alcune cose sopravviveranno al tempo...


09 settembre, 2011

sticky clock...

Sballottato in giro per l'Europa, tra uova di quaglia a Zurigo e scioperi inclementi a Francoforte, cos'altro rimane se non scrivere?



Salmo

Seguo la folle danza di un orologio appiccicoso, 
incollato alle vene e al polso,
ribatte rintocchi con cipiglio fastidioso.


Pietà per questo mio stanco navigare.
Padre dei vagabondi, regalami un letto dove -infine- riposare.

Scale e finestre diventano acquari,
urlo a un mondo sordo,
ne ricevo in cambio un dolore senza pari.

Ma come un idiota continuo a nuotare,
fiacco, pesante
immemore dell'ultimo colpo di coda che una notte mi scagliò distante.


Pietà per questo mio stanco navigare.
Padre dei vagabondi, regalami un letto dove -infine- riposare.

Al limitare del sogno, 
risalgo fiero la corrente, 
ma con gli occhi spalancati mi accorgo invece di non aver più niente.
Scivolo piano sul bruno fondale,
la melma mi copre, 
                               [-compagna sleale-]
di queste giornate che ciondolano pigre, lasciano in faccia il sapore del sale.


Pietà per questo mio stanco navigare.
Padre dei vagabondi, regalami un letto dove -infine- riposare.

Cercando finalmente un porto, 
uno qualunque, qualsivoglia ammasso,
di legno bagnato, vecchi molluschi, qualche stupido sasso.
In fondo, qui sul fondo, a che importa?
Piango lacrime modeste, 
si mischiano all'acqua nera, scivolano come una sottoveste,
o un orrido vetro sulla pelle nuda,
insanguina il futuro prima che la speranza lo rinchiuda,
in un libro senza inchiostro, 
in un vessillo bianco,
l'illusione di camminare con qualcuno a fianco.



Pietà per questo mio stanco navigare.
Padre dei vagabondi, regalami un letto dove -infine- riposare.
 
Eccomi là, vecchio e raffermo,
mi appoggio ridendo a un bastone tarlato
un gran bel lavoro, un bordone intagliato.
Appartiene ai quei giorni in cui davvero credevo,
di poter vincere sulle lancette, 
e di poter piangere di meno

E allora, ad ancora,


Pietà per questo mio stanco navigare.
Padre dei vagabondi, regalami un letto dove -infine- riposare.




06 agosto, 2011

Mainz: faith and trust, all you need is pixie dust...

E alè, eccoci qua. Un'altra volta in terra tedesca, un'altra volta perfettamente solo. Trovo interessante confrontare il me stesso di oggi e quello di ieri, dove per oggi si intende addesso, e ieri si intende durante il mio precedente soggiorno crucco in quel di Bochum. Cosa è rimasto uguale? Uh, tante cose, sul serio. Ascolto ancora la colonna sonora di Cowboy Bebop, mentre guardo la pioggia cadere sui vetri di finestre non mie. Cucino ancora le stesse cose, forse le uniche che un italiano può mettere insieme in un paese dove le salse sono sacre. Ancora mi sento tra capo e collo -mica sempre, ma ogni tanto sì- quella sensazione unica che ha dentro un pò di epica, di panico, di malinconia, il sentire di essere al timone da soli. Niente ciurma, una barchetta piccola piccola, ogni tanto buona compagnia in quel dei pochi porti rimasti sicuri. Ah beh, chiaramente i numeri. Non sono gli stessi, ma si soffre frose ancora peggio di un anno fà. Il gioco si fà duro, i duri cominciano a giocare, ma sarò duro abbastanza da reggere il passo dei giganti? Alle volte la paura ti fotte, e sei lì lì per buttare via tutto e tutti, ma in realtà credo sia soltanto un modo che qualche parte assurda di me stesso ha escogitato per farmi apprezzare davvero pienamente le soddisfazioni. Che ogni tanto arrivano, ma fare il callo all'idea che non avrai mai davvero finito, che qualcosa ti sfuggerà sempre... oh, certo, dovrebbe essere il bello della faccenda, ed in parte lo è, solo che ci sono sere in cui il Burattinaio ti mette di fronte a un cielo di piombo, e tu per non rimaner schiacciato scrivi, perchè non puoi fare nient'altro.



Ecco, direi che si tratta di un buon elenco, incompleto ma rende l'idea. Per quanto riguarda invece ciò che è cambiato... beh, io per primo. Meno brivido, perchè già sò. I tedeschi sono in generale tremendamente prevedibili, anche se coloro che non lo sono vanno invece classificati come mine vaganti di proporzioni cosmiche. Ma stà di fatto che la puntualità micidiale, il freddume umano, l'andare dritti al punto, le regole, l'umorismo duro e crudele... ce li ho, dai, non me ne stupisco più. Ecco, la verità è che la differenza grossa non la faccio io, la fà qualcun'altro. Per essere precisi, my little irish pixie, che mi ha introdotto ad un nuovo concetto di tristezza, ad un micidiale paradigma di nostalgia che rischia di farmi diventare scemo. Non negherò di essere felice come una pasqua anche in virtù di quanto appena detto, anzi. Non lo credevo possibile, e quando -alba del quarto di secolo- qualcuno riesce a tirarti fuori qualcosa di te stesso che ancora non sapevi proprio... beh, allora forse ci siamo. Ma non divaghiamo, qui stiamo parlando di un diario di bordo di una estate assurda, non del -in verità molto più interessante- universo del mio essere in pace con me stesso. Dicevamo. Un problema grosso relativo alla mia permanenza ivi, viene dal fatto che -dio bello- il resto del mondo è in vacanza. Mare montagna lago collina estero quello che volete, ma stanno staccando la spina per un pò. Un pò di cleaning up, perdio. Già. Qui no. Manco per le palle, signori. Si lavora, come al solito, forse anche di più. Con una mano butto giù l'ennesima formulaccia, con la testa ogni tanto mi perdo tra i ricordi delle mie montagne. E' come un fottuto film, vivo con degli spot pubblicitari in mezzo,e vi assicuro che fanno davvero incazzare. Ci sarebbe anche la casa allagata -temporale di merda!- la pioggia che martella senza pietà, e tanto, tanto altro... ma troverò senz'altro il tempo di raccontarvelo un'altra volta. In realtà, oltre che per evitare di demolire il muro a pugni invocando il nome della mia donna -nella peraltro nulla speranza di ritrovarmela tra le braccia invece che a parecchi Km di distanza- , quest'oggi volevo una scusa per mettere nero su bianco qualche riga non mia che davvero credo possa ben accompagnarmi per i prossimi mesi, italiani, tedeschi o irlandesi. Basta, lo scrivo,

Peter pan: [sees Tinkerbell on the Peter Pan statue] Tink!
Tinkerbell: Say it, Peter. Say it and mean it.
Peter pan: I believe in fairies.
Tinkerbell: Yo
u know that place between sleep and awake?
That place where you still remember dreaming?
[Peter pan nods]
Tinkerbell: That's where I'll always love you... Peter Pan.
That's where I'll be waiting.

-Hook-
e poi però lo rileggo, e ancora, un'altra volta, ancora ancora e ancora, con la stessa faccia incazzata di quando riguardo foto che non riesco a smettere di guardare. Un pò con la stessa rabbia di Giacomo Uncino. Capitano. Che vociona, eh? Ve la ricordate, era il grande Dustin Hoffman, il cui doppiatore italiano era una roba sublime. Cattivo ma non volgare, duro eppure triste. Ecco, un pò come mi ritrovo io in questi giorni, a ringhiare contro il cielo grigio, qui dove -per quanto io mi sforzi-, non riesco a vedere le montagne all'orizzonte. Rimarrò allora ad ascoltare i miei occhi stanchi, si aprono e si chiudono come un carillon nulla trovando fuorchè rabbia. A presto...

13 luglio, 2011

tenendo il passo...

a fatica, gli orologi corrono ed io qui ad arrancare, il passo a volte sicuro ed elegante, altre volte stanco e un pò penoso. scrivo dall'aereoporto di Bilbao, da una Spagna che mi è sfuggita tra le dita, ma racconto qualche ricordo recente che non vorrei dimenticare. Forse, in virtù della stanchezza ormai micidiale, questo giro riuscirò ad evitare i soliti fronzoli, chissà. E via...

brasca


si comincia con una bella endovena di vanità: un pò irretito dalle scarse finanze, un pò voglioso di mettere a frutto l'allenamento accumulato, due settimane fà -ore 08:45- scendo a Novate Mezzola FS, per l'ultra classica sgambata al Brasca. All'attacco del sentiero, di cui ormai conosco a memoria ogni singolo gradino, ogni singola pietra, l'immancabile, variegata marmaglia domenicale inizia con la rosolatura lenta dei caciottosi polpacci, regalando perle di rara stupidità ancora prima di cominciare l'ascesa. E' una giornata magistrale, non una nuvola in cielo, ed io ho tanto le gambe quanto lo spirito pronti per un qualcosa di epico. Dopo il successo della mezza maratona ed una dura battaglia contro l'autocorrelazione dell'operatore corrente in NVT, vedo davvero rosso violento, e i pansones non mi deludono. Dicesi panson qualunque sportivo che relega la performance all'italiota, rilassata cazzata. Tutti noi pansoniamo, qualche volta -io pochino-, ma ci sono esemplari incredibili. Che subito sorpasso correndo. Tento di partire piano, ma l'idea che di pansons da superare ce ne siano tanti tanti mi ispira e mi dà gamba. Saltello apparentemente senza sforzo sui gradoni di pietra, forte della falcata e del conoscere i pochi punti in cui la pendenza offre riposo. In quei punti, irretito da un manzo che scende correndo, decido di provare a tornare ai vecchi tempi, i tempi in cui in montagna ci andavo correndo senza scarpe. Azzanno i primi metri, e subito capisco che è la giornata giusta. Non sento lo zaino, lo stomaco è vuoto, le gambe macinano allegre e il polmone sbuffa senza problemi. Senza mai fermarmi, correndo appena posso, saltando di gradone in gradone quando proprio correre non ha senso, sbuco alla locanda di Codera ore 9:48. E' un grande successo, forse se mi allenassi ancora di più riuscirei a scendere sotto il muro dei 60', chissà. Contentissimo ma decisamente fradicio, distendo un pò il passo, la mente vuota fatta eccezione per l'aver realizzato che la fastidiosa sveglia alle cinque del mattino di domenica è davvero un misero prezzo da pagare per aver nelle gambe una felicità simile. Di buon passo arrivo fino al Brasca, ovviamente inondato di pansones. Dov'è la quiete delle mie montagne?, penso tra l'incazzato e l'altezzoso mentre supero due coglionazzi con bici da 2000 euro l'una ma polpacci da dimenticare. Metto il naso in cucina. Sò perfettamente che Tarcisio e signora sono al tagliere dalle dieci del mattino, ma la montagna è prima di tutto umiltà, così -dopo aver scansato la nipotina che sfreccia a guisa di cameriera a portare la colazione a della gente che non meriterebbe la bellezza di questa valle- chiedo timidamente al vecchio se posso già metter qualcosa in pancia. "Dai, siediti che combino qualcosa", mi fà sorridendo, mentre la sua signora già versa un quarto di rosso. Mi sbrago un pochino sul tavolaccio, guardo ridendo il camino già acceso, e getto un lugubre sguardo ai pansones che stanno discutendo su cosa ordineranno per pranzo con lo stesso tono di due inutili viziati ad un aperitivo milanese. Tempo cinque minuti -lo sanno che ho fretta, che ho il treno- e piomba una piastrella di polenta taragna affogata brutalmente in una slappa di spezzatino ai funghi. Sarà il vino -buttato giù senza ritegno a stomaco vuoto dopo una corsa da matti- ma per poco non mi mettevo a piangere. Di fronte agli stronzetti impegnati in una colazione normalmente tardiva, ma in montagna addirittura scandalosa, divoro rumorosamante il tutto, mentre la signora mi confessa che "la gente di montagna fà come te. si siede veloce, mangia, e se ne và". Digerisco uno dei complimenti più belli e sinceri ch'io abbia mai ricevuto, rispondo con un sorrisone da barbera, poi piombo in cucina per ringraziare e sottopormi al rito della grappa. Il Tarcisio mette giù il coltellaccio, e mi tiene un buon cinque minuti a decantarmi le bellezze della sua nuova magia. Mi dice che è il primo anno che la fà, un tizio di Codera gli ha assicurato che ne valeva la pena. Così, in primavera ha preso le pignette del larice, e le ha messe in infusione. Il risultato è una grappa rossa, come appunto il larice in primavera, molto dolce, non forte, come direbbe il mio quasi omonimo che ora mi guarda dall'alto -probabilmente tirando gran sorsate di montenegro- "a l'è rusolii". Ne assaggiamo un'altra, parliamo un pò. Gli racconto della mia vita un pò a Milano e un pò in giro, si fermano anche la nipotina e la signora. Poi devo scappare, il treno riparte e a me già manca la mia donna. Una stretta di mano sincera, poi corro giù, ruttando allegramente polenta e grappa. L'effetto benzina del vinello si esaurisce a Codera, ma ormai sono arrivato. Alla locanda mi dicono che oggi ha detto messa una vecchia conoscenza, uno scout. Sorrido, forse dentro di me un pò piango, e poi vado giù come un missile, mi fermo solo per tirar su un sacco pieno di spazzatura che qualche testa di cazzo ha lasciato sul sentiero. Incontro il prete, mi riconosce, gli dico tutto contento che ho fatto la BA, indicando come un pirla il sacco del roncio. I repartari che gli stan di fianco sorridono in modo strano. Ho già capito, ma devo aspettare di prendere il treno da Colico perchè il capo reparto -che non mi riconosce- mi confessi che una sua squadriglia è colpevole del puzzolente reato. Poco importa, son mezzo ubriaco di grappa e stanchezza, e non vedo l'ora di riabbracciare la mia fatina irlandese. Mi rigiro un pò nel miele, poi vincono le troppo poche ore di sonno, e mi addormento. Mi risveglio appena in tempo per scendere dal treno nel posto giusto, una volta di più ringraziando il Burattinaio per avermi messo di fronte il lato del sottoscritto ch'io amo di più. Forse anche quello più vero, senz'altro il più intimo. Ma più che gli dei, è a miei vecchi che và il mio pensiero. A un vecchio alpino che scegliendo tra tutti ha lasciato a me le sue picche ed i suoi zaini, ed ancora più a colui che la montagna mi ha insegnato ad amarla e rispettarla. Io credo di non aver mai ricevuto, e di non poter mai ricevere un regalo più bello. Mio padre mi ha regalato la bellezza di capire la libertà dei boschi, la carezza della pioggia, l'acre, splendida soddisfazione del sudore. A lui, questa notte come molte altre, un inchino profondo. Dal monte Croce fino al Colbricon, i miei lunghi passi stavano dietro ai tuoi. Un abbraccio, pà. E buonanotte.

