alcune cose sopravviveranno al tempo...


12 dicembre, 2007

un tentativo...

scrivo parecchio. credo sia un bene, significa che ho parecchio da dire. che stò vivendo, che stò lottando, anche se là fuori ci sono persone che stanno lottando contro il cancro, contro una famiglia che và a rotoli, contro il non arrivare nemmeno alla fine del mese... il mio lottare non ha molto di epico, noi privilegiati con un letto caldo ed il pane in tavola abbiamo poco da combattere.


comunque.


questa sera volevo fare un tentativo. di spiegare a parole una sensazione, composta per metà da uno stato d'animo e per l'altra metà da un qualcosa di puramente corporale.


la stanchezza.


calma, calma... non banalizziamo. stanchi lo siamo tutti, chi più chi meno e a giorni alterni... ma ogni tanto mi capita di crollare in uno stato di stanchezza particolare. ora ve lo analizzo, ve lo seziono chirurgico col bisturi del teorico.


c'è il sonno, senza dubbio. e molto. ma deve essere il sonno accumulato nei giorni, nelle settimane, il sonno di chi non dorme davvero da parecchio, di chi in ogni caso deve puntare la sveglia anche quando non dovrebbe. di chi si devasta certe notti e non riesce a recuperare quei preziosi istanti di oblio e di pace nei giorni che si susseguono, rapidi come il vento, quasi non ce ne si accorge di come sbocciano e appassiscono queste ore, incastonate nei nostri occhi stanchi ma mai velati, semichiusi ma non pallidi, specchi di un' anima che dietro alle palpebre pesanti cela un mare in tempesta.

c'è la stanchezza. fisica. in termini di acido lattico. perchè ogni notte, qualunque sia l'ora, per vanità e per costanza seguo le orme del mio fratellino, tolgo un pò di Kg dal bilanciere (lui è un duro, io un novellino) e via a piegare, con in testa canzoni da osteria e sudando non poco, incurante delle lancette e del domani. e si calzano le scarpe vecchie, e si corre, sbuffando come mantici nella notte di inverno, perchè è bello, perchè ci hanno donato muscoli ed ossa allo scopo di farne uso finchè possiamo. e poi. 12 ore e più trascorse di fronte allo schermo sono tante, anche se ormai nemmeno ci fai più caso, anche adesso le mie dita battono più o meno inconsapevoli sulla tastiera, vittime di una quotidianeità aberrante che però io stesso ho scelto e della quale sono felice.


c'è la testa piena, e questa è la parte peggiore. piena di cosa? ah, ce ne sarebbe per un libro. di hamiltoniane e diagonalizzazioni, di modi trasversali anomali e fasi di berry, di densità di spin e di bash scripting, e a volte questi miei neuroni viaggiano da soli, mi capita di restare a pranzo con la forchetta a mezz'aria e un illuminazione in testa, se fossi un fumetto verrebbe fuori la lampadina. ma è una lampadina un pò fioca, in confronto a quelle che mi circondano. devo fare di più, sempre di più, migliorare è la chiave, anche se il nero che ho in testa a volte mi incatena a un qualcosa che con la meccanica quantistica non ha molto a cui vedere. ma non di sola fisica è satura questa testolona. è zeppa di roba da fare, gente da chiamare, faccende da sistemare, mille e uno cose che portano via tempo, ed energie, alcune le hai scelte e ne sei felice, altre sono piombate tra capo e collo e me le tengo, non ci posso fare nulla. ma stà arrivando per me il momento di sfrondare l'albero. l'ho fatto tempo addietro, dovrò rifarlo anche ora. per non fare troppo facendolo male.


e insomma, questa sera mi è successo. sul treno. mi si sono chiusi gli occhi, mi è caduto di mano il libro, e la mia testa ha semplicemente seguito la gravità fino a sbattere contro il vetro del finestrino. ma attenzione. cadere dal sonno capita spesso. ma qui è diverso. perchè nella mia testa c'era silenzio. e il nulla. e prendevo delle gran testate, sul serio, ma non mi importava. sentivo solo il mio corpo improvvisamente leggero, etereo, privo di peso. percepivo il dolore del collo piegato, innaturalmente, ma non per questo ne ero colpito. anzi.


silenzio.


e in quel silenzio, ma piano, con cura, come il vetraio che soffia l'ampolla più sottile della sua vita, iniziarono a ticchettare in quel gran bel bianco una serie di stralci, di parole. che lentamente, senza fretta, diventarono una canzone. che io qui vi scrivo, anche se pochi sono i motivi che mi trattengono dal buttare off-line questo blog... è pericoloso... quanto di me c'è in queste righe? parecchio, da due anni ormai mi trovo ad urlare da queste parti... c'è stato un tempo in cui lo sfondo era nero, ma ora è bianco e tale resterà, perchè il Grande Burattinaio ci ha donato la speranza.





vi saluto. possano le righe che verranno cullare i pensieri di tutti voi, di tutti coloro che ancora aspettano l'ultimo lancio del dado, di coloro che non sanno se avranno la fortuna di vivere ancora un giorno nella serenità, e , soprattutto, io vorrei che queste parole lenissero le nostre lacrime. quelle che ognuno di noi porta dentro, quelle per le quali non si riesce a piangere.

per le quali nemmeno si riesce a piangere.

è una canzone che sò suonare, che ho suonato di fronte ad altri non senza paura, che mi è costata parecchio, che mi ha dato la buonanotte quando sognavo ancora ad occhi aperti, ma che ora non riesco più a suonare. è una canzone che mi ha graffiato, una canzone per la quale ho imbracciato la chitarra poche volte, e di queste ho un ricordo netto per ognuna. è una canzone bellissima, triste, che mi piacerebbe farvi sentire. è mia. chi l'ha scritta avrebbe voluto che l'usassi così. ne sono convinto. di essa ho assaporato ogni singolo accordo, lasciando che le note fluissero insieme alla voce in un qualcosa che non fosse solo musica. per ore.

non la suonerò mai più. il perchè rimane mio, ed è scritto a fuoco, nel vero senso della parola, dentro la mia vecchia chitarra. la stessa che non mi ha mai tradito. che è arrivata ai tremila, che si è ghiacciata, che tanto mi ha dato e che ho rotto più voltr, ma che incurante di tutto e di tutti, imperterrita, suona. ed io con lei.


We chase misprinted lies

We face the path of time


And yet I fight

And yet I fight

This battle all alone


No one to cry to

No place to call home


My gift of self is raped

My privacy is raked


And yet I find

And yet I find

Repeating in my head


If I cant be my own I'd feel better dead


If I cant be my own I'd feel better dead...

2 commenti:

Anonimo ha detto...

nutshell... non sapevo che ascoltassi gli alice in chains.. un uomo pieno di sorprese.

Daniele ha detto...

I pianti senza lacrime..
allthedaylong
mi piaque fin da subito, ricordi?
."possibile che i luoghi più puri dell'universo siano i binari di un treno?"..lucidi;i granelli sbudellando schicchiolati:lontano sotto l'atroce peso delle carrozze.
già..e noi idem,forgiati,temperati,straziati,piangenti..forse,
puri.

behind the curtains...

La mia foto
near milan..., Italy
"The powerful play goes on, and you will contribute a verse..." -Walt Whitman-