dirige -sbagliando- verso la costosissima caffetteria, io subito imbrocco il tramezzino giusto al duty free. Dopo aver sborsato una cifra svizzera, veniamo stipati su un pullmano guidato da uno che di recente deve aver visto fast&furious 5, ma io ho sonno e me ne batto dei gridolini delle russe di fianco a me, e piombo
in un sonno assoluto. Appoggio piede a Donostia (o San Sebastian, ma a me piacciono i baschi, le basche, la lingua basca, la loro causa e le loro terre, quindi Donostia, eccheccazzo!), e vengo inevitabilmente assalito da ricordi che in realtà hanno un buon sapore, non certo per le bionde riminescenze, ma per le messican-valtellines baldorie. Ma questa è un'altra storia. Veleggio verso la residenza, rifiutandomi di prendere l'autobus in mezzo alle proteste altrui, per scoprire che nella mia stanza singola lautamente pagata, non c'è nulla, nemmeno lenzuola, cuscino, asciugamani e carta igienica. Non è possibile, dai, quindi chiedo informazioni e ricevo scuse profonde. Tempo di un kebab decisamente non eccezionale, e la mia stanza diventa umanamente vivibile. Poi dormo, dormo, dormo. quattordici ore, mi sveglio la mattina beatamente rincoglionito e inizio con una piacevole sorpresa. Il primo lecturer è nientepopodimeno che R. Martin himself, che già a Trieste mi aveva gentilmente autografato con dedica la mia copia dell'unica vera bibbia. La giornata prosegue con tanti numeri, qualche talk interessante, qualche talk pessimo. Tendo brutalmente a farmi i cazzi miei, qualcuno sano in giro c'è, ma non mancano elementi che col sottoscritto non hanno nulla da spartire. I primi tre giorni passano eremitici. Numeri fino a sera, poi niente cena, lettura dell'autobiografia del Che, e nanna. L'ultima sera prima del pellegrinaggio di ritorno a Bilbao, decido di averne abbastanza. Sarà che Revy mi manca da far schifo ai porci, perdipiù impaccettandomi di miele di prima qualità, ma il buon vecchio Brodo mi tenta e riesce a tirarmi fuori dalla stanza. Le cose, o si fanno bene o non si fanno, quindi in cinque minuti decido che il giovane del primo anno è uno a posto, e il trio -io lui e brodo- si stacca dalla mandria per fare l'unica cosa che si può fare nelle lunghe notti di Donostia: il giro delle taberne. Funziona così, e facile, ma non è per tutti. Vai nella parte vecchia di Donostia, essenzialmente un concentrato di taberne, questi posti a metà tra il baretto ed il pub, alcuni più ronci, altri più fighetti, ma tutti offrono la stessa cosa: alcool, tipicamente birra chiara e leggerina, ma anche bestemmie miste di vino rosso e cose frizzanti, e aperitivi in forma dei mitici pintxos, (o se siete dei duri, anche i bocadillos, che son più cicci), incredibili combinazioni stuzzichevoli come gamberetto-oliva-salsa alla maionese-fettazza di prosciutto spessa su pane, oppure tapas (frittata con patate) pomodorini bacon, frutti di mare fritti in una piadina... insomma, fantasia culinaria davvero epica. Ora, non è che puoi semplicemente piazzarti in un posto, e dar fuoco alle polveri, non è così che vanno le cose. Il gioco è uno massimo due pintxos, una birra, e via che si cambia posto. Ieri, sbiellandoci dal ridere e già parecchio allegri, siamo usciti da un posto per entrare in un altro a meno di un passo di distanza! Continuiamo in alcoolica allegria per un bel pò, poi ci raggiunge la mandria. Non mi lascio abbattere, e combatto la mediocrità a colpi di Sangria. Smezzo il mio bicchiere con un vagabondo che mi dice arrivare da Berlino, parliamo -tristi- con un ragazzo di ragusa che ci racconta di essere appena uscito dal carcere dopo 4 anni, e di spacciare a Donostia senza poter fare nemmeno la carta di identità. "Appena vado in ambasciata, mi arrestano", dice questo ragazzo che non ha più di vent'anni, che senz'altro non è un santo, ma che però mi fà una pena infinita. Sembra contento, gli auguro buona fortuna. Poi è ora di tornare, le gambe molli e la pancia piena di cose strane, anche perchè son quattro giorni che mangiamo così (a forza di pintxos) anche a pranzo. Sognando una italianissima pastasciutta (o un risotto, una polenta!), scendiamo in spiaggia. Mi ritaglio un attimo un pò mistico, piscio con gaudio nell'oceano con l'acqua fino alle ginocchia, poi approdo nel letto, sporco, sudato, con lo stomaco a pezzi, ma felice, perchè qualcuno un pò lontano mi ha regalato parole uniche, che vorrei riuscire a tenere per me finchè campo. Oggi intervengo ad un talk di una figa spagnola che mi dice "parliamone domani", ma ci manca poco a riderle in faccia. A petto gonfio declino, correndo verso il bus come se questo aprendo le porte mi potesse ridare l'unica che di me può disporre come più le pare e piace. E invece mi apre la controfigura di Antonio Banderas, un pezzo gigante di spagnolo da film che mentre mi dice -ridendo come un pirla e in un inglese improbabile- che sarò l'unico stronzo su quel bus, viene adorato e sbaciucchiato da tutte le ragazzine in tenuta da battaglia, perchè a Pamplona è S.Firmino, che evidentemente deve essere una specie di antico carnevale, vista la quantità abbruttente di culi e di gambe di bianco e di rosso malamente inguainati. Ringhiando a bassa voce, mi sdraio letteralmente sui sedili di un pullman effettivamente a me solo riservato, mentre Banderas accende una radio improbabile in lingua basca (non avete idea!), apre un pacco di pringles spuzzolenti, inforca un paio di rayban assurdamente giganti, e bestemmiando si fà strada fino a Bilbao, mentre, convinto ch'io non lo veda, fa segno con il dito a tutti i colleghi che vengon dalla parte opposta che ha solo un coglione a bordo. Ne incontriamo in tutto almeno una decina, e per ciascuno, in perfetto silenzio ma ridendosela assai, riesce a far capire con un dito e molto labiale, l'ilare concetto, che in effetti piega dal ridere parecchio anche me. Tuttavia me ne stò zitto, non voglio rovinargli la festa, e lascio che la bianca, alata forma dell'aereporto si chiuda su di me. Compro acqua e biscotti, finisco il libro, e comincio a scrivere, non per noia ma solo perchè i giorni che verranno saranno ancora più intasati di questi, e io voglio ricordare. Ci sarebbe altro, ci sarebbe la paura dei mesi che verranno, ma sono stanco davvero. Ora radunerò le mie quattro cose, improvviserò un cuscino sul marmo delle panchine (per fortuna senza sponde!), e proverò a dormire, anche se mi mancano parole. Parole qualsiasi, ma che vengano dalle labbra giuste. Che abbiano il profumo giusto, che sappiano rivoltarmi l'anima, e tenermi sveglio anche adesso che Morfeo mi reclama a gran voce. A presto...

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