di pistoni e chiavi del 12



ha ruggito. dopo mesi di sudore non certo solo mio, la Vecchia Bestia ha parlato. Lo speravo, ma è come con le donne, non lo sai mai davvero con certezza. Dopo averla completamente smontata, il telaio da una parte e il motore dall'altra, dopo averla sezionata, capita, insultata, aver comprato dei pezzi di ricambio usati da un rottamaio inglese, aver mezzo via i soldi per guarnizioni, olio, e molto altro, dopo qualche giorno di montaggio, bestemmie, birre e violenza,
la Vecchia Bestia ha parlato. Senza lo Sciamano, non ce l'avremmo fatta, è chiaro. Lui che da due metri vede un bullone e sentenzia "serve una chiave del 12", che ce l'ha, stà magia dei motori, che a naso sembra burbero come un vecchio bavoso e invece è uno che merita un sacco. Ma non ce l'avremmo fatta soprattutto senza Spoonman, la sua spensierata generosità nel darci materiale, un posto dove lavorare, il suo tempo addirittura. E poi stefano, che la Bestia la conosce, che ha scomodato mezzo mondo per cercare di salvarla. E la mia donna, che stanca morta dopo giornate impossibili restava a sorbirsi in comatoso silenzio il clangore delle brugole. Insomma, dopo aver scalciato, sistemato fili, avvitato candele, scosse, bestemmie e quant'altro, il miracolo è accaduto. Benzina vecchia di due mesi, carburatore vuncio, cilindro con viti mancanti, frizione rotta, radiatori sfondati, eppure la Bestia si è fatta sentire. Ora che sò di poterla salvare, il lavoro si decuplica, l'ansia pure. Servono pezzi nuovi, serve un posto dove lavorare... tante cose in questo cranio già pieno, ma che importa? E' mia, mi appartiene, ci ho messo le mani con rabbia ma anche con amore, e lei mi ha ripagato con 350cc di rabbioso, monocilindrico pistonare. Mi piacerebbe poter ringraziare tutti costoro... anche il Giuly che la moto me l'ha salvata col Tata, e tanti altri, che di fronte al peggiore dei novellini hanno sorriso senza mai sfottere e sempre allungando una mano anche quando certamente è costato fatica. Grazie. Per un pranzo scroccato, un amico meccanico, una serata regalata. Non sò se mi sarà concesso di fare ciò che ho in testa di fare, con questa cosa bellissimi dei tasselli infangati. Ma sò che già così ho ricevuto molto. Cristo, solo a ripensare a quando mi ha ringhiato sotto al culo, senza carene, in seconda compressa, gente che spingeva da dietro tirando cristoni, qualche botto, singhiozzo, strappo, lamentela... ma poi, le benza che scoppia, il pistone che ti martella, aprire il gas e sentire che -porca puttana- sentire che vai.

pintxos y cervezas



partivo bene, con l'animo zingaro di chi per cinque giorni in terra straniera porta uno zainetto da meno di dieci litri. Il volo mattutino, dopo luuungo tempo che non volavo -e perdipiù da solo- si rivela un modo molto piacevole di svegliarmi del tutto. A un certo punto ero quasi deluso -e cazzo, apri stò gas, no?- poi mi sono ricordato di quanti simpatici newton ha bisogno un tonnellaggio simile per vincere mg più gli attriti ed altri oggetti splendidamente non conservativi. Insomma, good vibration. Atterro a Bilbao con una fame imbarazzante, e mentre qualche collega (ancora non ci conosciamo, ma già lo sò che son colleghi. Abbiamo facce che si riconoscono, e non necessariamente in positivo...) si dirige -sbagliando- verso la costosissima caffetteria, io subito imbrocco il tramezzino giusto al duty free. Dopo aver sborsato una cifra svizzera, veniamo stipati su un pullmano guidato da uno che di recente deve aver visto fast&furious 5, ma io ho sonno e me ne batto dei gridolini delle russe di fianco a me, e piombo
in un sonno assoluto. Appoggio piede a Donostia (o San Sebastian, ma a me piacciono i baschi, le basche, la lingua basca, la loro causa e le loro terre, quindi Donostia, eccheccazzo!), e vengo inevitabilmente assalito da ricordi che in realtà hanno un buon sapore, non certo per le bionde riminescenze, ma per le messican-valtellines baldorie. Ma questa è un'altra storia. Veleggio verso la residenza, rifiutandomi di prendere l'autobus in mezzo alle proteste altrui, per scoprire che nella mia stanza singola lautamente pagata, non c'è nulla, nemmeno lenzuola, cuscino, asciugamani e carta igienica. Non è possibile, dai, quindi chiedo informazioni e ricevo scuse profonde. Tempo di un kebab decisamente non eccezionale, e la mia stanza diventa umanamente vivibile. Poi dormo, dormo, dormo. quattordici ore, mi sveglio la mattina beatamente rincoglionito e inizio con una piacevole sorpresa. Il primo lecturer è nientepopodimeno che R. Martin himself, che già a Trieste mi aveva gentilmente autografato con dedica la mia copia dell'unica vera bibbia. La giornata prosegue con tanti numeri, qualche talk interessante, qualche talk pessimo. Tendo brutalmente a farmi i cazzi miei, qualcuno sano in giro c'è, ma non mancano elementi che col sottoscritto non hanno nulla da spartire. I primi tre giorni passano eremitici. Numeri fino a sera, poi niente cena, lettura dell'autobiografia del Che, e nanna. L'ultima sera prima del pellegrinaggio di ritorno a Bilbao, decido di averne abbastanza. Sarà che Revy mi manca da far schifo ai porci, perdipiù impaccettandomi di miele di prima qualità, ma il buon vecchio Brodo mi tenta e riesce a tirarmi fuori dalla stanza. Le cose, o si fanno bene o non si fanno, quindi in cinque minuti decido che il giovane del primo anno è uno a posto, e il trio -io lui e brodo- si stacca dalla mandria per fare l'unica cosa che si può fare nelle lunghe notti di Donostia: il giro delle taberne. Funziona così, e facile, ma non è per tutti. Vai nella parte vecchia di Donostia, essenzialmente un concentrato di taberne, questi posti a metà tra il baretto ed il pub, alcuni più ronci, altri più fighetti, ma tutti offrono la stessa cosa: alcool, tipicamente birra chiara e leggerina, ma anche bestemmie miste di vino rosso e cose frizzanti, e aperitivi in forma dei mitici pintxos, (o se siete dei duri, anche i bocadillos, che son più cicci), incredibili combinazioni stuzzichevoli come gamberetto-oliva-salsa alla maionese-fettazza di prosciutto spessa su pane, oppure tapas (frittata con patate) pomodorini bacon, frutti di mare fritti in una piadina... insomma, fantasia culinaria davvero epica. Ora, non è che puoi semplicemente piazzarti in un posto, e dar fuoco alle polveri, non è così che vanno le cose. Il gioco è uno massimo due pintxos, una birra, e via che si cambia posto. Ieri, sbiellandoci dal ridere e già parecchio allegri, siamo usciti da un posto per entrare in un altro a meno di un passo di distanza! Continuiamo in alcoolica allegria per un bel pò, poi ci raggiunge la mandria. Non mi lascio abbattere, e combatto la mediocrità a colpi di Sangria. Smezzo il mio bicchiere con un vagabondo che mi dice arrivare da Berlino, parliamo -tristi- con un ragazzo di ragusa che ci racconta di essere appena uscito dal carcere dopo 4 anni, e di spacciare a Donostia senza poter fare nemmeno la carta di identità. "Appena vado in ambasciata, mi arrestano", dice questo ragazzo che non ha più di vent'anni, che senz'altro non è un santo, ma che però mi fà una pena infinita. Sembra contento, gli auguro buona fortuna. Poi è ora di tornare, le gambe molli e la pancia piena di cose strane, anche perchè son quattro giorni che mangiamo così (a forza di pintxos) anche a pranzo. Sognando una italianissima pastasciutta (o un risotto, una polenta!), scendiamo in spiaggia. Mi ritaglio un attimo un pò mistico, piscio con gaudio nell'oceano con l'acqua fino alle ginocchia, poi approdo nel letto, sporco, sudato, con lo stomaco a pezzi, ma felice, perchè qualcuno un pò lontano mi ha regalato parole uniche, che vorrei riuscire a tenere per me finchè campo. Oggi intervengo ad un talk di una figa spagnola che mi dice "parliamone domani", ma ci manca poco a riderle in faccia. A petto gonfio declino, correndo verso il bus come se questo aprendo le porte mi potesse ridare l'unica che di me può disporre come più le pare e piace. E invece mi apre la controfigura di Antonio Banderas, un pezzo gigante di spagnolo da film che mentre mi dice -ridendo come un pirla e in un inglese improbabile- che sarò l'unico stronzo su quel bus, viene adorato e sbaciucchiato da tutte le ragazzine in tenuta da battaglia, perchè a Pamplona è S.Firmino, che evidentemente deve essere una specie di antico carnevale, vista la quantità abbruttente di culi e di gambe di bianco e di rosso malamente inguainati. Ringhiando a bassa voce, mi sdraio letteralmente sui sedili di un pullman effettivamente a me solo riservato, mentre Banderas accende una radio improbabile in lingua basca (non avete idea!), apre un pacco di pringles spuzzolenti, inforca un paio di rayban assurdamente giganti, e bestemmiando si fà strada fino a Bilbao, mentre, convinto ch'io non lo veda, fa segno con il dito a tutti i colleghi che vengon dalla parte opposta che ha solo un coglione a bordo. Ne incontriamo in tutto almeno una decina, e per ciascuno, in perfetto silenzio ma ridendosela assai, riesce a far capire con un dito e molto labiale, l'ilare concetto, che in effetti piega dal ridere parecchio anche me. Tuttavia me ne stò zitto, non voglio rovinargli la festa, e lascio che la bianca, alata forma dell'aereporto si chiuda su di me. Compro acqua e biscotti, finisco il libro, e comincio a scrivere, non per noia ma solo perchè i giorni che verranno saranno ancora più intasati di questi, e io voglio ricordare. Ci sarebbe altro, ci sarebbe la paura dei mesi che verranno, ma sono stanco davvero. Ora radunerò le mie quattro cose, improvviserò un cuscino sul marmo delle panchine (per fortuna senza sponde!), e proverò a dormire, anche se mi mancano parole. Parole qualsiasi, ma che vengano dalle labbra giuste. Che abbiano il profumo giusto, che sappiano rivoltarmi l'anima, e tenermi sveglio anche adesso che Morfeo mi reclama a gran voce. A presto...

09 giugno, 2011

il gran calderone

Giugno, anche se davvero non sembra. L'aria e' fresca al punto giusto, sciaquata di buon grado da una pioggia degna di nome, ma Milano non lascia scampo, ti insegue dall'alba al tramonto con quella sua umidita' che d'estate s'avvicina pericolosamente al puzzo di un barile di pece lasciato alla malora su un pontile per anni interi. Scrivo, questa sera, un po' per gioco, non certo per gridare, forse perche' di righe in questi mesi ne ho messe insieme parecchie, ma destinate ad altri, non a me stesso e nemmeno questa sorta di scatolotto in cui ancora mi illudo di poter essere libero dal guidizio altrui. Cosi' non e', ma e' inutile pensarci troppo. Scrollo le spalle, mi dico che in fin dei conti qualcosa di vero, sinceramente mio ed assolutamente libero c'e', anche adesso, avvolto nel non silenzio di quattro mura che mi riesce difficile non chiamare casa. Non sto' parlando di quei pochi metri quadri per cui mi sono battuto in questi mesi. Metri sudati uno alla volta, memori di sacrifici e di ingiustizie, di leggerezze e di liberta'. Un'altra di quelle cose che ho voluto con forza, e che per mia fortuna ancora una volta ho ottenuto. Certo, e' una via di mezzo. Come tutto cio' che ho e che non ho, ma direi che va bene cosi'. E per certo ho costruito qualcosa, tra mucchi di biancheria sporca e bottiglie di vino, tra porte spaccate e pizzoccheri, divani ribaltati e notti degne dei Grandi.Eppure, per quanto io mi sforzi, con tutto me stesso, sul serio... non e' casa. Mi va' stretta, nonostante abbia tutte le carte in regola per essere altrimenti. Lo so' il perche', ma questa e' un'altra storia. Come il motivo per cui chiamo invece "casa" la mia scrivania, la quale dopotutto mi vede da quasi cinque anni di sudore e soddisfazione. E molto altro, ma questa e' un'altra storia ancora. Il punto e' -si', quest'oggi sono pigro nel seguire il filo, svogliato nell'arrivare al dunque, perfido nel sondare acque agitate- che sono sulla soglia di una estate un po' complicata. Anche questa non e' una novita' pazzesca, per me, ma quest'anno l'idea di giocare sul filo del rasoio una volta di piu', non mi piace per nulla. Sara' perche' di questi tempi sono palesemente immerso in un sogno ad occhi aperti che davvero mi ha pucciato nella serenita' come un grancereale nel caffelatte... ed ancora il mio destino non e' certo, sospeso e sballottato tra quattro nazioni diversi in cui dovro' necessariamente fare tappa in meno di tre mesi. E le mie montagne? E chi mi sta' a fianco? Il tempo, sempre lui, mastica le ore sbavandomi addosso, sputa gli avanzi da parte e riprende a mangiarmi la testa, ridendo a piu' non posso. Perche' -e piu' o meno tutti ne siamo consapevoli- checche' se ne dica il tempo mastica piu' in fretta quando in tasca hai ben poco, e la stagione dei sacrifici ancora non si e' conclusa, anzi. In perfetta analogia con il sentiero in falso piano che al posto di portarti in cresta ti spacca le gambe e il fiato da una cengia all'altra, cosi' il pacifico traguardo di un conto in banca piu' rilassato e' massacrato senza posa da una serie di sfighe piu' o meno previste, che -e' chiaro- fanno parte del gioco, ma che alla lunga spaccano anche un po' i coglioni, suvvia. Poi, istantaneo, arriva a tirarmi un gran ceffone in pieno viso il senso di colpa dettato dal pensiero rivolto alla gente che davvero sta' peggio, molto peggio. Inutile profondermi in preghiere e invocazioni, non e' questo il luogo, anche se qualcuno in testa ce l'ho piu' di altri. Si', perche' nella mia dorata e perfetta indipendenza, sublime liberta' e quant'altro, rimane l'amaro sapore di non poter -o voler? questo mi farebbe davvero impazzire...- muovere un dito per coloro grazie ai quali sono cio' che sono. E' bello guardarsi allo specchio, fare il punto, ed essere in buona parte sodisfatti di come si mette la mano sul proprio timone. Ma chi mi ha insegnato a portare le vele non naviga ora in acque tranquille, anzi. Ed io mangio la sabbia sulla spiaggia, mentre imbelle assisto alla battaglia in alto mare. Almeno vi arrivino le mie urla, a dirvi, a ripetervi, quanto incredibilmente belle sono le votre bandiere, con quanto calore e passione, arte e desiderio avete decorato le vostre polene. Naviganti e capitani, sangue del mio sangue, io davanti a voi mi inchino, io che ben mi vendo al prossimo ma che valgo molto meno della sola piuma dei vostri cappellacci. Se ancora ne fossi capace, piangerei per voi, perche' rabbia non me ne rimane proprio, e invece eccomi qua a gracchiare contro il nulla, vecchio corvo sulla spalla di uomo di legno, a cantar sventura ai vivi pur non essendo capace di porre omaggio ai morti. E basta, ora, perche' porei farcire di parole pagine intere, ma a che scopo? Rimboccarsi le maniche bisogna, prestando attenzione ai dettagli. Quelli contano, quelli posso ancora toccare, e cambiare, perche' io credo che molte rotte possano essere invertite. Alcune solo toccacciate, un grado di qui, una virata di la', ma alle volte anche una sola strambata puo' far la differenza. Io lo spero, e agli Dei offro un canto senza voce, poiche' gia' troppe parole ho buttato nel vento. E molte ancor ne avrei, perche' in questa specie di enorme pentolone che mi ribolle tra capo e collo, fatico addirittura a ritrovare ordine. Scrivo, tento di etichettare, mettere a posto, organizzare, fare, prevedere... niente, nulla da fare, passa qualche ora e bisogna impastare tutto di nuovo. Da diventarci matto. Eppure...


Fresca la notte sul tuo volto, or che duplice condanna noi si va' scontando a malincuore: null'altro potendo aver tra le mani se non il ricordo, ci affidiamo a Morfeo nella tenue speranza che l'oblio ci illuda di avere a fianco cio' che piu' vorremmo. Ma non c'e' respiro a cullare il mio sonno, e gelida la mano della Tenebra sventra i miei sogni. Buonanotte ai solitari, allora, ovunque voi siate, sperduti in ogni luogo che non potete chiamare casa, avvolti come da un sudicio artiglio verdastro che sottovoce sempre vi ripete di non essere liberi davvero. Ma passera' anche questa notte, e l'alba ci portera' vicino -seppur di un poco soltanto- a quel giorno in cui, finalmente, ci fermeremo. E dormiremo, ore intere e mai sembrera' abbstanza, imparando a conoscere le sfumature della sera come se fossero un qualcosa di proprieta' intimamente nostra, e -forse- cosi' davvero sara'. Bianco, adesso, opalescenti tinture vetrose danzano davanti ai miei occhi stanchi, aggiustano le lacrime e ritoccano le mie mani tremanti. Caracollo nella scoordinata anticamera del nulla, mendicando col sorriso di ottenere come ultima scintilla di coscienza, il ricordo delle tue mani su di me. Null'altro occorre, ed il resto, rispettoso, si rintana compito e silenzioso. Un attimo, quell'attimo in cui l'enorme pentolaccia finalmente cessa di borbottare, poi piu' nulla.

11 aprile, 2011

tulip room...

Prima di ogni altra cosa, il silenzio. Innaturale, pesante, una coperta vecchia ma immacolata a coprire ricordi che non mi appartengono. Poi, i colori. Quella leggera ed ebbra sensazione di sapere che ovunque poggerai lo sguardo c'e' qualcosa, e mai la stessa cosa. Una musica, una ballata che vorrebbe raccontare una storia, e che non si lascia scappare occasione. Chi sono io per aver meritato un simile onore? Nessuno, ma alle volte ancora so' ascoltare. Il passato carambola negli occhi come l'acqua di una cascata in primavera, cola violenza ma lo fa' in buona fede, anche se noi poveri naviganti rischiamo di annegare, travolti da onde che non conosciamo. Cangianti tra vecchie foto e candele, semplici nelle piccole cose, magistrali nella bellezza di un qualcosa che non e' mio, non deve esserlo. Forse non mi apparterra' mai, ma la bocca e' gia' piena di sapori importanti. Speziati, e' la prima cosa che ti viene in mente quando sotto a un dragone trovi il cuscino zebrato. Ma poi cacciano fuori il naso i libri, i dischi, i dettagli, un moderno bordello mai lussuoso ma neppure squallido, che gronda poesia come un tulipano nero annegato nel vino.





Vorresti trovare qualche parola che sia piu' del suono del violino, ed andare a toccare invece le corde vere di una realta' che tuttavia ti lascia senza fiato. Funzione del momento, esasperata da chi sta' al mio fianco, eppure unica anche senza tutto questo. Io credo, almeno. Conservo un ricordo confuso, come di un anello perduto sul fondo antico di un fiume nerastro. Un noir degno dei migliori, mi arrochisce la pelle e mi sfonda il cuore, chiama le tue unghie nella mia carne incurante di quanto alto si levi il piacere. Poiche' tra quelle lenzuola ci sono anche io, ora, ed e' ben piu' del ghigno crudele del vecchio lupo che costringe la preda nell'angolo. Al contrario, e' avere ancora paura di perdere qualcosa. Di nuovo un non banale equilibrio, una partita a scacchi che richiede pazienza. E tutto il resto e' ricordo, e non vi sara' mai noia nello scoprire su una nuova pelle chi sono davvero. Chiamo piu' aria che posso nei miei polmoni, scrollo le spalle e urlo via qualcosa nel vento, prima di mordere il nuovo, il bello, la chiama che rende i miei occhi forse piu' lucidi ma senz'altro piu' vivi.

"Why? Why do humans always look to the sky? Why do you try so hard to fly when you don't have any wings? We'll run on our own legs..."

- Kiba, Wolf's Rain -

14 febbraio, 2011

nel dubbio, tieni sempre aperto!

Una qualità eccellente dell'esistenza umana, è la capacità di prendere mazzate. A torto o a ragione, in faccia o alle spalle, per colpa di qualcuno o perchè in qualche modo te le sei andate a cercare. Una riflessione decisamente forzata -lo ammetto ma non mi interessa granchè- dall'esigenza di mescolare nelle stesse righe due mazzate decisamente differenti, che tuttavia si sfiorano in più punti, ed ogni volta che lo fanno lasciano il segno, e con piacere. Reduce da una giornata un gradino sopra le altre (e la media è alta...), le spalle brutalmente anchilosate, e una simpatica marea di cose in testa, imbracciar la penna è l'unica soluzione, poichè per correre è tardino e per l'Unplugged in via Cozzi pure. A noi, dunque. Qualche metro soltanto in linea d'aria mi separa dal cilindro della mia Fiamma. Che sarà piccolotta, sarà un 125 quattro tempi, ma di sicuro è mia, sudata e conquistata, e questo vale almeno 200 cc in più. Tutti in testa, però, perchè la mia solita fortuna mi ha portato, in queste due settimane, a cavallo di due mostri sacri e micidiali. Annoterò qui, perchè voglio ricordarmene. Husaberg 450 FX 2010 e Kawasaki 250 KX 2004.



La prima quattro tempi, la seconda due, ma entrambe puledre di razza. Difficile incastrarci una terza, in genere sei per terra prima. Peso più di 80 Kg, ma quelle hanno coppia da vendere, ti tirano mazzate orrende ad ogni marcia, vogliono andare e lasciarti nel fango a piangere, perchè non sei degno e... ma stò correndo avanti, suvvia. Torniamo invece ad una decina di giorni addietro: dopo aver completato il rodaggio, la Fiamma era finalmente pronta for the real shit. Olio nuovo vita nuova, e poi ero incagliato in una secca al sapor di bronchite, indi era decisamente tempo di dare il via alle endorfine in qualche modo che non contemplasse cascate di ghiaccio, poichè questo mese il conto piange sangue. D'altro canto, come mi suggeriva solo qualche ora fà un saggio,

" Noi siamo quella razza che non sta troppo bene,
che di giorno salta i fossi e la sera le cene;
lo posso gridare forte fino a diventà fioco,
noi siamo quella razza che tromba tanto poco;
noi semo quella razza che al cinema s'intasa,
per vedere donne gnude e fassi le seghe a casa;
eppure la natura ci insegna sia sui monti sia a valle,
che si può nascer bruchi e diverntar farfalle;
ecco noi siamo quella razza che è fra le più strane
che bruchi semo nati e bruchi si rimane;
quella razza semo noi ed è inutile far finta
c'ha trombato la miseria e semo rimasti incinta !"

da "Berlinguer ti voglio bene"

Detto fatto, mi intorcico speranzoso nella campagna brianzola in cerca di una fantomatica pista da cross che non trovo. Mutismo e rassegnazione, già volterei la prua verso casa quando all'orecchio mi giunge un suono come di trattore fuorigiri. "O è un aereo o è una moto con le palle mooooolto grosse..." rimugino mentre cum timida ed imberbe seconda mi infilo in simpatico praticello. Il rumore diventa tuono, ed il tuono prende presto la forma di un mostro bluastro che ara letteralmente una pista a qualche centinaio di metri di distanza. Osservano la scena due cani, un furgone, tre crossisti evidentemente con palle grosse, e numerose birre. Il mostro emette un ultimo ululato e getta l'ancora (strappando via qualche metro cubo di fango) nei pressi del furgone, giusto in tempo per vedere "un orso in bicicletta", questo il primo crudo giudizio emesso dai pro nei miei confronti. "Maddai, ti serve almeno una duemmezzo!" inneggiano i mannari colorati, al di sopra di avambracci possenti e lunga esperienza. Io annuisco e biascico qualcosa, mentre con occhio bovino squadro il mostro blu e alle spalle di quest'ultimo un mostro non meno orrendo che però al posto di Husaberg reca scritto Kawasaki sulle plastiche. Accenno qualche parola, di chi è il posto, posso girare, com'è, che belle moto, e via dicendo. Osservo per qualche minuto il Coach (ex crossista vero, non giovane, tenace e duro, con le palle e un Kawa 250 2 tempi che recita "la belva" sul carburatore, ma questa è un'altra storia...) divorare lo sterrato, poi assisto inebetito alle prodezze dei companeros che galleggiano a velocità mostruose sui mostri. Non importa se la tutina colorata non ce l'ho. Non importa se quelle belve staccano coppie da disarcionare un bisonte, non importa se il sound della mia piccola Fiamma manco si sente tra le urla primordiali degli akrapovic (non abalakov, eh?).

Mi infilo gli stivali, e accenno qualche giro. Mica facile, cristo. Dicono che la prima volta in pista non si scorda mai, ed io confermo assai! Stare in piedi è complicato, buttar marce è un casino, sai di fare tutto nel modo più sbagliato, eppure ti diverti come un pazzo, a sgasar nei canali e aprir via sui dossi. Terra ovunque, non si capisce un cazzo, tutto a velocità folli, un faticosissimo caleidoscopio di pistoni e tasselli. Dopo qualche giro sono sudato fradicio, ma felicissimo. E' allora che il pro mi invita a fare un giro sul mostro. Così su due piedi rifiuto, ho visto che cazzo fà quella moto, ma poi un saggio mi dice "quand'è che ti ricapita?" e cazzo, ha davvero ragione. Col fiato spezzato, mi isso sulla puledra, la metto in moto (grazie al cristo con lo starter. a pedate è come spostare una betoniera a calci) e mi cago sotto. E' come aver sotto il culo una mandria di cavalli impazziti. Tento una prima, apro di un millimetro, e mi becco una botta pazzesca su mani, braccia e spalle che mi spara via il culo dalla sella e i piedi dalle pedane, l'anteriore a un metro da terra e il back che morde il fango come se fosse calcestruzzo. Bestemmio, mi salvo di frizione e mi accorgo di essere 50 m più avanti. "Santo cazzo" è l'unica cosa che riesco a pensare, ma è un bel gioco, e mi piace giocare. Azzardo una seconda, e questa volta la coppia mi massacra. Ancora una volta mi salvo di frizione e arrivo basso di giri in curva. "Sarà mica un probema", penso, "ora apro appena un pochino ed esco comodo". Come no. Apro di un nulla e la trazione micidiale del mostro spacca il canale, esco storto e bello sparato dalla pista con l'unica preoccupazione di riuscire a rimanere attaccato. Le cose migliorano di poco, col tempo. Mettendo un pò meglio il peso riesco a mettere una terza, ma si gira veloce, troppo veloce. Le curve sembrano troppo vicine, frenare quel mostro è un'impresa, si litiga ad ogni canale, vieni strappato via ad ogni marcia senza pietà. Torno ai box, svenato, come se mi avessero preso a mazzate tutta notte. Tra un rivolo di sudore e l'altro, ringrazio e godo, oh come godo! Giro ancora un pò con la Fiamma, che ora però mi sembra un triciclo, e poi via verso Cozzi, con in testa la bellissima violenza del mostro blu, e la cortesia pazzesca dei pro. Sono felice, assolutamente felice. Nel frattempo, la secca perdura nella sua opera, ma la perseveranza è un'arte, ed io insisto sull'azione terapeutica dei tailleur.

Arriviamo allora a ieri, quando il Coach mi propone il suo Kawa 250 DUE TEMPI, un'arma. Quando sei nonno ma hai le plastiche tribal skull, significa che ne hai da vendere. E infatti. Meno trazione dei mostri 450, ma questa ti beve benza in faccia. Frenare non serve, devi bloccare il posteriore e riaprire altissimo, ed è un mestiere indegno. Solo per tirarla su a pedate, ci vuole maestria, e il Coach ne ha davvero tanta, mentre io per un cazzo. Bestemmio qualche giro, ma il due tempi è per i pro, non ci son cazzi, ogni marcia è una penna a un metro da terra. Ringrazio, scendo dalla giostra, mi ripiglio un pochino, e rientro con la Fiamma decisissimo a darci dentro coi controcoglioni. Entro cattivo, raspo veloce, niente a che vedere coi mostri, chiaro, ma va bene così, un passo alla volta. Colleziono anche il mio primo volo, ed è giusto così. Il Coach, salomonico, sottolinea: "nel dubbio... tieni sempre aperto!" E così è, e la massima si trascina sino a questa tarda e stanca ora.

Perchè? Ma perchè non importa quanto maniacalmente tenti di organizzare la tua vita, di metterci delle pezze, di cambiare la marmitta, semplicemente alle volte ti ritrovi su una rotta nuova, strana, più o meno sicura, che ti soffia via e ti rivolta come un guanto. Oggi è una di quelle volte, in cui devi avere il coraggio di ammettere di non aver perso la capacità di meravigliarti. Prendere mazzate, scoprire che l'orgoglio pazzesco che tanto millanti in realtà vale molto poco, di fronte ad un qualcosa o un qualcuno a cui basta del balsamo di tigre per farti capire che in fondo anche i lupi crollano. Sarebbe bello avere le palle di ricamarci un pò di miele sopra, ma così non è, e forse è giusto così. Solo qualche gomitolo un pò assurdo di parole, col solo scopo di ricordare, perchè ne vale la pena.
Respirare, azzannare a pieni polmoni l'ubriaco sapore della libertà, graffiare la porpora della follia nella pelle altrui, cavar via senza pietà tutto ciò che di grigio rimane nel cranio nel nome di ciò che davvero ci rende noi stessi.
Non ho la pretesa di pensare al domani, ho imparato di non esserne capace. Ho imparato anche a far sì che la bellezza scivoli su di me come un buon bagnoschiuma, che fà il suo dovere sotto la doccia e magari ti lascia anche un profumo non male addosso. Magari ne hai comprata una fornitura vitalizia, magari era l'ultima confezione. Who knows? Ma una cosa, Zio Cordusio povero, la sò, ce l'ho in testa e quanto è vero l'Abalakov me la ricorderò: nel dubbio, sia che si parli di Kawa o di bagnoschiuma... terrò sempre aperto! Happy tattooed cross, my friends!

"Can I be saved? I spent all my money on a future grave... Wooden Jesus I'll cut you in, on twenty percent of my future sin... I'll cut you in!" Temple of the Dog

22 gennaio, 2011

sky is the limit

"A spell singing golden words in a broken voice, and I caught some blessing on the wind... I’m feeling lighter than a whisper from a dove..."

Reach down, Temple of the Dog


La colonna sonora questa volta non arriva da qualche vecchie riminescienza del sottoscritto, ma da uno di quei pochissimi che davvero contano, in questo casino più o meno colorato che da qualche parte dovrà pur buttar le ancore. Se potessi assegnare una consistenza alle ore storte di questi giorni, opterei per la melassa, credo. Tra grasso di balena e proverbi ebraici credo di aver steccato l'accordo, eppure le dita le vedo al posto giusto. Segno che -come quelli come me hanno sempre fatto- val la pena di continuare a suonare, e vedere se il groove riempie la hall anzichenò. We'll see. Nel frattempo, una persona notevolissima ha compiuto uno step accademico importante, che spero di aver contribuito ad incorniciare degnamente, tra inviti sardi, aperitivi mordaci, e grande ritmo. Certo, il Burattinaio non mi ha certo fatto mancare la piastrellata nei denti -al suono di "after all this damn world is not that fucking big"- , ma non si può voler proprio tutto, non vi pare?

Ma passiamo al topic, peraltro identico a quello del mio ultimo post. And you know what? Batte sega! Dunque, dopo una sveglia crudele, approdo in quel di Lecco FS agguerrito assai, nonostante il termometro segni già -3 C°. "Bella storia, ci sarà gran ghiaccio!" rimugino -stolto- mentre la barista osserva con occhi sbarrati quattro caffè (senza zucchero, poichè come insegnavano vecchi amici, esso è nemico irriducibile del climber) scomparire entro le mie pregiate fauci. La compagine bergamasca mi sequestra a bordo di una volkswagen gigante, e si presenta (la compagine, non la volskwagen) splendida come sempre. Conduce il nostro maestro Jedi di fiducia, degnamente accompagnato dal terrore delle colonne e dai temibilissimi brembana brothers, non privi del consueto mezzo di trasporto ai limiti del mitologico. Sbarchiamo nei -8° della upper part di Madesimo, per poi inerpicarci senza tanti complimenti in amena valletta. La neve è tanta e ghiacciata, cigola orribilmente sotto i nostri scarponi. Nessuno parla, appena possibile si cerca di spostare i talloni da quell'inferno bianco particolarmente fastidioso, la cui temperatura arriva addirittura a ghiacciarmi la barba. Meravigliosamente addobbato di pelose stalattiti, non senza il primo morso di doping quasi vado a sbattere contro una muraglia azzurra che svetta di fronte a noi.



Stiamo scherzando, vero? Chiedo con gli occhi al resto della truppa, un attimo prima di scoprire che gli ormai -15° (e siamo appena a 2000m!) hanno ridotto il mio affezionato isostad a un qualcosa di simile a granita al limone. Le bestemmie scorrono copiose, ma si bloccano quando Yoda inforca i monopunta e si concede un 5 metri di muretto bianco senza corda così per cominciare. Lo seguiamo un pò mesti, uscendo su un comodo pianoro da cui parte un muro, poi un tratto appoggiato, poi un muro che sembra da cazzo duro, con di fianco un'incredibile colonna che si stacca da un'altro muro che svetta prima di quella che noi -stolti- crediamo essere il top della cascata. Ci si scalda su un tiretto di 25 metri, contenente il primo muro. La progressione sul verticale sine ulla pietas è nuova per me, e prima di capirci qualcosa sono costretto a tirare possenti ed inutili mazzate contro l'amico/nemico biancoazzurro. Il punto è che cambia davvero tutto, specie il fatto che ora oltre che piccare molto più forte, devi tirar delle mazzate di ramponi pazzesche, che non sempre funzano. Piano piano ingrano, e riesco anche a trovare un buon ritmo, anche se il freddo è micidiale, e la stanchezza non è da meno. Poi mastro Jedi apre il gas e in un tempo assurdamente breve di destreggia sino al top, combinando magate di rara bellezza tra colonna e muro. Abbagliati dalla awesomeness delle spaccate del nostro kungfuico maestro, decidiamo che i brembana brothers, più esperti, saranno i primi a cordare. Io e il samurai restiamo in basso a massacrare il primo muro, nel tentativo di non congelare più di tanto. A un certo punto una piccata da record del samu causa due eventi tra di loro strettamente correlati: un tonfo come da incipit di era glaciale, ed una esplosione di un blocco di ghiaccio in faccia al poveretto. Yoda dall'alto commenta "ah, si deve essere seduta", ed in effetti la cascata ora è attraversata da una simpatica crepa orizzontale, mentre la faccia del samu è attraversata in simile maniera da simpatico sbrego sanguinolento. Le bestemmia salgono in tono e frequenza, ma questo non è un paese per vecchi, indi si continua. I brothers sudano e bestemmiano sul secondo muro e poi sul terzo, per poi letteralmente scomparire insieme a Yoda al di là del top. Il samu la butta lì:"non è che c'è un altro tiro?" Rispondo con un cristo e sei madonne, gentilmente sottolineando come il primo tiro abbia fatto fuori le mezze da 70 m. Eppure, così è. I tre ridiscendono, con i brembanos non precisamente rilassati, e lo Yoda che zompetta etereo e preciso as usual. Tocca a noi, -tento di convincermene mentre mi lego, già discretamente a pezzi- e così provo ad assicurare (come se ce ne fosse bisogno) l'Effimero con due mezze assolutamente congelate. Si soffrirebbe già abbastanza così, se non fosse che sul secondo muro esplode una bolla d'aria e di ghiaccio che si moltiplica sul primo muro e piove addosso a tutti noi. Solo che io stò assicurando Yoda, e non sono l'Eletto, indi schivo i pezzi da cento ma non uno da cinquanta che mi centra appena al di sotto del ginocchio. Alti si levano i nomi dei santi, mentre decisamente motivato mollo tutto e mi accingo ad azzannare il primo muro. Lo conosco, lo passo facile, mi isso sino alla base del secondo, e mi si stringono i coglioni non male. Il ghiaccio qui è lavorato in grossi bugni, stalattiti, specchi, uno apparentemente più stronzo dell'altro. "Usa la colonna", mi grida lo Yoda, ed io provo ad ascoltarlo. Incredibilmente lavoro non male di ramponi, e sudando come un porco, al ritmo di bestemmie senza nome passo anche il secondo muro.



Nell'uscire con la piccata della disperazione, stacco un blocco del ghiaccio da campionato del mondo, che finisce sul povero samu, terzo di cordata ingaggiato alla disperazione sul suddetto muro. Non regge, e se ne vola via, col mio blocco in faccia e lasciando una picca, che grazie agli dei rimane incastrata in un fungo. Il giovane si prende male, sanguina, è appena volato, ma non demorde. Grazie a Yoda, che ci tira su con gran colpi di piastrina laddove le nostre braccia sono ormai ghisa, passa anche il samu. Rimane il terzo muro, ma io qui non ne ho davvero più. Non riesco nemmeno a riposare sulle picche, le braccia sono di marmo, ad ogni ramponata mi si crampano le gambe. Comincio a zappar via ghiaccio a suon di cristoni violenti, e grazie soprattutto all'aiuto di Shifu, gridando arrivo in sosta. Nemmeno riesco a farmi il barcaiolo, tremo come un bambino, addirittura devo piantar le picche per paura di perderle. Le mani si aprono a fatica, e la sosta è scomoda, anzi, ora che arriva anche uno stoico samu, è ancora più scomoda. Lo Yoda ci illumina con paio di trucchetti che un istruttore CAI non avrebbe tempo di insegnarti, ma lui si, e poi si invola dietro un muretto. Noi lottiamo per recuperar le corde ghiacciate, che si incastrano sulla colonna. Bestemmie focosissime, ma in qualche modo ce la si fà. Abbandoniamo la sosta e affrontiamo ua serie di muretti che in altre condizioni sarebbero stati divertenti, ma che ora sono eterni, e noi siamo troppo a pezzi per scalar decentemente. Passano altri 60 m, poi impattiamo contro l'ultimo muro. Non sono più di 6 metri, ma ci sarebbe da lavorar di gambe bene su un verticale spietato, mentre noi ovviamente gridando e piccando di braccia come idioti, in qualche modo chiudiamo sulla seconda sosta. Guardiamo giù, ed è un bello spettacolo. Non si vede il verticale pazzesco della prima sosta, ma la valle, e la soddisfazione è grande, perchè 140 metri sono tanti, e questa cascata ha dei muri di quinto grado di ghiaccio, che non sono noccioline. Certo, senza il Maestro non era nemmeno da pensarci, metà della nostra salita l'ha tirata anche lui, ma che importa? Fà addirittura capolino il sole, illumina mani ghiacciate, faccie sconvolte, e tanta, tantissima soddisfazione. E felicità, e serenità, e libertà, cristo, libertà! Sky is the limit, the only limit indeed! Fissiamo la prima doppia su un albero, e raggiungiamo in fretta la prima sosta, dove lo Yoda ha approntato il leggendario ABALAKOV, che non è la nuova marmitta racing dell'akrapovic, ma un'idea da paura di un ghiacciatore russo che si era spaccato la minchia di lasciare roba in parete. In effetti, và detto che una vite da ghiaccio costa quasi cinquanta sacchi, e poi ovviamente non è nemmeno utile per le cordate successive. E allora, abalakov. Prendete una vite da ghiaccio, scegliete una zona di ghiaccio compatto sulla quale affidare la vostra vita e quella dei compagni, e praticate parallelemente al suolo (70 m più in basso, cristo!) un primo foro da sinistra a destra, e poi un secondo da destra a sinistra, in modo che i due carotaggi si incontrino creando una V nel ghiaccio con angolo di circa 45 gradi. Poi, dio santissimo, CI PASSATE DENTRO LA FOTTUTA CORDA E VI CALATE IN DOPPIA! SU UN BUCO, GRANDE GIOVE, SU UNO STRAMALEDETTO BUCO NEL GHIACCIO!!



Ma lo Jedi Supremo sà quel che fà. Mi fido, e coi coglioni un pò stretti mi catapulto oltre il muro. Arrivo seguito a ruota dal samu, ed era tempo. Siamo stremati, serve una birra, che troviamo una volta scesi a valle. Ora Via Cozzi mi accoglie, lercia e disonesta come solo io posso renderla, con qualche punto di domanda che mi martella il cranio, ma col morale alle stelle! Settimana prossima, se il ginocchio si sgonfia, si replica! Danzare, cantare, vincere il verticale, sentire le punte, fidarsi dell'acciaio, e navigare nel bianco immacolato e bastardo verso il cielo... il cielo, che sembra ridere di me ma che -io lo sò- mi vuole un gran bene. Sky is the limit. Sky is the only limit.

08 gennaio, 2011

Ice falls climbing. Another dream...

Tra gli innumerevoli argomenti che nel corso degli anni hanno contribuito a convincermi del fatto che io sia una persona estremamente fortunata, và senza dubbio citato come prima o poi io sia riuscito a realizzare molti dei classici sogni-che-avevamo-da-bambini, ma che in realtà sono gli stessi che ancora immaginiamo ad occhi aperti senza nemmeno -alle volte- farci più caso. Oggi, 8 gennaio 2011, un anno per me cominciato male, all'insegna della bassezza e della confusione, ho salito la mia prima cascata di ghiaccio. Non da primo, e non certo un grado da paura, ma poco importa. Oggi, ho ritrovato la voglia di scrivere, possibilmente senza i miei soliti orpelli che in questo caso servono davvero a poco, poichè l'unica cosa che cerco è qualche riga che possa ricordarmi questo giorno. Mentre scrivo realizzo poi che a non molti km dal mio piccolo regno milanese, abilmente nascosta nel garagino della casa patermaterna, giace la Fiamma, una Beta RR 125 4T enduro che magari non è un KTM 450, ma è soltanto mia, conquistata solo adesso dopo anni. Perchè da pischello leggevo di Cassin ma anche di Everts, ed oggi ricordo con immenso piacere i miei sospiri di fronte alle incredibili foto dell'uno e dell'altro. Nel mio piccolo (ma che importa?), ci sono arrivato, così come ho realizzato molto altro, ma queste due cose in particolare sono davvero mie, ed è questo che le rende a loro modo uniche. Insomma, sono contento, contentissimo, se fossi anche sereno sarei addirittura felice, ma decisamente non lo sono. D'altra parte dove potrei trovare il coraggio di lamentarmi? Ogni giorno mi riempio la testa e gli occhi di nuove idee, di nuove ambizioni, di nuovi sogni... alcuni forse destinati a rimanere tali, ma altri forse no. Vivere è davvero un magnifico esercizio, come diceva Sepulveda, ed io sono grato al Burattinaio per avermi concesso tanto. Spero di avere ancora tempo, tanto tempo ancora, perchè vorrei spremere il mondo fino all'ultima goccia, berne il midollo, ed infine, come diceva Dave Matthews...

"Gravedigger, when you dig my grave, can you make it shallow, so that I can feel the rain?"

Nient'altro, spazio alla cronaca, al romanzo, alla allegria che ho da mettere in parole.

Saltiamo a piè pari il primo capitolo, una introduzione che si rivelerebbe pesante e fatta di lunghe ricerche, sofferti acquisti, tentennamenti ed una buona dose di ostacoli di varia natura e ragione. Ciò che conta è che la data era fissata: 8 gennaio, non si scappa. Il materiale c'è, quello che non c'è lo fornisce la Guida, la voglia anche, l'ansia da prestazione pure. Inzaboriato crudelmente dal parentado a colpi di mascarpone per lunghi giorni, la forma fisica era non dissimile da quella di una vongola nemmeno tanto verace. E così, in tre giorni 50 Km di corsa, almeno per ritrovare un fiato decente. Poi la vigilia, dove non doveva e non poteva mancare il conforto di colui che della densità di cazzate ha fatto religione e fede irrunciabile. La carbonara, insidiosa e possente, si trascina a forza di birre sino a tarda ora, condita da cineforum di alto livello al termine del quale la sveglia indica come di ore di sonno ne siano rimaste soltanto tre. Poco male. Scelgo uno zaino che più che altro è una sacca, ci sbatto dentro a caso tutto (o almeno spero), e provo a dormire almeno per 180 minuti, trascorsi i quali mi alzo dal letto di botto, vestendomi in un nulla, arraffando il materiale, ingollando tre cucchiai di miele e non lavandomi i denti, perchè contro carbonara&birra non c'è nulla che tu possa fare, solo soffrire. L'occhio ancora iniettato di trigliceride percorro in silenzio ma in fretta le strade di una Milano che alle quattro del mattino, sotto una pioggerellina malaugurante, appare più vuncia e stronza del solito. Mi catapulto sul treno per Bergamo, dove piombo in uno stato comatoso dal quale emergo solo a destinazione. L'occhio spento e il viso di cemento, vengo prelevato dall'unica vera Guida, 1.60 per meno di 40 Kg, credo, bergamasco fino al midollo così come tutti i compagni di ventura eccetto il sottoscritto. Potente. Nonostante la sonnazza si tenta conversazione, anche se il dialetto rimane al di là della mia portata. A velocità folle guadagniamo il passo del Tonale, dal quale saliamo via seggiovia a 1600m. Da lì, segue un'ora bella piena di acquagym, ma quello vero. Nella neve fino al culo, ci apriamo la strada verso una fantomatica colata di ghiaccio. La Guida sà ovviamente il fatto suo, e -seppur orribilmente sudati, e già largamente bestemmianti- giungiamo infine non senza fatica ai piedi di un bellissimo monumento alle transizioni di fase. Da uno spuntone di roccia 50 m sopra di noi, madre Natura sputa una colonna di ghiaccio color del mare, che poi si slarga alla base sino a congiungersi con il metro abbondante di neve della valle.



Nulla di epico, sia chiaro... però nemmeno si scherza. Ramponati e piccati, si inizia a prender confidenza con l'elemento ghiaccio, tra bestiemme orrende, pezzi di ghiaccio che volano, ed una grande allegria di fondo. Sotto le mani esperte della Guida sembra una specie di gioco, ma capiamo benissimo che da primi e su gradi alti, non c'è un cazzo da ridere. E' una arena enorme, bianca, bellissima, dove tutti possono giocare a patto di essere guerrieri, come direbbe il Dama, duri e puri Dopo le prime due ore, l primi due paia di guanti certificati ultraimpermeabili sono bagnati fradici. Giacche e pantaloni, per quanto tenici, non resistono al nevischio ne tantomeno al continuo pisciare della colonna azzurra che occhiegga tronfia ed intoccata sopra le nostre teste. Le punte dei piedi cominciano a far male, dopo avre tirato grandi puntazze contro quel vetro insidioso che dovrebbe tenermi su. Ignorante e novellino, risolvo come le prime volte che si andava in falesia, vale a dire a zampate, solo che qui non puoi andar dinamico sulla figa di mulo a mezzo metro dalla tua mano, perchè prese non ce ne sono. Allora raduni le forze e tiri grandi mazzate di picozza, sperando che non ci metta più di due piccate ad entrar bene, che non è un mestiere rilassante prendere a mazzate il ghiaccio. Andando avanti comincio a capire la logica, differente dalla roccia, meno raffinata ma più delicata. Non esistono passaggi morfologici, prese da prender strane, numeri di piedi di alta scuola, trick ciccioni o super-potenza fisica, perlomeno non su gradi umani. E' una danza, che deve risultare ancor più armoniosa della progressione del placchista... continua, fluida, anche se hai quattro attrezzi di acciaio tra mani e piedi con cui massacrare te stesso ed il ghiaccio. I polpacci in breve smettono di rispondere, ormai si tendono autonomamente ad ogni ramponata, così come le dita. Sì, perchè di tacche bidito non ce ne sono, ma le picche van strette, e van tirate fuori, ad ogni metro. Si procede a passetti, veloci, in punta di ramponi, bisogna crederci, bisogna volerlo, sennò vieni giù per direttissima, e mica come sulla roccia. Sei un panzer, bardato ed armato di tutto punto, che mette alla prova delle viti da ghiaccio qualche decina di metri più sopra. Se esiti, sei a valle. Devi fargli male, al ghiaccio, ma non devi sfigurarlo, perchè quello si vendica e vien giù, e tu con lui, e il gioco finisce. Passano i tiri, gli esercizi, qualcosa in più si capisce, si sale più sciolti. Si mangiucchia qualcosa, e non fà nemmeno così freddo, anche se siamo avvolti da una nebbia spettrale e picchiamo ormai da ore. Verso la fine sento di essere a convergenza, me ne strafrego di stile e finezza e azzanno la parete. Girano le gambe, anche se doloranti, girano le braccia, anche se a fatica. Torno svuotato sulla neve, in mezzo a questa compagine bergamasca ridanciana, bestemmiona, perfetta, di montagna vera. Ci conosciamo da qualche ora, ma la gente che la montagna ce l'ha dentro la si becca subito, e tutti noi mastichiamo la stessa poesia. Non c'è spazio per mezze maniere, si stà allegri come si può mentre ogniuno vive un pezzo del suo orgoglio. Io mi prendo il mio tempo. Dopo un paio di passi miracolosamente eleganti (significa che al posto di essere impiccato su mezza punta del rampone, storto, col peso a puttane, le braccia che tirano di brutto sulle picche sennò vieni giù, sei bello comodo su quattro punte, il pisello sulla parete, bello in equilibrio, che le picche le puoi dimenticare. Wonderful sensation, è come dimostrare un bellissimo teorema le cui variabili siamo solo noi stessi), mi godo il graffio del ghiaccio, il rumore delle picche che lo fracassano, la consapevolezza di aver ingannato il Burattinaio, a venti metri da terra in un posto dove nessun animale può stare tranne l'uomo. Che bara, ma questa volta non solo con stile, ma con coraggio. E' un gioco sottile, complicato, che uccide il giovane e nemmeno salva il vecchio. Possiamo vincere qualche battaglia, ma non vinceremo mai la guerra contro cose del genere. Ma come si fà a dir loro di no? Sorgono, maestose e bellissime, in posti a volte nascosti o dimenticati. Sono gemme, sono diamanti, incastonati tra i boschi e le rocce, sono amanti rissose e crudeli, ma irresistibili. Ti chiamano a gran voce con i loro silenzi perfetti, incatenano i tuoi occhi al levigato splendore del ghiaccio, azzurro, blu, bianco, grigio, mille colori, mille sfumature alle volte nascoste da un velo di neve, che tu spazzi via per piccare meglio, certo, ma anche per vedere cosa c'è sotto. Come la gonna di una ballerina, coi suoi arabeschi, magari i suoi strappi, forme incredibili che si accatastano l'una sull'altra, enormi meduse i cui tentacoli affondano nel bianco immacolato della neve intonsa. Chi siamo noi per poter allungar la mano, e toccare, e giocare? Siamo guardoni, siamo attacabrighe, siamo quelli che non ne hanno mai abbastanza, che vogliono di più, sempre di più. Che sanno il rischio, lo temono, lo soffrono, ma lo cercano con gioia. Per sentirsi vivi nel modo più vero ed incredibile, cioè quando in gioco ci sei tu, e il ghiaccio, e la sfiga, o chiamatela come meglio vi aggrada. Io vorrei, prima o poi, che il ghiaccio si prendesse le mie ossa, e la mia anima, perchè credo sia ciò che di più bello e puro allieta le montagne. Vorrei poter arrivare alla fine sereno, e decidere di regalarmi così, senza fronzoli ne nient'altro, perchè in fin dei conti alla montagna ne ho combinate parecchie da parecchio tempo, sarebbe giusto ripagare. Ne sarei felice. Poi è ora di andare, e meno male, perchè la discesa non è meno faticosa della salita, ed io ho dormito tre ore soltanto. Caracolliamo sino alla meritata birra, che trascorre serena, stanca e bizzarra come è giusto che sia. Poi il ritorno, lunghissimo, macchina e poi in treno, ma nemmeno me ne accorgo. Negli occhi e nel cuore la consapevolezza di aver scritto un'altra parola importante dentro di me. Ed è solo l'inizio... verrà a brevissimo altro ghiaccio, più stronzo, senza mezze misure. Verrà la paura, e quella fastidiosa sensazione che ti dice che forse sei troppo su di giri su una marcia troppo corta. Lo vedremo. Per ora, lo schianto dell'acciaio, il bianco accecante della neve, gli sbuffi bestemmianti che colano vapore nell'aria gelida. Non si soffre, si lotta. Senza quartiere, per portare a casa con cattiveria l'unico risultato che conta: era un sogno, ora è realtà.

04 dicembre, 2010

Spleen

Qualche riga malscritta al termine di una notte che non dimenticherò. Parole sgradevoli e brutte, come si conviene all'ubriaco prima, e al maledetto poi. D'altro canto, che Spleen sarebbe se la forma vincesse il dolore? A voi...

Spleen

Nel liquido silenzio di una notte ubriaca, qualche bicchere sporco si lamenta infastidito.

Annaspo ciecamente in cerca di una qualche briciola di verità, mendicando pace senza nulla poter offrire in cambio.

Infine, capisco di aver speso tutto il mio tempo ad inveire contro tutti, come un vecchio sdentato, incapace di capire, incapace di credere.

Rimane lo scarlatto palliativo dell'ultimo bicchiere, foriero di qualche ultima speranza masticata e poi sputata via.

Peccato che guardandomi allo specchio non sia ancora in grado di definirmi dannato. Vi è una nera ma forte poesia nell'Abisso, che tuttavia mi è preclusa in virtù della spiaggia ultima della vanità.

E allora riprendo a galleggiare, senza mai poter tracciare una rotta vera,
mascherando la solitudine dietro ad un muro scalcinato e vecchio.

Le ore puzzano di nero, spillano gli ultimi sogni ridendomi in faccia,
perchè sanno che abbiamo paura di viverne altri, imbozzolati nell'orrenda paura del tramonto.

E' un tributo che non voglio pagare, al quale non mi rassegno
ma al posto di attenderlo con la lancia in resta, lo seppellisco nella polvere di tutti i giorni. Sono meno di un uomo solo un pauroso fantoccio, inutile e vuoto.


Rimpianti lontani, ed inutili vanità

Le ultime parole prima di lasciare casa ed amici. Strano, ma nemmeno poi tanto, che ci siano donne e rimpianti in mezzo. Temo che sia diventata una sorta di crudele abitudine...

"When you're going to come back in here? I don't want you to leave..." Queste stesse parole, precise fino all'ultima lettera, (forse perchè nel traslare ciò che si ha in testa in una lingua che non è la propria, in questi casi le opzioni non sono poi moltissime, non sò...) mi sono state sussurate in un orecchio da due ragazze diverse, a due mesi di distanza. La prima ancora spera ch'io torni sui miei passi, mentre alla seconda è bastata qualche ora per cadere. Bellissime, perfette, una voglia di vivere pazzesca negli occhi, e sul volto i segni di un passato importante, di una saggezza consapevole. Donne. Quanto vorrei esser stato in grado risponder loro "don't worry, I'll be back soon, everything is gonna be allright..." Ma non ci sono riuscito, nè due mesi fà, ne questa sera. L'ho lasciata andare, svanire nella pioggia col volto rigato da una lacrima assurda eppur sincera, mentre dentro di me gridavo, e piangevo, dio, come piangevo. Predico il carpe diem, ed invece raccolgo polvere. Gli occhi rossi e colmi di rimorso, metto un passo avanti all'altro verso casa, come fanno i matti, senza badare a ciò che succede intorno a loro, perchè tutto ciò che serve -ed anche un pò di più, a dirla tutta- già lo hanno dentro, e si ritorce furioso per l'eternità. Tra due giorni lascerò la Germania. Lascerò questa città, la mia casa, l'università, qualche amico sincero, e due donne a cui vorrei aver voluto bene, e forse l'ho anche fatto... ma che non ho avuto il coraggio di amare davvero. Non riesco nemmeno a tirare le fila di questi mesi, trascorsi in una solitudine apparente e ricercata. Per quanto ci sia chi mi ha tenuto e tutt'ora mi tiene a galla (e a costoro và il mio grazie più grande e sincero, poichè senza di loro sarei perduto), sono ridotto in pezzi. Brutti cocci di un vecchio vaso che pure riescono in qualche modo a fare ammattire le più belle del reame. Ma vanità a parte, cosa resta? Ombre, e ceramiche consumate. Cercherò sollievo nella roccia, ma il mio cuore sanguina, ed io non sono più capace di amare. Questo mi resta di questi mesi. La consapevolezza di aver perso dei pezzi per strada, e nulla più. Mettere insieme i cocci... accadrà, perchè vivere è una cosa meravigliosa, e per la quale, fortunato come sono, dovrei limitare a chinare il capo e ringraziare il Burattinaio. Ma il prezzo continua a salire, e i bravi artigiani scarseggiano. Dovrei accollarmi la mia esistenza sulle mie stesse spalle, incollare, limare, e dipingere a nuovo le mie giornate. Ma ne avrò la forza? Dei delle montagne, datemi una mano, ve ne prego. Tra un soffio di vento, ed una lacrima di pioggia, trovate un alito di speranza con cui alimentare questa fiamma che arde disperata al di sotto di un ceppo bagnato. E il fumo si innalza in questa mia notte, alto e crudele, lasciandomi in bocca l'amara realtà di un partita persa. Buonanotte...

E' tempo

"Qualche riga assolutamente libera e sgrammaticata, il giorno prima del mio ritorno tra le mie montagne", scrivevo in terra tedesca prima di calcare ancora la mia adorata Dolomia...

Piove, finalmente. Piove sul serio, non è il frettoloso temporale estivo, non è l'inutile e fastidiosa pioggerellina che serve soltanto a rovinare il cielo. Viene giù bene, quelle gocce pesanti che cadono diritte a terra, quell'acqua che avresti voglia di prendere addosso, per lavare via il grigio prima ed il nero poi. E' abbastanza per portare alla mente vecchi ricordi, il legno che brucia, il profumo aspro e pesante del ceppo, le grida dei malgari, bagnati fradici come le loro capre. Non sorridono, ma nemmeno piangono. Beccano la pioggia soffrendo, ma sanno che la bottiglia di grappa non è ancora finita. Mi mancano gli odori. Della roba vecchia, della roba che ha una storia da raccontare, qualcosa da dire. Credo che alla fine la differenza la faccia davvero questa roba qua. Magari si può trovare poesia anche in queste terre, ma è robetta, non ti parla, a malapena ascolta. Tutto. La ricetta tipica è la cotoletta, non la caseola, arrampicano in posti dove c'è l'entrata a pagamento, vivono nell'immacolata cornice, pulita ed efficiente, del nuovo benessere. Hanno la neve, ma non sanno cosa vuol dire la stessa neve sulla roccia. Non vogliono salire, non vogliono misurarsi, se lo fanno lo devono dire, lo devono far vedere. Non puoi vivere in sordina, non puoi scivolare dietro le quinte, non puoi lasciarti scorrere addosso la giornata. Il legno, mi manca il legno. Vivo, morto, bruciato, mi manca tutto. Mi manca il silenzio dei boschi, che non è silenzio, ma musica. Mi manca guardare in basso e avere paura, essere attaccato col cuore prima e con le dita poi a delle rocce che sono miracolosamente in piedi dopo millenni in posizioni e forme assurde. Mi manca sudare per ottenere qualcosa, mi manca la cima, mi mancano i prati in cui se ti guardi intorno non vedi altro che erba, come se fossi in mezzo al mare. Il fuoco, la fiamma che ti scalda non per gioco ma perchè poco lontano si gela. La grappa, non per portarsi a letto la bionda di turno, ma perchè la senti bruciare dentro e darti forza, e speranza, e bellezza. Mi mancano le nuvole, mi manca guardarle e avere paura di quello che potrebbero portare con loro. Mi manca il vento, sentirlo in faccia e nei vestiti, doversi leccare le labbra spaccate come i cani. Mi manca gridare, essere soli in un posto dove non c'è nessuno, e tu sei Dio. Mi manca il muschio,il profumo della resina, il fruscio degli aghi dei pini, crepitare arrabbiati sotto gli scarponi o piangere mesti quando la poggia regna sovrana. Mi mancano quei tavolacci di legno unto, coi segni dei biccheri di generazioni intere, e le stronzate incise col coltello dai ragazzi, dai vecchi, dagli amanti. Mi mancano le risate sincere, gli occhi che navigano nel vino non per gioco nè per dovere, ma perchè così succede quando si è uomini e, fuori piove, e il rumore ti scolpisce una poesia assurda nel cranio. E ci si stringe, perchè qualcuno lassù è incazzato, e noi non siamo nulla, se non uomini, cani e capre con polenta vecchia e una mezza bottiglia di grappa. Dice sempre Mauro Corona, uno che della fase di Berry non sà nulla ma che in compenso ha capito un sacco di altre cose non necessariamente meno complicate, che nella vita bisogna fare come quando scolpisci: devi tirare via. Devi tirare via. E allora tiratemi via questi numeri, questa fatica, quest'ansia, questa stanchezza che pesa, ti porta via, e ridatemi le mie montagne. Anche per poco. Il tempo di piangere, e di capire che sono ancora io. E che passano le donne, i dolori, gli anni, le delusioni le speranza ed i sogni... ma la mia roccia è sempre lì, e miei passi nei boschi fanno lo stesso rumore di sempre, lo stesso rumore degli scarponi di mio padre, ed ancora mi regalano una felicità vera, e piena, che ti sazia e ti tiene in piedi, e ti tiene te stesso, per lunghi giorni a venire. Bisogna togliere.

01 agosto, 2010

Deep water Leipzig

La mail arriva tra il capo ed il collo un giovedì sera come gli altri, ma l'idea è buona, e l'istinto mi dice che ne varrà la pena.

Partenza nel pomeriggio di venerdì, ma l'inizio non è spumeggiante. Siamo in tre, il sottoscritto e la compagine mitteleuropea, Sebastian e Sebastian (il primo detto Zeb, il secondo detto Busty, o perlomeno questo è il tentativo di traduzione anglosassone); il primo è il mio climb-aggancio, un chimico teorico non malaccio incredibilmente astemio ma terribilmente simpatico (nell'accezione germanica del termine: significa che non ti fà pisciare addosso dal ridere, ma che è una persona buonissima e coi controcoglioni), mentre il secondo è nel giro, un sistemista (ahimè winzozzaro...) anche lui tedesco sino al midollo. E' lui il pilota, che a bordo di una opel ultratech si presenta in mega ritardo (casini di lavoro) ma con dei peperoni in salsa all'aglio. Viene immediatamente perdonato, e si parte alla volta di Leipzig (Lipsia, credo, in idioma italiota), amena città della Germania Est. Lo specifico perchè la differenza si sente davvero... la Polonia è vicinissima, la gente non stà così bene, la storia pesa ancora come un macigno.

Sette ore di maccchina (di cui tre di coda purissima), e approdiamo in un ostello non male, camera da sei. Affamati come cani ci fiondiamo nell'unico posto aperto, una maledetta catena di cosiddetta pizza. Assisto impotente al peggiore dei crimini, perpetrato impunemente da una sorridente polacca che con mano generosa dispensa ketchup al posto del pomodoro sulla margherita. Rabbrividisco e mando giù, i due Seba son troppo contenti, per loro è strabuona, indi annuisco poco convinto e tento di convincermi che è un burrito. Un litrino di weiss e si torna in camera, dove ci attendono tre paia di scarpe col tacco. Il destino ci ha donato tre gnoccolone nella stessa camera? Non lo sappiamo, son le due del mattino ma ancora non si vedono. Finestra aperta (caldo assurdo) e simpatici rumori cittadini a far da contorno, l'Italiano si addormenta sereno, mentre la falange teutonica soffre e si rigira tra le scarse lenzuola.

Ore 6:30 AM, suona la sveglia. Non quella dell'orologio, qualcosa di meglio. La porta si spalanca e fanno il loro trionfale ingresso tre allegre signorine decisamente ubriache, che in un minuto estraggono dalla borsa rum e coca e propongono il cuba libre mattutino. I due Seba abdicano in favore della serietà tedesca, ma l'Italiano non lascia, anzi raddoppia. Dopo aver messo in chiaro le cose con la colazione del campione, segue colazione locale, con salumi vari e succhi di piante mai viste. A questo punto anche il mio infallibile intestino inizia ad avere paura, ma il dado è ormai tratto, e si parte.

Giunti in un ameno paesino di campagna, ci immergiamo in una ex cava di porfido, gigantesca e ora piena di alberi e rocce. Ci sono un sacco di vie, non certo bellissime, ma ci si accontenta. Il posto è pieno di gente (polacchi soprattutto... climbano duri!), un pò sporco (cosa che in Germania ovest è semplicemente impensabile), e non molto poetico (gru e ex-cava appena a 200 m...), ma la roccia c'è. I primi due tiri son roba facile, ma trenta metri con tre spit (manco fossimo in Dolomiti... sono matti!) son sempre emozioni. Poi ci incazziamo contro una placchetta un pò stronza, ma alla fine passiamo, con due movimenti non male e qualche risata. Perchè il climber tedesco è rigorosamente silenziosissimo, ma quello italiano no.

[Il sottoscritto, svaccato sull'erba, redbull in mano, incitando senza tregua incurante degli sguardi sprezzanti dei polacchi poco lontani] "Come on, man, it's all in your mind, you HAVE to believe! Follow your instinct, what's your heart telling you?" [Busty, con in mano una tacca minuscola e alè caricare su uno sputino di svaso in aderenza a tre metri sopra il rinvio] "I tell you what... GO HOME, MAGGOT, the hell are you doing in here?"

Poi Zeb deve assolutamente provare un pò di materiale nuovo, indi ci inventiamo una due tiri di per sè facile ma in realtà piuttosto carambolesca, perchè in tre abbiamo due imbraghi! Dopo scene incredibili chiudiamo anche quella, ed è tempo di cibo. Finiamo in un posto notevolissimo, dove (per non pochi soldini, devo dire...) ci abbuffiamo di Sauerbraten, che oltre ad essere un pregevole MMORPG è anche un piatto tipico tedesco, una specie di brasato strabuono. Tento di spiegare ai barbari la poesia della polenta, ma non ce la fanno, è troppo per loro. Affondiamo il diverbio culinario in un litrino di Kostritzer (una birra scura tipica di lì, la vendono ovunque ma non c'è storia, lì è diversa ed è sublime...), e poi via per la vera attrazione della giornata.

Anche qui si tratta di una ex cava di porfido, ma stò giro i crucchi l'hanno riempita d'acqua. Ed è divertimento puro. Un paio di redbull e si inizia a provare, e non ci son cazzi, dopo i primi tre metri non vuoi più cadere. Collezioniamo qualche volo notevole, al sottoscritto rimane in mano una tacca a quattro metri dall'acqua, e son dolori, ma vuoi mettere che ridere?



Poi Busty vede una linea facile e la butta lì: arriviamo al top? Ok, non sono certo i quaranta metri di Sharma a Mallorca, però sette e passi metri son tantini lo stesso, provare per credere. Alla fine passiamo tutti, ma l'uscita ci strappa una botta di adrenalina pazzesca... Busty ci mette dieci minuti secchi e tutto il mio fiato per convincersi a mettere la punta della scarpetta (che tra l'altro anche se fradicia tiene alla grandissima! Fantastico!) sull'ultimo svaso e pregare. Ma alla fine passa, e a lui và la gloria del primo. Io lo seguo a ruota, i movimenti li ho visti, e a parte l'ultima zampata un pò da coglione passo anche io. Zeb invece si và a incastrare in un uscita di tallone, e sono cazzi amari. Passa anche lui senza cadere, ma all'uscita urla, e quando un tedesco urla vuol dire che il gioco si fà duro.



Ci rilassiamo ancora un pò su qualche boulder, ci tuffiamo da cinque metri, poi il sonno comincia a farsi sentire e l'acqua da freddina diventa gelida. Si torna all'ostello, ma rimane il ricordo di una grande esperienza... scarpette e costume, e basta. Addirittura non ho avuto bisogno della magnesite... e chi mi conosce sà cosa vuol dire! Il posto non grondava certo poesia, ma è stato bellissimo... libero, perfetto, la mente assolutamente bianca, fatta eccezione per qualche felino di troppo, ma questa è un'altra storia.

Varcata la soglia dell'ostello, troviamo le tre desperados pronte ad andare a cena. La falange teutonica è timida, ma io non me le lascio scappare. In qualche modo combiniamo una cena, ed anche se tutti siamo assonnati il risultato non è male. Busty viene placcato dalle tipiche tipelle dell'addio al celibato/nubilato (eccellente tradizione teutonica. Quando ti sposi le tue amiche vagano per la città vestite da conigliette/diavolette/poliziotte rivendendo alcolici vari per raccogliere i fondi per la festa. Mica sceme...). Ne usciamo con due bottiglie di spumante. Segue un mojito, qualche risata, ma poi davvero la sonnazza è eccessiva. Torniamo all'ostello, torneino di biliardo, spumante e poi a nanna.

Ore 9 sveglia, si salutano le desperados, e si tenta la seconda cazzata del weekend. Altra location da deep water solo, stavolta in un lago vero. In teoria (vuncio a parte, è zona da campeggiatori duri...) non è malaccio, in pratica il tempo è pessimo e noi siamo a pezzi. Ci tuffiamo rabbrividendo nell'acqua nerissima(e piena di alghe), e tentiamo qualche movimento. Saranno le braccia, ma ci sembra che la roccia faccia cagare, solo Busty sale qualche metro ma poi salta via, inizia addirittura a piovere.

Poco male, abbiamo foto divertenti e il morale alle stelle. Sulla via del ritorno facciamo i 220 Km/h (niente limiti sulle autostrade tedesche!) e ce la caviamo in fretta. La fine del temporale segna la conclusione di un weekend stranissimo, ma decisamente ne è valsa la pena. La forma è quello che è, il morale è quello che è, ma i due Seba sono a posto, e per quanto possa essere complicato scavare nelle persone in una lingua diversa dalla propria (inciso: i due hanno parlato SEMPRE inglese, gentilERRIMI!) le cose importanti le vedi subito. I sorrisi in primo luogo, le strette di mano, l'essere in grado di fare cazzate, di improvvisare (ok, loro in questo non sono bravissimi, serve l'Italiano...), di spendere il tempo in compagnia, di trovare il modo di impegnare un weekend nel più assurdo dei modi.

Deep water solo in quel di Lipsia, dunque... da rifare, senza dubbio. Magari a Mallorca, magari con i pochi di cui ora sento orribilmente la mancanza. Un sogno complicato di questi tempi... ma per quanto si possa essere sparsi per il mondo, ci sono cose che non si dimenticano, ma che al contrario incateneranno le nostre esistenze fino all'ultimo. A letto, ora... la schiena dolorante, ma il pensiero ancora sulla roccia, e su quanto significa per il mio animo stanco. Buonanotte...

13 luglio, 2010

Lontano augurio...




Imperfetto e fugace,
l'immoto sepolcro del nero oblio,
in silenzio, tace

Sgomita, ringhia affannato,
in cerca di spazio, di sangue,
di un un ultimo fiato

Anela rabbioso i vecchi cantori,
li vuole, li crea,
li uccide incurante di molti dolori

O forse cerca parole che più non son sue
ma ora le intaglia nel vento,
affilatissime prue

E mentre inflessibile
il pigro orizzonte si lascia cadere
il mio sguardo stanco rinuncia a chiedere

Solo, un passo di danza ed un inchino
uno specchio sì vecchio,
il profumo del biancospino

Ma il dettaglio impazza,
la cornice lo esalta,
la notte tinteggia, la tenebra arranca

Ed il vetro trapassa gli occhi stanchi,
germisce inclemente l'intimo più vero,
nero anch'esso, ma eccelso pensiero

Vengano, vengano avanti la rabbia e il rimorso,
più non temo la note stonate
di un destino ritorto

Ben ritto sulla polena di una nave incagliata,
giro il mio sguardo non al timone,
ma ad una bussola di vecchia data

Poichè a te, fiore proibito di tempi passati,
dedico una rosa ed un sospiro,
nel sogno sorpresi, nell'acqua intarsiati

Riempiano dunque le tue ore tra il sonno e la veglia,
siano perfetti,
siano dell'animo l'agognata vendemmia

05 luglio, 2010

capire

Il mondo mi appare chiaro, limpido, composto da una serie assolutamente convergente di oggetti perfetti, irrimediabilmente perfetti, orribilmente perfetti. Diamo un contesto. 5 luglio 2010, 17 metri quadri, il cranio palesemente affaticato. Intorno a me bottiglie vuote e candele, bevute le prime ed accese le seconde probabilmente per un semplice pretesto e non per vera poesia. La quale giace evidentemente altrove, ma fà paura. Sognare ancora... no, non è tempo. Verrà? Non lo sò, in pochissimi ormai risiede ciò che rimane della mia fiducia nell'uomo, ed il dolore ancora mi toglie il fiato, notte dopo notte.
Being solitary is being alone well: being alone luxuriously immersed in doings of your own choice, aware of the fullness of your won presence rather than of the absence of others. Because solitude is an achievement.
- A. Koller -

Che orrore. No, io ancora in questo non riesco a credere. Non voglio, una parte importante di me grida di non piegarsi alla crudeltà del divenire. Pure, quale speranza ci è concessa? A noi che cavalchiamo ogni notte come se fosse l'ultima, perennemente insoddisfatti. Non c'è più spazio nemmeno per capire, l'animale vince su ogni lato di me stesso. Lupo, e nient'altro, affamato e sporco, bellissimo nel suo azzannare, efferato e scaltro nel suo sedurre. Alcuni tentano di redimere, di portare ordine... vorrei credere che questi non siano i giorni adatti per mettere a posto, ma dentro di me sò che un qualche tassello mancherà sempre. Me lo hanno portato via, senza nemmeno la decenza di seppellirlo con un ultima preghiera lo hanno gettato nel fango ridendo, per poi calpestarlo e tirar dritto. Sciocchi, inetti, secoli indietro alla qualità del sangue che mi scorre nelle vene, eppure a loro modo felici. Ma noi, eccelsi tarli dai tempi perduti, rosicchiamo senza posa polverosi volumi nella speranza di saziarci, quando già sappiamo che non nella china nè nella pergaamena si trova risposta. Abbiamo paura, sappiamo chi siamo e quanto contiamo, e per questo abbiamo una paura fottuta. Non abbiamo bisogno di salvezza, abbiamo bisogno di un calice perfetto, di un vino unico, di una ciocca di capelli che ci sfiori il viso una sola volta per l'eternità. Necessitiamo di perfezione pur non essendo perfetti, inchiodiamo la relatività nelle nostre pupille senza tener conto di cosa ci dice il cuore, ma unicamente perseguendo l'atroce crimine della vanità. Non chiedo aiuto ne pietà, nelle mani ho tutto, un gesto equivale a quanto molti possono soltanto immaginare. Ma è questo il punto, non è più tempo di re.


Non sono tempi per noi, ora che la mediocrità schiaccia il diverso senza degnarlo di uno sguardo. Raminghi siamo, raminghi resteremo, senza trono ne corona, condannati alle Terre Selvagge con la consapevolezza di non avere un nero stendardo d'argento ornato ad attenderci. No, non per noi. Che vogliamo capire, nonostante tutto. Che soffochiamo il nostro io nella speranza di comprendere l'assurdo. Capire, capire, capire per poi camminare, ma nel frattempo i miei lunghi ed altezzosi passi spietati mi conducono verso un altro vicolo cieco. Lunghi e gravidi dei tenebra, gli ululati sprezzanti di una falsa solitudine accompagneranno questa notte, la singhiozzante apoteosi di una pallida speranza. Sò chi sei. Non bastano 1000 Km per nascondere la verità, non bastano le lusinghe delle teutoniche sirene. Non abbiamo la forza di capire, e forse una sorta di decenza sorride soddisfatta da qualche parte, ma sappi che al pari di Ulisse empirò di cera le mie orecchie e tra li scogli passerò. E citando l'immortale Pindemonte, così concludo questa notte:
Poiché trascorso tu sarai, due vie
Ti s'apriranno innanzi; ed io non dico,
Qual più giovi pigliar, ma, come d'ambo
Ragionato t'avrò, tu stesso il pensa.
- Odissea, Canto XII -
Lo farò. Voglio ancora sforzarmi di fingere di non sapere per chi e per cosa, ma questa è la mia parola, e rimarrà scolpita nelle tenebre fino a quando polvere infin ritornerò. Un misero graffio, ma di più è sciocco sperare. Buona notte.

24 giugno, 2010

Mexican Hamburg...

Comincia tutto come sempre, da una mezza cazzata buttata per aria. Si sà, tra il dire e il fare c'è di mezzo non tanto il mare quanto lo striminzito stipendio di un PhD student italiota. Ma ci sono cose che valgono parecchio, e che in fondo in fondo sono un pò come un gelato con Stan Lee:
"No, no. I will never have another chance to have gelato with Stan Lee... because opportunities to have gelato with Stan Lee come but once in a lifetime. The moving finger writes, and having writ, moves on!"
- S. Cooper, TBBT -
Insomma, la Sosso-Martinez sul granito la si vede poco di questi tempi, ma per le strade ancora si fà rispettare. L'esordio è di eccezione, con la cerca notturna di un indirizzo di una trentenne franco-germanica in quel del wrong side of Hamburg. Cerca che ovviamente culmina nel portoncino di una simpatica casetta dove ci apre la porta una dodicenne visibilmente terrorizzata alla vista di due viaggiatori del nostro calibro. Risolto (senza denuncia alle autorità competenti) il malinteso, veleggiamo un civico più in là, dove un esemplare notevolissimo di mamma cosmopolita ci accoglie a suon di valpolicella. Tempo di qualche strano cetriolo come aperitivo, e via (by ferry... crazy!) per le strade di questa città gigante, dove le dimensioni son subito chiare non appena si arriva in vista del porto. Siamo uomini da roccia, non di mare, ma c'è una sorta di poesia tra petroliere giganti e strani macchinari assolutamente inumani. Questo giro il viaggio in ferry è diverso, c'è un tedesco ubriaco&molesto (esistono!!) ed anche il pilota deve essere strafatto, derapa a dieci metri dalla banchina come se fosse Niki Lauda ed infatti riesce anche a cuzzarci contro. Non c'è molto tempo, il Messicano stà collassando dalla fame, indi troviamo salvezza nel kebabbaro di fiducia (Italia, Germania, Polinesia, non importa dove sei, c'è sempre un kebabbaro che ti salva la pellaccia) per poi avventarci su un paio (+?) di birrazze. Si inizia a raccontare, perchè di roba ce n'è... ma decidiamo di tenere il grosso (lavoro & donne) per il giorno seguente. Una tira l'altra, ma la sonnazza è potente, accalappiamo un bus alquanto anonimo, e in religioso silenzio (eh sì, ci son due bimbi da non svegliare...) sveniamo nel sacco a pelo, dove ci abbandoniamo a gargarismi notturni degni di un ciclope. Piuttosto abbruttiti, al mattino ci attende una colazione già pronta (lode al couchsurfing per l'eternità!) e i due pischelli, ma il tempo è tiranno, indi doccia (altezza bimbo tedesco... lasciamo perdere...) e poi via. Affittiamo un paio di bici, un'occasione di più per realizzare che l'Italia non è un paese, è una fottuta barzelletta. Altro che bike sharing di stà minchia, sponsorizzato ATM (e quindi vuncio, malfunzionante, scomodo e complicato, indi inutilizzato), ad Hamburg city bastan due minuti direttamente su touch screen e TAAAC, via che si và. Ovviamente però il clima germanico non ci grazia (piove, non piove, forse piove, così ad libitum sfumando...), indi occorre riparo, e soprattutto un'altra birra o due. Poi è tempo di collezionare una sorta di spesa, abbiamo promesso una pastasciutta coi controcoglioni ai nostri padroni di casa, e così sarà. Dopo la seconda bottiglia di bianco, la serata inizia ad assumere toni interessanti. Voliamo nell'ombelico d'Amburgo, una sorta di Lloret de Mar a prova di italiano, un posto farcito di locali dall'assurdo all'illegale. Redbullina e via, in un posto dove per un vodka&martini ho speso una cifra rivoltante, ma in compenso ho ricevuto una bella botta di autostima, che in questo periodo non fà male. Tuttavia il posto non è quello giusto (il Mechicho, che non è una puttana come me, ha un limite oltre il quale la musica fà così cagare che non si può davvero ballare...), indi si fà rotta verso il basso. Passiamo in una via dove le signorine non sono ammesse (una sorta di assaggio di Amsterdam), ci rifacciamo le balle degli occhi in 100 m di vetrine, e poi si ritorna sulla terra. Rock & punk, c'è di tutto, la città è viva, pulsante, ogni angolo è una sorpresa. A questo punto il mal di testa passa dal messicano al sottoscritto (dobbiamo sincronizzare il ciclo, questa è la nostra conclusione), forse a causa di un ultimo paio di birre mentre l'orologio segna le quattro del mattino. Approdiamo stanchi ad Altona Fishmarkt, dove già l'odore di pesce fritto regna possente, e peschiamo un fratello giamaicano che nella vita ha capito tutto, ha una bancarella di un metro cubo con cui diventa ricco vendendo caffè alla gente della notte. Siamo golosi, ma ancora non è il momento.

Le ultime birre, poi finalmente ci si tuffa nella mischia, e non c'è una cosa come un cartoccio di calamari fritti alle cinque del mattino al porto di Amburgo col messicano, semplicemente non c'è, è davvero il gelato con Stan Lee. Il calamaro porta al paninazzo (il messicano addenta coraggioso una svarzella di pesce crudo, ma solo perchè non vede di colore è), ed il mattino, udite udite, porta all'assurdo. Ore 6, dal palazzone del mercato iniziano a giungere strani rumori. Increduli, assistiamo ad un mix improbabile (impiegati ubriachi, sedicenni appena usciti dai locali, vecchi e bambini appena svegli) che si accinge a partecipare ad un doppio concerto folk, mentre sulla griglia il wurstel la fà da padrone. Sembra una sorta di universo parallelo, ma è così, questi pazzi riprendono in allegria a festeggiare un'altra volta. Tempo dell'ultima birra, stiamo in piedi per miracolo, poi si torna a casa. Il giorno dopo, stessa storia stesso bar, un pò di tristezza, due giorni non sono poi tanti... ma i cinesi a comprare tonnellate di granchi dai pescherecci, il messicano che con la pupilla verace ti chiede "ma senti, com'è il bagno?"... insomma, alcune cose davvero non hanno prezzo. Una piccola follia, un assaggio delle rispettive, solitarie esistenze, entrambi sperduti nel nord europa, entrambi troppo nostalgici delle nostre montagne, entrambi sempre pronti ad azzannare le giornate quando c'è bisogno. Una città incredibile, che nonostante sia una specie di unico, immmenso porto, non ha odore. Nè salsedine nè alga, nè mare nè fiume... soltanto qualche gabbiano un pò pigro, a carezzare la spuma come un'amante svogliata, il resto stà nelle mani degli incauti viaggiatori.

behind the curtains...

La mia foto
near milan..., Italy
"The powerful play goes on, and you will contribute a verse..." -Walt Whitman-